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Il bivio
“La pace si conquista con la spada”. Il monito dimenticato del generale Patton
Ottant’anni dopo la seconda guerra mondiale, l’occidente è di nuovo davanti a un bivio: farsi complice della violenza russa, o ammettere che quel generale maledetto aveva visto giusto. Con Stalin e Putin non si tratta: si vince
Era il maggio del 1945 quando il generale George S. Patton, a denti strettissimi, rispose obbedisco a Eisenhower che gli ordinava di fermare l’avanzata alleata e lasciare Berlino all’Armata Rossa. Quel giorno scrisse in una lettera: “Stiamo consegnando mezza Europa ai barbari. Tra vent’anni ci morderemo le mani”. Patton non parlava da profeta ma da soldato. Sapeva che una guerra finisce soltanto con la resa definitiva del nemico. Per lui, quel nemico non era più la Germania, di cui non restava pietra su pietra, ma l’Unione Sovietica. “I russi non hanno onore”, ripeteva ai suoi ufficiali. Era convinto che, se non venivano fermati subito, prima o poi gli americani sarebbero stati costretti a un altro D-Day.
La sua idea era semplice e brutalmente geniale: sfruttando lo slancio della vittoria in Europa, scagliare la Terza Armata verso est, superare l’Oder e puntare su Mosca. “Possiamo finirli in tre settimane”. Forse esagerava, ma non di molto. L’Armata Rossa era logorata da quattro anni di battaglie. I prigionieri tedeschi interrogati da Patton gli avevano spiegato che i sovietici riuscivano a sfondare solo perché la Germania era rimasta senza benzina. Inoltre, i marescialli di Stalin avevano progettato i flussi di rifornimento per avanzare verso ovest, non per difendersi da sud, dove Patton era schierato. Ma a Washington e a Londra nessuno voleva sentire parlare di una terza guerra mondiale. Non immaginavano che quella era l’ultima occasione per spezzare definitivamente l’imperialismo russo senza rischiare un disastro nucleare.
Eisenhower, da politico in divisa, aveva già deciso: meglio una pace torturata e incerta piuttosto che cavarsi subito il dente, oppure cavarlo agli altri. Il resto della storia lo conosciamo: la Cortina di Ferro, il Muro di Berlino, l’Europa centro-orientale trasformata in un carcere a cielo aperto. Patton disse che gli americani stavano facendo lo stesso errore di Chamberlain nel ’38. Ovvio che venne silurato: gli tolsero il comando dell’Armata e lo mandarono a governare la Baviera. Morì pochi mesi dopo, in un incidente d’auto mai del tutto chiarito. La sua ultima intervista fu un avvertimento: “L’Unione Sovietica è una minaccia che siamo troppo ciechi per vedere”.
Patton non era un perfido guerrafondaio, era un pragmatico che aveva intuito una verità elementare ma scomoda: con regimi come quello di Stalin, o come quello di Putin, non si tratta. Si vincono. Se la politica non avesse messo le ganasce ai carri armati di Patton, non ci sarebbero state Budapest ’56, Praga ’68, la Polonia sotto legge marziale, tantomeno Mariupol e le fosse comuni di Izyum. Ottant’anni dopo, l’occidente è di nuovo davanti a un bivio: farsi complice della violenza russa, o ammettere che quel generale maledetto aveva visto giusto. “La pace si conquista con la spada”, diceva. La stessa cosa che chiedono oggi gli ucraini: fare la pace occupando il campo di battaglia da una posizione di forza. Lui li avrebbe capiti.


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