Il processo Garlasco manda al macero due secoli di garantismo

Stasi era colpevole perché guardava i porno. Sempio perché scriveva cose turpi su un forum di seduzione online. Prima i magistrati vedevano il cadavere e cercavano il colpevole. Oggi vedono il colpevole e cercano il cadavere nei sogni inconfessabili e nelle fobie nascoste

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:36 PM
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LaPresse

Stasi era colpevole perché guardava i porno. Sempio perché scriveva cose turpi su un forum di seduzione online. Senza dimenticare quel Bossetti che si faceva troppe lampade e Amanda Knox che fumava le canne. Il reato vero e proprio – quale che sia – è un pretesto per passare al setaccio la vita del sospettato e trovarvi le premesse. Per quanto ci si sia fatto il callo, non è stato sempre così.
Foucault, in un corso del 1975 al Collége de France sugli “anormali”, ha individuato la svolta alla fine dell’Ottocento, quando la psichiatria fa il suo ingresso trionfale nei tribunali. Da quel momento il processo si sdoppia: accanto al reato compare l’uomo che ne è l’autore, con la sua biografia, il carattere, le abitudini, le manie. Prima i magistrati vedevano il cadavere e cercavano il colpevole. Oggi vedono il colpevole e cercano il cadavere nei sogni inconfessabili, le fobie nascoste, i vizi, le letture notturne. Alleato con il potere psichiatrico, quello giudiziario è chiamato a decidere in che misura uno ha la tendenza a sbandare, e interviene per riportarlo sulla retta via: “Il vile mestiere di punire si trova così trasformato nel bel mestiere di guarire”. Per mesi e anni si commentano le pagelle scolastiche, le chiacchiere del paese, la cronologia del browser, i comportamenti sessuali ascoltando le ex. Nessuno si chiede quanto queste informazioni c’entrino. Di solito, nulla. Pazienza. Ci preme soltanto sapere quanto l’uomo “assomigliava già al proprio crimine prima di commetterlo”. Il che è davvero singolare, se ci si pensa: il diritto penale moderno nasce per impedire queste aberrazioni. Il codice napoleonico stabiliva che il giudice deve concentrarsi sui fatti, non sulle persone.
Stiamo mandando al macero due secoli di garantismo per accertare se Stasi guardava video sconvenienti e Sempio scriveva nefandezze. Abbiamo trasformato il processo in uno strumento di igiene sociale preventiva, un “potere di normalizzazione” al quale non interessa punire chi ha sbagliato ma riconoscere in anticipo chi potrebbe farlo. La domanda non è più se Tizio o Caio si sono macchiati di un crimine ma se la loro vita ve li predispone. Se le indagini sugli affari privati dell’imputato non finiscono mai, è perché le strade della devianza sono infinite, e ci sono sempre nuovi dettagli da scoprire, che lo inchiodano. Se, uscito di scena lui, è così facile trovarne un altro, è perché in base a questi criteri il colpevole può essere chiunque. Per sfuggire ai sospetti basterebbe essere normali. Il problema è che siamo tutti delinquenti virtuali in attesa dell’occasione propizia. 
Il potere giudiziario, più che raggiungere la verità, cerca di rassicurare, incassando subito la nostra solidarietà, perché vogliamo avere se non altro l’illusione di dormire sonni tranquilli. Non ci scandalizza un innocente in cella, purché sia un vizioso. E purché non siamo noi.