cortocircuito

Il pregiudicato Davigo fa ancora il giudice (tributario). Il paradosso del moralizzatore

Ermes Antonucci

Dopo aver sostenuto per anni che i politici dovrebbero dimettersi appena sfiorati da un avviso di garanzia, Davigo non si dimette dopo essere stato condannato in via definitiva per rivelazione di segreto d’ufficio e anzi continua a svolgere l’attività di giudice nel settore tributario

Nonostante a dicembre sia stato condannato in via definitiva per rivelazione di segreto d’ufficio, Piercamillo Davigo è ancora in servizio come giudice tributario. Anche con una carica di rilievo: presidente della tredicesima sezione della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Milano. Dopo essere andato in pensione come magistrato ordinario nel 2020 al compimento dei settant’anni, Davigo è infatti rimasto in servizio come giudice tributario, per il quale l’età pensionabile è invece fissata a settantacinque anni (Davigo li compirà a ottobre). 

 

Si è di fronte al più grande cortocircuito del moralismo davighiano: dopo aver sostenuto per trent’anni che i politici dovrebbero dimettersi appena sfiorati da un avviso di garanzia, dopo aver continuamente randellato i partiti che candidavano o presentavano al loro interno soggetti indagati o condannati anche soltanto in primo grado, il magistrato simbolo di Mani pulite non si dimette dopo essere stato condannato in via definitiva per un reato grave che riguarda l’attività giudiziaria (rivelazione di segreto d’ufficio) e anzi continua a svolgere l’attività di giudice, seppur nel settore tributario, garantendo chissà quale immagine di correttezza ed equilibrio ai cittadini che si ritrovano ad aver a che fare con una causa fiscale. 

 

All’evidente incoerenza di Davigo, si aggiunge l’inerzia di coloro che, per legge, dovrebbero intervenire per sospenderlo dall’incarico. Il regolamento per i procedimenti disciplinari nei confronti del giudice tributario prevede infatti che questi debba essere sospeso obbligatoriamente dall’incarico e dal compenso quando, tra le altre cose, “è condannato con sentenza definitiva o con sentenza di primo grado confermata in appello, per un delitto commesso con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o a un pubblico servizio”. I soggetti in questione, chiamati ad attivare il procedimento disciplinare che porta alla sospensione, sono la presidenza del Consiglio dei ministri (nella persona del sottosegretario Alfredo Mantovano) o la commissione tributaria regionale nella cui circoscrizione presta servizio il giudice tributario. Non risulta, tuttavia, che il procedimento in questione sia stato aperto. 

 

Davigo è stato condannato per aver convinto, nelle vesti di componente del Consiglio superiore della magistratura, il pm milanese Paolo Storari a consegnarli nel marzo 2020 i verbali coperti da segreto di Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria (in seguito rivelatasi inesistente). Storari si era mosso con l’intenzione di tutelarsi dall’inerzia a suo dire praticata dai vertici della procura attorno all’inchiesta. Dall’altra parte, Davigo convinse il pm milanese a consegnarli i verbali segreti, sostenendo che ai consiglieri del Csm, come lui, non era opponibile il segreto. Una tesi bocciata nettamente in sede giudiziaria. Davigo è infatti stato condannato in primo grado e in appello a un anno e tre mesi (pena sospesa).

 

Lo scorso dicembre la Corte di cassazione ha dichiarato irrevocabile la condanna per rivelazione di segreto d’ufficio (i verbali erano segreti e fu un reato farseli consegnare), mentre ha annullato con rinvio la parte della sentenza d’appello che riguarda la rivelazione a terzi dei verbali. Dopo aver ricevuto i verbali secretati, infatti, l’ex pm ne rivelò il contenuto a svariati membri del Csm e persino a un senatore, Nicola Morra. La pena complessiva, quindi, andrà rideterminata. 

 

Intanto una cosa è certa: la condanna definitiva di Davigo per la rivelazione del segreto d’ufficio, determinata dall’aver convinto Storari a consegnare i verbali secretati di Amara. Una condotta avvenuta in palese violazione dei doveri che riguardano la funzione di consigliere del Csm, e che dunque appare rientrare  tra le condizioni che impongono la sospensione obbligatoria del giudice tributario. 

 

Ciò che più colpisce, però, è l’assoluto venir meno di Davigo ai princìpi cardine del davighismo. L’ex pm ha continuato a fare il giudice tributario non solo dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, ma persino dopo la condanna in primo grado, in appello e infine in Cassazione. Alla faccia dei politici moralizzati in tutti questi anni. 
   
 

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  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]