
Ansa
IN AMERICA
Chicago, la vera capitale della resistenza al trumpismo
Architettura minimalista anti pacchianeria e democratici che sperimentano la retorica populista. Un laboratorio dove si sta cominciando a inventare la sfida futura a un presidente che cerca di imprimere nel paese anche la propria estetica, fatta di lusso esibito e sfacciato in stile Trump Tower.
Premiare un architetto che celebra la vita dei cittadini comuni, con una semplicità quasi minimalista, non può non avere un significato anche politico nell’America pacchiana di Mar-a-Lago e della Casa Bianca riempita di stucchi dorati. Tutto è anche politica a Chicago, oggi la vera capitale della resistenza al trumpismo. Il laboratorio dove si sta cominciando a inventare la sfida futura a un presidente che cerca di imprimere nel paese anche la propria estetica, fatta di lusso esibito e sfacciato in stile Trump Tower.
Quando a inizio marzo a Chicago è stato assegnato il Pritzker Prize 2025, il Nobel dell’architettura, la scelta è caduta sul progettista cinese Liu Jiakun e sulla sua “architettura onesta” sviluppata nel corso degli ultimi quarant’anni. La decisione della giuria presieduta dal cileno Alejandro Aravena sembra un dito medio in stile Cattelan sollevato dal mondo culturale in direzione del grattacielo con la gigantesca scritta “Trump”, che domina a Chicago la zona dei celebri ponti cittadini. Non solo perché premiare un cinese in tempi di America First è una scelta che si fa notare (era successo solo un’altra volta nei 46 anni del premio). Ma anche perché con Liu Jiakun viene premiato un approccio all’idea di edifici e aree urbane che è l’opposto di quello che Donald Trump ha professato nei suoi decenni da costruttore di grattacieli e casinò all’insegna dello sfarzo.
L’elegante Chicago, terza città degli Stati Uniti, è fatta così. Ha una sua linea di pensiero che snobba la crescita caotica di New York o l’assenza di pianificazione di Los Angeles, è lontana dalla mentalità “belli, ricchi e famosi” di Miami e Mar-a-Lago, è più pragmatica e al passo con i tempi dell’intellettuale Boston e della sua Harvard. In sintesi, oggi Chicago è il luogo anti Trump per eccellenza. C’entra molto la dinastia dei Pritzker, che potrebbe scendere in campo con un proprio rampollo per cercare di conquistare la Casa Bianca nel 2028. C’entra moltissimo Barack Obama, che qui ha il proprio quartier generale e da qui sta provando a riorganizzare un Partito democratico allo sbando. C’entra anche l’ex sindaco obamiano di Chicago, Rahm Emanuel, che si sta scaldando per provare a costruire una versione progressista del movimento Maga.
Ma non è solo una questione di politica. Chicago ha qualcosa di più profondo che la rende il perfetto laboratorio per l’America dopo Trump. Non è immersa nella cultura woke come San Francisco, né distratta completamente dalla corsa al successo come Manhattan. E’ invece un luogo che sa pianificare le rinascite con efficienza e passione. Come era successo nel 1871, quando quello che è passato alla storia come il Great Chicago Fire distrusse quasi completamente una città che era già un motore del paese. Invece di abbandonare quel pezzo di terra affacciato sul Lago Michigan, gelato d’inverno e bollente d’estate, gli abitanti di Chicago la ricostruirono più bella di prima. E nel farlo diedero vita a una corrente di architettura e urbanistica nota come Chicago School, svilupparono una filosofia della pianificazione che divenne il movimento City Beautiful e nel frattempo inventarono anche i grattacieli, che hanno cominciato ad essere innalzati ben prima di quelli di New York.
Chicago è una capitale scientifica d’America dai tempi in cui ci lavorava Enrico Fermi, è terra di cultura, di jazz, di arte, è la seconda casa di personaggi come Riccardo Muti, che dopo aver diretto per anni la Chicago Symphony Orchestra ne è stato adesso nominato direttore emerito a vita. Il tutto senza perdere di vista la vocazione tutta americana a fare soldi: a Chicago sono nati i mercati dei futures e delle materie prime mentre il suo Loop, il centro cittadino con le celebri metropolitane sopraelevate, attrae da sempre milioni di turisti.
