Un bombardiere strategico B-2 americano in volo (foto Getty)

il medio oriente ancora centrale

Da un'isola dell'Oceano Indiano, Trump spaventa l'Iran

Luca Gambardella

Gli stealth B-2 americani usati come deterrente per convincere i pasdaran a siglare l’accordo sul nucleare. Il flusso di armi, uomini e mezzi da Europa, Nord America e Pacifico 

Gli Stati Uniti stanno spostando uomini e mezzi dal Pacifico e dall’Europa al medio oriente, a distanza di pochi giorni dall’ultimatum di Donald Trump all’Iran per siglare un’intesa sul nucleare. “Se non si trova un accordo ci saranno le bombe, come mai ne hanno viste prima”, ha detto il presidente americano domenica  alla Nbc. “Se lo faranno ci sarà una risposta forte”, ha replicato l’ayatollah Ali Khamenei. Lo scorso 5 marzo, la Casa Bianca ha inoltrato a Teheran una richiesta formale per tornare al tavolo dei negoziati sul nucleare. Pur non chiudendo all’ipotesi di negoziati indiretti con gli Stati Uniti, l’Iran ha rifiutato le condizioni imposte da Trump. 

Fra queste, la più irricevibile per i pasdaran è la smobilitazione del piano missilistico iraniano e del sostegno militare agli altri paesi dell’Asse della resistenza, a cominciare dagli houthi. Con simili premesse, ha risposto Teheran, non ci sono le condizioni per riaprire i colloqui. 

Il generale  Amir Ali Hajizadeh, uno dei leader delle Guardie della rivoluzione islamica e responsabile del programma missilistico, ha risposto con toni  forti alle minacce di Trump: “Gli americani hanno almeno dieci basi militari nella regione attorno all’Iran e circa 50 mila uomini. Chi si trova in una stanza di vetro non dovrebbe lanciare pietre a nessuno”. Il messaggio di Hajizadeh è che l’Iran è pronto a reagire a qualsiasi minaccia rivolta sia contro il suo territorio sia contro gli houthi in Yemen prendendo di mira direttamente gli americani nella regione. Una fonte anonima dei pasdaran ha detto al Telegraph che fra i target che l’Iran sta valutando  c’è una base aerea americana nell’Oceano indiano.

Si tratta dell’isola Diego Garcia, a quasi 4 mila chilometri a sud di Teheran. Da diversi giorni la più grande tra le isole dell’arcipelago delle Chagos è diventata l’epicentro dello scontro fra americani e iraniani. Le immagini satellitari accessibili da siti commerciali mostrano nella base almeno cinque bombardieri strategici subsonici B-2, circa un terzo dell’intera flotta statunitense. Secondo molti esperti di Osint, cioè analisti di dati open source, non si tratta solamente di una mossa inedita ma anche di una forma di deterrenza nei confronti dell’Iran e dello Yemen, che rientrano nel range di autonomia dei B-2. Ma c’è dell’altro. Nella regione è in arrivo entro un paio di settimane un secondo strike group navale, quello della portaerei USS Vinson, che affiancherà  la USS Truman, l’altra portaerei già impegnata in questi giorni nel Mar Rosso negli attacchi lanciati agli houthi per tentare di ristabilire la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. E’ stato il segretario alla Difesa Pete Hegseth a decidere di prolungare di un mese la presenza della Truman a ridosso dello Yemen, ma non è esclusa una proroga ulteriore per rendere ancora più efficaci i raid contro gli houthi. 

A dispetto di chi fino a qualche anno fa dava sulla via del tramonto l’impegno militare americano in medio oriente a tutto beneficio del Pacifico in funzione anti cinese, la presenza di due strike group contemporaneamente nel Golfo è un segnale politico chiaro all’Iran e ai suoi alleati. Allo stesso tempo però aumentano le esigenze logistiche degli americani nella regione. Soprattutto se alcuni tra gli alleati di sempre – Arabia Saudita, Qatar e Kuwait – preferiscono lo status quo all’escalation e si sono già tirati indietro in caso di confronto diretto contro l’Iran. Secondo l’emittente israeliana Israel 24, questi tre paesi avrebbero già assicurato in segreto a Teheran che in caso di attacco non metteranno a disposizione degli americani le loro basi, nemmeno per operazioni di identificazione dei target o di rifornimento.

Nel frattempo però il Pentagono ha ordinato un rafforzamento ulteriore nel Golfo, assecondando così le richieste che da anni fa il comandante del Centcom, il comando centrale americano, Michael Erik Kurilla. Il 29 marzo scorso, circa 300 piloti americani e diversi A-10 Thunderbolt II – aerei usati per colpire obiettivi al suolo – hanno lasciato l’Idaho per essere schierati in medio oriente, come ha reso noto il 124esimo Stormo dell’aviazione statunitense. Negli stessi giorni, Carter Johnston, corrispondente del sito specializzato Naval News, ha tracciato un ponte aereo di almeno 16 cargo Boeing C-17, usati per trasportare uomini, armi e blindati, dalla Corea del sud al Bahrein. Altri cinque voli analoghi diretti negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar sono partiti dall’Europa, dalle basi tedesche di Zweibrücken e Ramstein. Dalla Casa Bianca si assicura che si tratta solamente di forze di deterrenza contro houthi e Iran e che non ci si prepara a nessun confronto diretto con i pasdaran. Una prospettiva che, nascosta dietro le quinte, buona parte delle autorità iraniane vorrebbe scongiurare, preferendo sedersi a un tavolo e tornare a discutere con gli Stati Uniti di sanzioni e nucleare, preferibilmente senza l’uso dei B-2 come deterrente.   

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.