(foto Ansa)

Luana D'Orazio: i titolari della ditta patteggiano e i populisti si scatenano

Ermes Antonucci

La giudice per l’udienza preliminare di Prato ha accolto l’accordo di patteggiamento raggiunto tra la procura e i legali dei due titolari dell'azienda in cui perse la vita la giovane operaia, innescando una scia di reazioni indignate e populiste nel mondo politico, sindacale e non solo

Un’ondata di indignazione ha accolto la notizia del patteggiamento ottenuto dai titolari della ditta tessile di Montemurlo (Prato) in cui il 3 maggio 2021 morì Luana D’Orazio, giovane operaia di 22 anni. La giudice per l’udienza preliminare di Prato, Francesca Scarlatti, ha accolto l’accordo raggiunto tra la procura e i legali di due dei tre imputati: due anni di reclusione per Luana Coppini, titolare della ditta in cui è avvenuto l’incidente mortale, e un anno e sei mesi per il marito Daniele Faggi, ritenuto titolare di fatto della ditta (per entrambi c’è la sospensione condizionale della pena). La proposta di patteggiamento è stata concordata con la procura, che ha posto come condizione l’effettivo pagamento del risarcimento alla famiglia della vittima, stabilito in un milione di euro. La giudice ha invece deciso di rinviare a giudizio il terzo imputato, il manutentore Mario Cusimano, che affronterà un processo con rito ordinario per le accuse di omicidio colposo e rimozione dolosa di cautele antinfortunistiche. D’Orazio morì dopo essere rimasta incastrata in un macchinario (un orditoio) su cui stava lavorando, che secondo l’accusa sarebbe stato manomesso con la disattivazione dei dispositivi di sicurezza, al fine di aumentarne la produttività. 

 

La notizia del patteggiamento ottenuto dai titolari dell’azienda, soprattutto la notizia che questi non andranno in carcere, ha scatenato una scia di reazioni indignate e populiste nel mondo politico, sindacale e non solo. “Finché imprenditori senza scrupoli la faranno franca in questo modo, finché non ci saranno sanzioni pesanti e magari una procura nazionale contro gli omicidi sul lavoro, ogni parola ulteriore sarà inutile”, ha affermato il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, dimenticandosi che a dare l’ok al patteggiamento sono stati sia l’accusa sia il giudice.

 

Carlo Verdelli, direttore di Oggi, su Twitter ha commentato: “E dunque Luana D’Orazio, 22 anni, madre, è stata straziata dalle lame di un orditoio a cui erano state rimosse le protezioni. La Giustizia ha punito i titolari della ditta con un po’ di carcere che non faranno. Morire di lavoro non comporta effetti importanti tranne per chi muore” (e pazienza se, in realtà, l’orditoio non ha lame). Sulla Stampa, Michela Marzano ha parlato di “sentenza che umilia Luana e i morti sul lavoro”, evocando “le lacrime degli oppressi” e la “violenza da parte degli oppressori”, con un linguaggio di stampo sessantottino. 

 

Tutto ciò come se la condanna esemplare al carcere costituisse l’unica pena giusta (che poi è esattamente quanto sostenuto da Salvini quando a essere coinvolti in casi giudiziari sono gli stranieri). 

 

“La soluzione del patteggiamento è stata raggiunta applicando rigorosamente la legge”, dichiara al Foglio l’avvocato Barbara Mercuri, che insieme ad Alberto Rocca ha difeso i due imputati che hanno patteggiato. “Purtroppo un processo non può ridare vita a chi l’ha persa. La funzione del processo è trovare delle soluzioni che diano ristoro a tutti”. “Il risarcimento del danno – aggiunge Mercuri – è intervenuto in tempi rapidissimi e in maniera seria, inoltre gli indagati hanno avuto un atteggiamento di collaborazione per fare chiarezza su quanto avvenuto”. “Noi pensiamo che le cose siano andate diversamente da quanto emerso dalle indagini – prosegue – avremmo infatti voluto fare il processo. Ma gli imputati, pur di chiudere questa vicenda, che è dolorosa per tutti, hanno deciso di rinunciare a difendersi proprio per consentire una rapida definizione della vicenda”. “Quello che si dimentica sempre quando si parla di patteggiamento è che lo stato concede uno sconto di pena a fronte della rinuncia dell’imputato a un diritto fondamentale come quello di difesa”. 

 

“Non è la pena esemplare che rieduca le persone, lo abbiamo capito in duemila anni di diritto”, conclude Mercuri. “Bisogna piuttosto fare cultura, informazione, esortare all’osservanza delle regole affinché gli incidenti sul lavoro non avvengano più”. 

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