
l'analisi
La strategia erratica sui dazi di Trump rende complessa anche la risposta dell'Europa
Le azioni americane sembrano parte di un’impostazione negoziale aggressiva più che di una strategia economica coerente e a lungo termine. Per questo è necessario rispondere alle misure della Casa Bianca. Il tempo gioca dalla parte dell'Ue
Nel suo discorso tenuto alla camera dei Lord il 18 dicembre 1945, John Maynard Keynes ha pronunciato parole che vale la pena di citare per intero: “Blocchi economici separati, con tutti gli attriti e la perdita di amicizia che essi comportano, sono espedienti a cui si può essere spinti in un mondo ostile in cui il commercio ha cessato di essere cooperativo e pacifico e dove le sane regole dell’interesse comune e dell’uguaglianza di trattamento sono dimenticate. Ma è sicuramente da pazzi preferire questo”. Un atteggiamento simile a quello criticato allora da Keynes spinge oggi la nuova l’amministrazione americana a imporre un trattamento commerciale ostile a tutti i suoi partner, compresi quelli più vicini e alleati. Verrebbe la tentazione di reagire in modo altrettanto irragionevole. Meglio invece mantenere la calma, cominciando a ragionare sui probabili effetti economici delle tariffe per capire cosa esse implicano nel più ampio disegno globale e per l’Europa.
Una tariffa è una tassa che grava su chi importa. Non vi è quindi dubbio alcuno che a parità di altro essa contribuisca ad alzare i prezzi nel paese che la impone. Già se ne vedono gli effetti negli Usa: le indagini dei consumatori rivelano aspettative di aumenti dei prezzi. La Riserva Federale ha già arrestato la discesa dei tassi di interesse. Non è escluso che nei prossimi mesi torni ad aumentarli, ottenendo quindi l’effetto opposto – prezzi e tassi in aumento, anziché in diminuzione – rispetto a quanto promesso da Trump in campagna elettorale. Com’è possibile che questo risultato ampiamente prevedibile sia stato ignorato o sottovalutato dalla nuova amministrazione?
La risposta non è facile, perché la strategia sottostante non è mai stata esplicitata. Stephen Miran, capo dei consulenti economici della Casa Bianca, ha sostenuto che l’effetto inflazionistico verrà compensato dall’apprezzamento del dollaro. C’è un fondo di verità: se le tariffe riducono il disavanzo della bilancia dei pagamenti, il dollaro dovrebbe apprezzarsi. Incoraggia questa interpretazione ciò che si è visto a fine 2024, quando le aspettative sulla nuova amministrazione avevano portato il dollaro ai massimi. Ma proprio qui l’impostazione di base della attuale politica Usa comincia a non funzionare. Per almeno due ragioni.
L’apprezzamento del dollaro contrasta con l’obiettivo del trumpismo di rendere competitiva la manifattura Usa. Il ruolo del dollaro come moneta dominante a livello globale, che alimenta quella forza, non è una componente credibile dell’attuale strategia economica Usa. Date queste contraddizioni non sorprende che nelle ultime settimane il dollaro abbia perso vistosamente terreno, quasi annullando i guadagni precedenti. La seconda ragione è che le tariffe vengono usate per raggiungere obiettivi diversi, talora inconciliabili. In molti casi la minaccia serve per ottenere concessioni su altri fronti – l’immigrazione, o la lotta alla criminalità – salvo poi essere ritirata una volta ottenute quelle concessioni. Questa erraticità aumenta l’incertezza, con recessivi sull’economia. Peggio che andar di notte: non solo inflazione, ma anche recessione, l’opposto del boom promesso in campagna elettorale. Di rischi di stagflazione ha parlato Jay Powell, presidente della Fed, nell’ultima conferenza stampa.
Dal nostro punto di vista di europei e partner storici degli Usa, oltreché alleati nel difendere un sistema del commercio internazionale aperto e regolato, questa impostazione crea problemi molteplici e complessi. I dazi, anche se non pagati da noi, hanno effetti recessivi. A ciò si aggiunge l’incertezza, che penalizza gli investimenti. Un elemento particolare in questo quadro è l’erraticità del dollaro: se si apprezza rispetto all’euro, l’effetto inflazionistico che a priori ci si aspetterebbe limitato agli Usa viene esportato anche da noi. Il dilemma della stagflazione che già assilla Powell potrebbe presto riguardare anche Christine Lagarde, presidente della Bce.
Le discussioni da questa parte dell’Atlantico si sono concentrate su come l’Ue dovrebbe reagire: rispondere imponendo tariffe a sua volta, o attendere negoziando un trattamento migliore? Proprio perché molte azioni Usa in questo momento sembrano più parte di un’impostazione negoziale aggressiva piuttosto che di una strategia a lungo termine coerente, è necessario rispondere. Non vi è dubbio che ciò che accade oggi è parte di un processo negoziale che si protrarrà, con esiti difficilmente prevedibili. Ma proprio per questa ragione, la strategia “rispondere per poi negoziare” deve in questo momento prevalere su quella “attendere e nel frattempo negoziare”. Il tempo lavorerà per noi, se le contraddizioni intrinseche nella strategia di Trump colpiranno gli Usa laddove sono più sensibili: inflazione e occupazione. Nelle mosse successive di questa partita a scacchi, è indispensabile mostrare forza e al tempo stesso flessibilità.


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