Obama in guerra è un maledetto dettaglista e ignora gli imperativi morali

Barack Obama sta valutando le diverse opzioni militari a disposizione per decidere se quella contro Bashar el Assad sarà una fulminea spedizione punitiva – “giusto abbastanza muscolare da non apparire ridicola”, come ha detto un funzionario dell’Amministrazione al Los Angeles Times – o qualcosa di più articolato, ma ha già stabilito lo sfondo ideale su cui l’intervento si staglia: uno sfondo legalista fatto di linee rosse e codicilli internazionali, un mosaico di dettagli da considerare con l’occhio analitico del professore di diritto ad Harvard, non con lo sguardo sintetico del leader del mondo libero. Raineri Doppio strike: prima Assad, poi il jihad - Carretta Multilateralista, a moi? Hollande è pronto ad andare in Siria senza Onu - L'editoriale Bonino e le basi della politica estera
29 AGO 13
Ultimo aggiornamento: 06:03 | 15 AGO 20
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Barack Obama sta valutando le diverse opzioni militari a disposizione per decidere se quella contro Bashar el Assad sarà una fulminea spedizione punitiva – “giusto abbastanza muscolare da non apparire ridicola”, come ha detto un funzionario dell’Amministrazione al Los Angeles Times – o qualcosa di più articolato, ma ha già stabilito lo sfondo ideale su cui l’intervento si staglia: uno sfondo legalista fatto di linee rosse e codicilli internazionali, un mosaico di dettagli da considerare con l’occhio analitico del professore di diritto ad Harvard, non con lo sguardo sintetico del leader del mondo libero.
L’intellettuale Leon Wieseltier, inesauribile portabandiera degli interventisti liberal in rotta, sul magazine New Republic inquadra il ponderare bellico di Obama nel vuoto ideale della sua filosofia: “Quello che ha risvegliato il presidente è il problema delle armi di distruzione di massa e quello della legge internazionale, non la questione umanitaria né quella strategica”. Obama si muove sul piano tattico, scevera i piani che il Pentagono fa arrivare sulla scrivania dello studio Ovale, calcola costi e benefici di un attacco unilaterale mentre l’alleato inglese lavora ai fianchi l’Onu presentando una bozza di risoluzione e la Russia si mette di traverso con la solita “intransigenza”, come spiega il dipartimento di stato. Il problema, sostiene Wieseltier, è che Obama è arrivato tardi. E il ritardo non mette a repentaglio soltanto l’efficacia di un’azione che, comunque verrà strutturata, arriva dopo due anni di guerra e oltre centomila morti, ma ne pregiudica il significato: “La Casa Bianca vuole l’intervento senza l’interventismo”, scrive Wieseltier, spiegando che un “fiume di commentatori di sinistra” sta chiedendo al presidente di mantenere separati il piano strategico-politico e quello tattico, perché l’America “agisca ma senza cambiare atteggiamento”.
Wieseltier ha sostenuto dall’inizio della guerra civile la necessità di un intervento americano; lo ha fatto dalle colonne di New Republic e mettendo la sua firma in calce a petizioni formali dirette alla Casa Bianca, specificando con il solito incedere tagliente che la guerra non è un fatto strettamente militare. E’ questione di intenzione e scopo, ha a che fare con la dimensione morale e con la concezione del mondo che questa genera. Il presidente ha deciso di intervenire non per rispondere a un imperativo morale, ma a un imperativo legale. La linea rossa inscritta nella coscienza degli interventisti liberal come Wieseltier – sostenitori della democrazia e del rovesciamento dei tiranni – è stata superata quando Assad ha preso a bombardare il suo popolo, e nella più ampia guerra delle idee, dei valori umanitari e dei modelli di civiltà il passaggio alle armi chimiche è moralmente indifferente. Le armi convenzionali di Assad hanno fatto molti più morti delle testate con il gas sarin. Nella logica legalista di Obama l’apparizione delle armi di distruzione di massa, il grilletto dell’azione militare, è “una copertura sotto forma di missili cruise” che impedirà al regime siriano di ricreare orrori simili a quello di Ghouta, ma non di fermare Assad, il quale ha ampiamente dimostrato di poter massacrare senza bisogno di mezzi non convenzionali. Sempre che la Casa Bianca prosegua sull’idea della “sberla” al regime che il linguaggio prudente di questi giorni sembra suggerire. “Assad sarà punito – scrive Wieseltier – e sarà lasciato al suo posto, cioè rimarrà impunito. Se sceglierà di non usare mai più le armi chimiche, allora le sue stragi non saranno più disturbate. Se dobbiamo fare qualcosa, e dopo tutto c’è una linea rossa, faremo qualcosa, così potremo tornare a non fare niente”.
La sintesi di Wieseltier è brutale, ma riflette bene il ripiegamento degli interventisti liberal che, anche all’interno dell’Amministrazione, si sono spostati dall’idea della guerra come strumento per fermare un massacro che dovrebbe far inorridire ciò che rimane della coscienza dell’occidente a mera opportunità tattica subordinata alle condizioni legali della burocrazia sovranazionale. E la scomparsa del movimento pacifista che ruggiva negli anni di Bush ha coperto il temporeggiare di Obama. Un’inchiesta del giornale online BuzzFeed racconta con gran copia di dati l’erosione della galassia di associazioni e movimenti che durante la guerra in Iraq agitava piazze reali e digitali. La fondatrice di Code Pink, uno degli organismi che resistono nonostante la crisi del pacifismo, tira le somme: “Il movimento contro la guerra è l’ombra di quello che è stata durante gli anni di Bush”. Lo stesso vale per l’interventismo liberal, che ha costruito l’impianto filosofico dell’intervento umanitario salvo poi appiattirsi sul pragmatismo obamiano e lasciare in prima linea soltanto i Wieseltier e altre rare eccezioni.