
Il #SignalGate e il nuovo report americano sulle minacce. Più insicuri e confusi
La nuova intelligence di Trump dice che la Russia è troppo forte, e dobbiamo arrenderci
Per una sorprendente volontà del destino, ieri, e cioè il giorno dopo lo scandalo dei piani di guerra dell’Amministrazione Trump discussi su un’app di messaggistica commerciale, al Senato era prevista l’annuale audizione del Comitato ristretto per l’intelligence in cui i funzionari delle agenzie americane presentano il documento sulle minacce relative all’anno in corso, che influenza la politica estera e la strategia di Sicurezza nazionale. Il vicepresidente del Comitato, il senatore democratico della Virginia Mark Warner, ha aperto l’audizione così: “Devo dire che faccio parte della commissione da 14 anni e che la valutazione di quest’anno è chiaramente una delle più complicate e impegnative del mio mandato”.
Ieri al Senato c’erano la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e il direttore della Cia John Ratcliffe, due nomine fatte da Trump e particolarmente contestate prima di essere confermate al Congresso. Nelle dichiarazioni giurate ai senatori, sia Ratcliffe sia Gabbard hanno tenuto la posizione che ieri ha ribadito un po’ tutta l’Amministrazione americana, minimizzando: “Posso testimoniare che in quel gruppo non sono state inserite informazioni classificate o di intelligence in nessun momento”. Ma è proprio questo l’aspetto più importante dello scandalo della chat di gruppo su Signal dove un numero considerevole di esponenti politici della Casa Bianca di Trump chiacchierava di un’operazione militare top secret, e riguarda la sicurezza. Jeffrey Goldberg, il direttore dell’Atlantic che è stato aggiunto per sbaglio al gruppo, ieri è stato intervistato su diversi media americani e ha ribadito quello che aveva scritto nel suo articolo: non può mostrare al pubblico i dettagli, alcuni messaggi che ha letto in quella chat, perché in quel caso pure lui sarebbe potenzialmente perseguibile per una violazione dell’Espionage Act. La versione trumpiana dello scandalo è che non è successo nulla, solo un piccolo errore nell’aggiungere Goldberg alla chat, ma il problema è molto più ampio e riguarda il metodo, che gli avversari strategici delle democrazie liberali, soprattutto Russia e Cina, osservano con interesse:
“C’è un pattern qui, una totale mancanza di comprensione di cosa siano le informazioni classificate e cosa debba essere protetto”, ha detto ieri alla Cnn Beth Sanner, ex funzionaria dell’intelligence che conosce bene Trump perché durante il suo primo mandato era la persona che ogni mattina doveva fargli il briefing presidenziale, “e invece di chiedersi come ha fatto questo giornalista a entrarci, forse dovrebbero chiedersi perché ci stanno loro?”. Ma sembra esserci una certa creatività nel passaggio tra le azioni dei rappresentanti dell’Amministrazione Trump e la loro posizione nei report ufficiali, come quello consegnato ieri al Congresso dalle agenzie d’intelligence. “Le avanzate capacità informatiche della Russia, il suo ripetuto successo nel compromettere obiettivi sensibili per la raccolta di intelligence e i suoi precedenti tentativi di predisporre accessi alle infrastrutture critiche statunitensi la rendono una minaccia persistente in termini di controspionaggio e attacchi informatici”, si legge nell’Annual threat assessment dell’intelligence americana, il primo sotto la seconda presidenza Trump.
Rispetto al report dell’anno precedente, l’ultimo dell’Amministrazione Biden, il tono appare più allarmista e non tanto sulla capacità di operazioni d’influenza russe con disinformazione e deepfake, ma proprio sulla capacità di condurre attacchi cyber e operazioni di spionaggio. Ma il report di quest’anno, come raramente è avvenuto in passato anche secondo l’opinione di diversi senatori democratici, sembra piegarsi perfettamente alle politiche di Trump e non il contrario (dovrebbe essere l’intelligence a influenzare le politiche dei presidenti aumentando il volume delle informazioni a disposizione). Ieri a Gabbard è stato chiesto, per esempio, se all’improvviso il cambiamento climatico fosse stato risolto, e come, visto che da un anno all’altro le crisi dovute a eventi climatici estremi sono state cancellate dalle potenziali minacce alla sicurezza nazionale. Ma non è l’unico punto emerso. Il documento dell’anno scorso mostrava anche le criticità e le debolezze della Russia, valutando i costi enormi subiti dalla guerra in Ucraina, sottolineando l’isolamento economico di Mosca e il progressivo indebolimento dell’influenza russa, per esempio, nelle regioni tradizionalmente vicine al Cremlino, motivo per il quale sembrava lontana l’idea di uno scontro militare diretto con l’Europa e la Nato.
Il ritratto che la comunità dell’intelligence americana a guida Trump fa della Russia (e della Cina) è sfumatamente diverso, dice che Mosca ha imparato a eludere le sanzioni, si è rafforzata anche sul piano militare, e “le tensioni politico-militari accresciute e prolungate tra Mosca e Washington che ne risultano, unite alla crescente fiducia della Russia nella sua superiorità sul campo di battaglia e nella sua base industriale di difesa e al rischio accresciuto di una guerra nucleare”, impongono di “portare la guerra a una conclusione accettabile”. Il pericolo viene enfatizzato soprattutto sul fronte europeo, con maggiori rischi per la stabilità dell’Ue. E’ la stessa versione della guerra che Steve Witkoff, amico e negoziatore di Trump, ha dato qualche giorno fa a Tucker Carlson su Fox News.