
(foto LaPresse)
L'editoriale dell'elefantino
La tribù Lerner e la parte sbagliata della “linea del colore”
Davide oltre Gad, adoro la tribù. Ma l’arresto di Netanyahu sarebbe un Nobel per la Pace, forse non del tutto meritato, alle memoria di Sinwar
Troppi Lerner. Adoro i Lerner, proprio in quanto tribù, Gad con i figli, specie Davide della Columbia University, e il nonno di Davide, che nel bel racconto “Scintille”, di Gad, confida a una giornalista che aveva intervistato malaccorta il figlio: “Guardi che sono io il vero Lerner”. Mi piace Leopoli, che nonostante i nuovi compagni di banco del Fatto e rifatto, liaison dangereuse del mio amico molto più che televisivo, è ancora una città ucraina ai confini della Polonia. Mi piace Haifa, ambientazione Eshkol Nevo, nipote di un israeliano mica male, Levi Eshkol (guerra dei sei giorni), mi piace la sua simmetria dei desideri, tra i quali il desiderio di vivere in sicurezza. E ovviamente mi piace anche Davide Lerner, che a Rai Radio 3 dà la caccia a Netanyahu criminale di guerra e politico corrotto come assistente di studio del formidabile Khan, l’anglopachistano della Corte penale internazionale, uno che sta, come direbbe Pankaj Mishra, un Gad globale amico del Gad locale, dalla parte giusta della “linea del colore”, del fronte della decolonizzazione antioccidentale. E il Gad globale, che ha scoperto la vena nazista di Israele scaturita proprio dalla Guerra dei sei giorni (1967) e dispiegata a Gaza, è un altro Lernerone che la sa lunga: è affermazionista, troppo intelligente per seguire le idee di David Irving sull’Olocausto, ma esercita con giudizio, perché, come ho dimenticato di scrivere recensendolo, da adolescente aveva in camera la foto di Dayan ma nella maturità ha scoperto che gli ebrei (anche i sabra?) sono bianchi, quindi stanno dalla parte sbagliata del colore.
Davide Lerner poi sta diventando la mia ossessione, addirittura, come una volta il babbo. In un suo libro di riconciliazione del mondo prima di Gaza e dopo, a cavallo tra Striscia e kibbutz, ben piantato nel campus di Columbia, osservò che la musica del Supernova festival disturbava le sofferenze dei gazawi (e forse, dico io, costringeva il governo di Hamas a lasciare le orecchie nei tunnel). Scrivere che sono “troppi” di una famiglia ebrea decimata nella storia del Novecento è una di quelle bestemmie contro la Shoah che solo Vauro, un altro compagno di banco di Lerner, con l’ambasciatrice Basile e il professor Orsini, mi perdonerebbero (chi in nome della satira, chi dell’ideologia: tutti però contrari al riarmo europeo per difendere l’ebreo Zelensky ma indulgenti con le armi russe). Mi vergogno, ma alle ossessioni non si comanda.
In realtà, come Marcenaro, quello vero, sono geloso. Ce ne fossero altri, di Lerner, questo è il mio sottotesto sentimentale. Basterebbe che stessero dalla nostra parte, che capissero che l’arresto di Netanyahu, a Budapest o a Gerusalemme, sarebbe un premio Nobel per la Pace, forse non del tutto meritato, alla memoria di Sinwar, non un gesto di giustizia internazionale. Troppi Lerner è un sacrilegio satirico, e vediamo come se la sarà cavata l’AI (cfr. il supplemento di oggi), ma la via di Damasco, per una splendida tribù di matti e per il suo patriarca, che, come direbbe Ilda la Rossa, in quanto libanese è anche affetto da una certa furbizia levantina (altro che linea del colore), è sempre aperta. Paolo era un convertito, è vero, ma l’Apostolo delle genti conosceva l’importanza del popolo ebraico nel mondo, anche dopo Gaza.


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