il risvolto

La morte dei poveri, il dibattito sul fine vita

Ferdinando Cancelli

Uno studio fatto dalla Fondazione per l'innovazione politica ricorda come la morte assistita sia prediletta dalle classi più disagiate. In un'intervista al Figaro il giurista francese Doublet dice: "Quella che viene presentata come una scelta per i più forti potrebbe trasformarsi in un incitamento per i più deboli"

Sul Figaro del 31 marzo compare un’intervista al giurista francese Yves-Marie Doublet autore, con Pascale Favre, di un recente rapporto sul fine vita pubblicato a gennaio di quest’anno dalla Fondazione per l’innovazione politica e scaricabile gratuitamente dal sito internet fondapol.org. Les non-dits économiques et sociaux du débat sur la fin de la vie”, questo il titolo della pubblicazione, intende illuminare le aree in ombra in tema di morte medicalmente assistita nel momento in cui in Francia riparte il dibattito parlamentare che dovrebbe portare in tempi brevi a un esito legislativo molto atteso e delicato. L’attenzione è portata, come si evince dal titolo, sugli aspetti economici e sociali che volutamente sono tenuti nascosti da chi vorrebbe promuovere l’aiuto attivo a morire.

   

“Une logique inédite”, una logica inedita, guiderebbe infatti secondo gli autori il dibattito delle prossime settimane in Francia, quella della negazione delle verità più scomode. Partendo dall’esperienza di paesi che hanno già liberalizzato l’aiuto attivo a morire, come il Canada, il rapporto sottolinea come “il peggiorare delle finanze pubbliche e del sistema sanitario rischia di favorire il ricorso all’eutanasia a scapito della cura”, soprattutto di quella palliativa. Molti aspetti citati dagli autori per la Francia sembrano calzare perfettamente anche per la realtà italiana: il difficile accesso dei pazienti e delle famiglie alle cure di base con la progressiva diminuzione del numero dei medici di famiglia, i mesi di attesa che si prospettano per prestazioni specialistiche erogate dal Sistema sanitario nazionale (fino a sei mesi per una visita di terapia del dolore), la scarsa presa in carico dei malati più anziani, gli spaventosi deficit dei servizi di psichiatria per i quali molti dei posti nelle scuole di specializzazione sono rimasti senza candidati, un sistema di cure palliative ancora deficitario a distanza di molti anni dalla legge del 1999 che le introdusse per tutti in Francia.

  

A fronte di tutto ciò, scrive Doublet, “quella che viene presentata come una scelta per i più forti potrebbe trasformarsi in un incitamento per i più deboli”, un incitamento a farsi da parte. In Canada sono infatti i malati più poveri e socialmente più emarginati a far crescere di anno in anno i numeri di coloro che scelgono la morte tramite eutanasia o suicidio assistito, con una crescita costante che, dati alla mano, ha fatto risparmiare fino a 150 milioni di dollari canadesi all’anno rispetto a quanto si sarebbe speso per seguire i malati cronici con adeguati servizi di cura. L’Assemblea nazionale, nella prima seduta del 27 maggio 2024, calcolava in 26 mila euro il costo medio di assistenza nell’ultimo anno di vita di un malato, più di 7 miliardi di euro all’anno per la Francia. Tenendo presenti i numeri canadesi, 46 mila eutanasie in un anno (177 eutanasie per ogni giorno lavorativo), il rapporto stima un risparmio di circa 1,5 miliardi di euro per la Francia se le morti assistite arrivassero in qualche anno ai numeri “canadesi”. Se si tiene poi presente il fatto che a scegliere di morire sarebbero i malati in condizioni sociali più disagiate e quindi quelli che normalmente fruirebbero degli aiuti statali, il risparmio sarebbe ancora maggiore.
  

La legalizzazione della morte assistita avrebbe quindi delle conseguenze taciute ma già oggi evidenti nei paesi che l’hanno scelta: il progressivo tramonto di un sistema sociale fondato sulla solidarietà,  la logica dell’eccezione trasformata in quella della banalizzazione, l’imporsi di una visione della medicina come erogatrice di prestazioni a richiesta, la sempre maggior spinta nei confronti delle persone fragili a “farsi da parte”. Christine Gauthier, atleta paralimpica canadese di hockey e canoa, dopo aver lottato, scrivono gli autori, “per cinque anni per ottenere una rampa che le permettesse di entrare in casa sua con la carrozzina, si è sentita offrire la morte assistita”. E’ questo quello che vogliamo veramente?