l'intervista

Tutte le bufale di Gratteri & Co. sulle intercettazioni. Parla il procuratore di Parma

Ermes Antonucci

"Sulla riforma che introduce un tetto di 45 giorni alle intercettazioni si è sviluppato un allarmismo ingiustificato, con messaggi sbagliati al pubblico", dice Alfonso D'Avino. "Falso che non si potrà più intercettare sui sequestri di persona"

“Attorno alla riforma delle intercettazioni si è sviluppato un allarmismo ingiustificato, che rischia di far arrivare all’opinione pubblica messaggi sbagliati”. Lo dice al Foglio il procuratore di Parma, Alfonso D’Avino, riferendosi alla riforma delle intercettazioni approvata nei giorni scorsi dal Parlamento, a prima firma Pierantonio Zanettin (Forza Italia), che fissa a 45 giorni il limite per poter intercettare. L’approvazione della riforma è stata duramente criticata da diversi magistrati, come il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, quello di Prato Luca Tescaroli e il pm Nino Di Matteo. Eppure, sottolinea D’Avino, “sono almeno tre i messaggi sbagliati” che sono stati veicolati in questi giorni. “Primo, che non si potranno svolgere intercettazioni per più di 45 giorni. Non è vero”, afferma il procuratore di Parma.

 

“Oggi, con la legge attuale, l’intercettazione può essere richiesta quando esistono gravi indizi di reato e quando sia assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. Dopo i primi 15 giorni può essere richiesta la proroga delle intercettazioni per un numero indefinito di volte, ovviamente entro i termini delle indagini preliminari, qualora permangano i presupposti iniziali dei gravi indizi di reato e dell’assoluta indispensabilità. E’ una formula vaga. Tant’è che l’accoglimento da parte del gip della richiesta di proroga del pm è diventato quasi un automatismo. Così oggi spesso si va avanti con le intercettazioni per mesi e mesi”. “La riforma approvata dal Parlamento – prosegue D’Avino – richiede semplicemente che l’assoluta indispensabilità delle intercettazioni debba essere ‘giustificata dall’emergere di elementi specifici e concreti’. In altre parole bisogna dimostrare che sia emerso in concreto qualcosa che consenta di proseguire con le captazioni”. 

 

“Il secondo messaggio sbagliato che è passato dal dibattito di questi giorni è che questa riforma non consentirebbe intercettazioni in casi gravi, ed è stato più volte riportato l’esempio del sequestro di persona a scopo di estorsione. Questo esempio è assolutamente destituito di fondamento. Qualcuno ha sostenuto che ora i sequestratori, conoscendo le nuove norme, faranno la telefonata per chiedere il riscatto al 46esimo giorno, per evitare di essere di essere intercettati, laddove in precedenza la telefonata poteva arrivare anche dopo sei mesi. A prescindere dalla circostanza che mi chiedo dove siano tutti questi sequestri a scopo di estorsione (non siamo mica più agli anni Settanta), il sequestro di persona è uno di quei reati – come quelli di mafia, di terrorismo, di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti – per i quali si applica non già la disciplina ordinaria, ma quella prevista dall’art. 13 della legge n. 152/1991, e dunque non è affatto previsto il limite dei 45 giorni. Non c’è quindi nessuna ragione di allarmare l’opinione pubblica”, spiega il procuratore D’Avino. 

 

“Il terzo messaggio sbagliato è che la riforma finirà per proteggere i potenti e i colletti bianchi. Anche questo è falso, perché i reati più gravi contro la Pubblica amministrazione, puniti con pena massima non inferiore a cinque anni, rientrano anch’essi nelle deroghe previste dalla legge 152/1991”, aggiunge D’Avino. 

 

Detto ciò, prosegue D’Avino, “si potrebbe legittimamente ritenere non sufficiente il termine dei 45 giorni, ma mi sembra assurdo dire ‘no’ a priori e alzare le barricate. Ritengo giusto che, trascorso un periodo di tempo, che può essere di 45 o di 60 giorni, a un certo punto si tracci una riga e si veda se dalle intercettazioni siano emersi elementi utili. L’alternativa è che si passi mesi e mesi a intercettare senza raccogliere alcuno spunto di indagine”.

 

Noi magistrati non dobbiamo usare le intercettazioni andando alla pesca, sprecando energie lavorative, oltre che soldi, nella speranza che prima o poi qualcosa esca”, dice D’Avino, ammettendo che tra diversi colleghi “si è diffusa una concezione sbagliata delle intercettazioni come mezzo di prova e non come mezzo di ricerca della prova, come previsto dal codice”. 

 

Insomma, la riforma non determina nessun via libera ai delinquenti e nessuna fine del mondo per i pm. “Si è cercato di riportare l’intercettazione nel suo giusto binario di strumento di ricerca della prova. Con qualche intercettazione in meno, magari fatta meglio, e con lo svolgimento di attività di indagine collaterali, come osservazioni, pedinamenti e controlli, si possono raggiungere gli stessi risultati investigativi”, conclude D’Avino. 
 

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  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]