retroscena
Un nuovo sindacato dei magistrati, alternativo all’Anm. L’idea delle toghe
Un gruppo di toghe sta valutando di creare un nuovo sindacato della magistratura, alternativo all'Associazione nazionale magistrati, per ribellarsi alla sua trasformazione in vero e proprio partito politico. Spunti, timori e il precedente storico dimenticato

Ansa
Creare un nuovo sindacato della magistratura, alternativo all’Associazione nazionale magistrati. E’ questa l’idea che, come risulta al Foglio, un gruppo di toghe sta valutando per reagire all’involuzione vissuta dall’Anm, che negli ultimi mesi si è trasformata in un vero e proprio soggetto politico. Le scene di giubilo viste dopo la vittoria del No al referendum, con balli e cori da stadio rivolti da magistrati contro la premier Meloni e i colleghi che si erano schierati per il Sì, sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso nella mente di tanti pm e giudici. Che ora pensano di dare una scossa alla magistratura. Tante le ragioni alla base dell’insofferenza dei magistrati nei confronti dell’Anm: l’assenza di una vera autocritica e riforma interna dopo lo scandalo delle correnti, la costituzione di un Comitato per il No e la realizzazione di una campagna referendaria fondata sulla menzogna e sull’allarme democratico, la pretesa di sedere al tavolo per scrivere le riforme della giustizia, contro ogni principio di separazione dei poteri.
Insomma, l’Anm oggi sembra tutto fuorché un sindacato di funzionari pubblici. La campagna referendaria non ha fatto altro che certificare la trasformazione dell’Anm da sindacato in soggetto politico. E questa involuzione non piace a tanti magistrati. In primis coloro che si sono esposti in favore della riforma Nordio. Ma c’è anche una fetta consistente riconducibile all’area della “magistratura moderata” che sta vivendo con mal di pancia le mosse dell’Anm, ancor di più dopo l’elezione a presidente di Giuseppe Tango, che durante la campagna referendaria si spinse a parlare di “deriva autoritaria” del governo e che è schiacciato sulle posizioni delle correnti di sinistra.
L’istituzione di un sindacato alternativo all’Anm è stata invocata in massa sui social negli ultimi giorni, e diversi magistrati starebbero seriamente valutando di percorrere questa strada. I nomi che circolano, ma non ci sono conferme, sono innanzitutto quelli delle toghe che con coraggio si sono schierati per il Sì, contro i dettami dell’Anm: Andrea Mirenda (consigliere togato indipendente al Csm), Rosita D’Angiolella (consigliera di Cassazione ora distaccata alla presidenza del Consiglio, molto vicina al sottosegretario Mantovano), Natalia Ceccarelli (che sabato scorso si è dimessa dal direttivo Anm rivolgendo parole di fuoco ai suoi colleghi), Giacomo Rocchi (presidente della prima sezione della Cassazione), la giudice Carmen Giuffrida (tra i promotori del gruppo dei magistrati per il Sì), infine procuratori come Giuseppe Capoccia (Lecce) e Alfonso D’Avino (Parma).
Poi c’è una buona fetta di toghe iscritte a Magistratura indipendente (Mi), in rivolta contro la dirigenza della corrente, che ha acconsentito all’elezione di Tango a presidente dell’Anm, vista come la consegna alla sinistra giudiziaria della guida del sindacato.
La volontà di dare una scossa alla magistratura associata c’è. La creazione di un nuovo sindacato, d’altronde, non rappresenta un attentato alla magistratura. Al contrario, è la presenza di un unico sindacato dei magistrati a costituire un’anomalia tutta italiana. L’Anm sostiene di riunire il 96 per cento dei magistrati italiani, circa 9.000. Nessun altro sindacato di funzionari pubblici può vantare questi numeri, che rappresentano l’antitesi del pluralismo delle idee (non a caso, negli altri paesi europei sono presenti numerose associazioni togate, in Spagna addirittura quattro).
Alla volontà di cambiamento, però, si accompagnano anche dubbi e timori, legati soprattutto alla difficoltà di riuscire a ottenere l’adesione al nuovo sindacato di un numero rilevante di magistrati. “Servirebbero almeno 800-1000 iscritti”, confida al Foglio un magistrato. In realtà, anche la creazione di un sindacato alternativo all’Anm con soltanto 200 o 300 iscritti iniziali avrebbe un impatto rivoluzionario nella magistratura associata. Questo perché il nuovo sindacato potrebbe esporsi pubblicamente con posizioni diverse da quelle dell’Anm, partecipare con propri rappresentanti alle audizioni (se richieste) in Parlamento che riguardano l’elaborazione di riforme sulla giustizia, e tornare a occuparsi dei problemi reali (sindacali) dei magistrati, anziché quelli politici e ideologici. Servirebbe il coraggio di fare il primo passo, la qualità dell’attività svolta poi farebbe aumentare le adesioni.
C’è, infine, un precedente storico importante, ma dimenticato, che potrebbe incoraggiare i magistrati “No Anm”. Dal 1961 al 1979 in Italia sono esistiti due sindacati dei magistrati. All’Anm, infatti, si affiancò l’Unione magistrati italiani (Umi), costituita soprattutto da magistrati di Cassazione e di Corte d’appello, contrari all’abolizione della carriera interna alla magistratura. Gli scopi dell’Umi vennero sintetizzati in un programma di otto punti pubblicato nel 1961 e che abbiamo recuperato. Il quarto punto recitava: “Mantenere la magistratura al di fuori e al di sopra di qualsiasi partito politico, come organo sovrano e indipendente, e impedire quindi infiltrazioni di elementi politici e di princìpi demagogici”. Più attuale di così.
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]