Per capire cosa sta maturando a Chicago in questo primo scorcio della seconda presidenza Trump, conviene tornare al premio Pritzker e alla famiglia che lo ha istituito. Il 15 marzo, pochi giorni dopo l’annuncio dell’assegnazione del premio a Liu Jakun, la città si è fermata per rendere omaggio alla donna che per decenni è stata la protagonista dietro il più celebre riconoscimento del mondo dell’architettura: Cindy Pritzker è scomparsa a 101 anni e con lei se n’è andata la prima generazione di “quelli degli Hyatt”. Cindy e il marito Jay A. Pritzker avevano fondato il premio nel 1979 e il Pritzker Prize era diventata una delle molteplici attività culturali e di beneficenza della coppia più celebre di Chicago. La loro ricchezza veniva dal mondo degli alberghi ed era cominciata nel 1957, quando Jay aveva acquistato un piccolo motel vicino all’aeroporto di Los Angeles che si chiamava “Hyatt”. Jay proveniva da una famiglia di ebrei ucraini benestanti ma non ricchi, che si erano trasferiti in America alla fine dell’Ottocento da Kyiv per sfuggire ai pogrom russi. Da quel primo motel nacque una catena che è diventata uno dei più grandi gruppi alberghieri al mondo. I Pritzker sono oggi a Chicago quello che un tempo erano i Daley, cioè la dinastia più importante della città, e hanno cominciato a impegnarsi anche in politica. Ovviamente nel Partito democratico, che controlla tutto in Illinois e che ha segnato nel bene e nel male la vita pubblica di Chicago fin dai tempi in cui i sindaci e i capi della polizia obbedivano ad Al Capone.
Il sessantenne J.B. Pritzker, nipote di Jay e Cindy e oggi leader della dinastia di ebrei ucraini trapiantata sulle rive del Lago Michigan, è dal 2019 il governatore dell’Illinois. La scorsa estate si era parlato di lui come di un possibile candidato alla vicepresidenza al fianco di Kamala Harris, ma probabilmente non gli è dispiaciuto che la scelta sia caduta invece sul governatore del Minnesota, Tim Walz. Perché questo ha permesso a Pritzker di non bruciarsi e di apparire oggi come uno dei più probabili protagonisti della corsa presidenziale del 2028. Se sceglierà di provarci, Chicago si confermerà centrale nella sfida a Trump. Ed è curioso che a portare la bandiera dell’antitrumpismo sia un erede della dinastia degli Hyatt Hotel, perché furono loro a dare al giovane Donald Trump l’opportunità di cominciare la sua carriera da imprenditore edile a New York. Il primo grosso colpo di The Donald a Manhattan fu l’acquisto dell’Hotel Commodore e la sua completa ristrutturazione tra il 1975 e il 1980, per trasformarlo nell’attuale Grand Hyatt Hotel: un’operazione svolta per conto e con i soldi dei Pritzker di Chicago.
Ma a Chicago c’è un’altra ingombrante dinastia che ha scelto la città come propria casa e che qui intende restare a lungo: gli Obama. Il prossimo anno sarà finalmente pronto il gigantesco Obama Presidential Center, il campus di otto ettari nel South Side che l’ex presidente e la moglie Michelle vogliono trasformare in uno spazio per eventi e incontri di livello globale. Ci sarà la biblioteca presidenziale dedicata a studiare gli anni alla Casa Bianca di Barack Obama, ma anche auditorium, piste di atletica, campi da basket, spazi pubblici e svariate attività con una forte connotazione politica. Un luogo che si presenta come polo di attrazione per tutta la galassia anti Trump e che aprirà le porte simbolicamente proprio nell’anno in cui l’America festeggerà il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza. Il 2026 vedrà scontrarsi due idee contrapposte di cosa sia l’America: quella del mondo Maga, che sarà nel pieno del suo secondo mandato al potere, e quella dei democratici alla ricerca di una nuova strada e nuovi leader dopo il ko di Joe Biden e Kamala Harris. Chicago si offrirà come laboratorio in questo senso e Obama con il suo mega centro presidenziale farà gli onori di casa, insieme a J.B. Pritzker.
