
Atti di fede
Trump pretende che tutti credano che ha ragione lui. Qualcuno dissente persino tra i suoi
Persino i repubblicani mostrano a Trump il loro raro e timido dissenso sui dazi. Le parole del governatore della Fed e le cose di cui il presidente vuole convincere gli americani
Va tutto bene, ha detto il vicepresidente americano J. D. Vance, commentando la giornata d’orrore sui mercati in seguito all’introduzione dei dazi sui prodotti in arrivo negli Stati Uniti da oltre sessanta paesi, “poteva andare molto peggio”, e comunque “potevamo anche andare più in alto” con le percentuali, il presidente “sta cercando di far passare il messaggio che siamo stati anche un po’ gentili”. Vance si conferma il più solerte nel ribadire la linea di Donald Trump, ignora le preoccupazioni anche interne al partito di governo e ripete: ha ragione lui, il suo capo.
Ieri il tormento dei mercati è continuato, ha oscurato la buona notizia del numero di posti di lavoro aggiunti all’economia (228 mila, più di quanto previsto), la Cina è stata la prima a reagire con controdazi al 34 per cento, come quelli imposti dall’America, e l’Amministrazione Trump ha appesantito la pressione su Jerome Powell, governatore della Fed, perché abbassi i tassi di interesse: Powell ha dichiarato che l’impatto dei dazi è più grande del previsto, che l’inflazione potrebbe aumentare, che la Fed non è un’istituzione che risponde alla politica ma agli americani e che alla politica, semmai, si chiede “chiarezza” per poter fare politiche economiche coerenti.
E’ difficile trovare economisti che sostengano che tale protezionismo possa portare benefici all’economia americana e a quella globale (la prima è nell’interesse di Trump, almeno), e persino nel Partito repubblicano, che negli ultimi otto anni ha sfigurato la propria identità storica per adattarsi al trumpismo, inizia un raro dissenso. I quattro senatori che, la stessa sera del “Liberation day”, hanno votato con i democratici una proposta di legge che sospende i dazi imposti al Canada a febbraio, hanno aperto la prima breccia: nessuno, nei loro stati di provenienza, né tra gli imprenditori né tra i consumatori, crede che questa politica possa portare a una riduzione dei prezzi e a una crescita economica. Rand Paul, senatore del Kentucky, ha usato un’argomentazione ulteriore, alla quale Trump è sensibile: in passato, alla fine dell’Ottocento e negli anni Trenta, quando l’America ha fatto ricorso al protezionismo, il Partito repubblicano ha subìto perdite elettorali enormi, compensate solo dopo molti anni. Dopo il primo giorno di collasso dei mercati, anche un senatore convertito al trumpismo come Ted Cruz è intervenuto per dire che i dazi sono “una tassa ai consumatori” e ha proseguito individuando una via d’uscita: “La mia speranza è che questi dazi siano di breve durata e servano da leva per abbassare i dazi in tutto il mondo”. E’ quel che sostengono alcuni trumpiani allineati, come l’imprenditore tech Palmer Luckey: lo choc dei dazi americani porterà tutti i paesi a levare i loro, e così il mercato sarà ancora più libero di prima. A giudicare dalla reazione della Cina non si direbbe che questa sia la direzione, ma ieri Trump ha avuto una “conversazione produttiva” con il presidente del Vietnam, To Lam, un paese che è stato colpito da dazi al 46 per cento (il crollo del titolo della Nike è legato al Vietnam, dove produce metà delle sue scarpe): Hanoi è disposta a tagliare i propri dazi a zero in cambio di un accordo con l’America.
Altri repubblicani stanno cercando di riportare la questione dei dazi nel suo posto di discussione e di decisione naturale: il Congresso. L’Amministrazione Trump ha tra i suoi vari progetti cosiddetti d’efficienza quello di svilire il peso parlamentare accentrando il potere nell’esecutivo, ma il dissenso nei confronti della politica protezionista ha ora acceso la scintilla della resistenza anche in alcuni repubblicani. Che rimarranno inascoltati come tutti gli economisti del pianeta, perché, come scrive Mike Allen di Axios, Trump è convinto di aver ragione, che questo presto sarà chiaro a tutti e che nel frattempo bisogna fare un altro, estremissimo atto di fiducia. Allen elenca nove cose cui non soltanto i parlamentari ma anche gli americani devono ora credere perché ci crede Trump: che l’istinto del presidente è migliore di quello del suo partito e degli esperti dell’ultimo mezzo secolo, che i dazi non faranno alzare i prezzi per gli americani, che le imprese americane saranno in grado di produrre gli stessi prodotti oggi importati a prezzi inferiori (e in breve tempo), che i paesi colpiti si sottometteranno alla pressione protezionista e non si attrezzeranno per fare senza l’America e trovare altri mercati, che anzi continueranno a riconoscere all’America il potere e l’influenza di oggi, che le previsioni di contrazione dell’economia sono false. Ai primi, circoscritti test elettorali di questa settimana, s’è visto che il credito di fiducia a Trump non è illimitato, e s’è votato prima del “Liberation day”.