C’è chi vorrebbe spostare in California l’epicentro della battaglia contro Donald Trump e il suo movimento. E’ il caso di Gavin Newsom, il governatore dello stato affacciato sul Pacifico, che è a fine mandato e sembra già in corsa per la Casa Bianca. Da qualche settimana ha avviato un suo podcast nel quale, sorprendentemente, invita per ora solo esponenti del mondo Maga, come Steve Bannon, per aprire un confronto con la destra trumpiana. L’esperimento sta avendo visibilità e successo e potrebbe segnare l’inizio di una svolta che appare inevitabile: tra i democratici c’è voglia di sfidare Trump o il suo possibile successore J.D. Vance con le loro stesse armi, rinnegando le derive woke del partito e usando toni aggressivi e populisti. Ci sta pensando anche un altro controverso esponente di punta del partito, dall’altra parte dell’America rispetto a Newsom: è Andrew Cuomo, che dopo essere caduto in disgrazia per vari scandali quando era governatore di New York, adesso è in corsa per diventare sindaco della città e forse per tentare a sua volta una sfida presidenziale.
Ma Newsom e Cuomo partono svantaggiati nella corsa a diventare i “Trump della sinistra”, perché la California non gode di molte simpatie nel resto degli Stati Uniti e New York è acciaccata e malmessa per candidarsi a guidare il paese (tanto più adesso che il presidente in carica è l’uomo più celebre di Manhattan). Ed ecco allora che tra Los Angeles e New York è sempre Chicago a intromettersi per proporre un’alternativa. Non solo con J.B. Pritzker, ma anche e soprattutto con un ex sindaco che non ha bisogno di costruirsi una fama di duro: Rahm Emanuel.
Emanuel è un altro esponente della cultura ebraica di Chicago figlia dell’immigrazione. Il padre era un pediatra che si trasferì sul Lago Michigan da Gerusalemme e qui sposò la figlia di un sindacalista locale, che a sua volta apparteneva a una famiglia di ebrei immigrati dalla Moldavia. Rahm è un nome ebraico (significa “forte”) e testimonia il legame che Emanuel ha con Israele, simile a quello del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, un altro ebreo che viene indicato spesso come potenziale candidato dei democratici per la Casa Bianca nel 2028. Nel 1991 l’allora trentaduenne Emanuel trascorse un periodo da volontario nelle forze di difesa israeliane quando il paese era minacciato da Saddam Hussein durante la prima Guerra del Golfo. E quando nel 2008 Barack Obama lo scelse come suo capo dello staff alla Casa Bianca, a Tel Aviv il quotidiano Haaretz lo festeggiò come il primo “israeliano” a ricevere un tale incarico.
Nella Casa Bianca di Obama, Emanuel si è costruito la fama di un duro di cui tutti a Washington avevano timore. Dopo quell’esperienza ha fatto il sindaco di Chicago, poi negli anni della presidenza di Biden si è costruito una forte competenza in politica estera, soprattutto sul decisivo scacchiere geopolitico del Pacifico, facendo l’ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone. Adesso è tornato nella sua città, si occupa di fare discorsi e consulenze ma è evidente che sta preparando il grande salto. A metà marzo un ampio ritratto sul magazine di Politico ha definito Emanuel “pronto a correre” e lui non ha per niente smentito. Anzi, ha cominciato a posizionarsi come alternativa moderata non solo al trumpismo, ma soprattutto all’ala sinistra e woke del suo partito. Perché per cominciare la scalata verso la Casa Bianca, Emanuel è partito dall’attacco al Partito democratico, ai suoi eccessi sul fronte della correttezza politica, al suo essere diventato partito di élite incapace di ascoltare la gente comune. E lo sta facendo con la franchezza un po’ rude che lo caratterizza: “Sono stufo – ha detto – di sentir parlare di bagni delle scuole bisex e accesso agli sport scolastici per i transgender: se vogliamo parlare di scuola, mi interessa discutere di cosa si insegna in classe, non di quello che succede nei bagni, visto lo scarso livello della nostra educazione”.
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