Paradosso Delmastro: condannato anche in appello dopo tre richieste di assoluzione

L'ex sottosegretario condannato dalla Corte d'appello di Roma a otto mesi per aver rivelato al collega Donzelli i colloqui segreti di Cospito in carcere. I pm hanno chiesto tre volte di scagionarlo

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20 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:05 PM
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Foto Ansa

Per tre volte l’accusa ha chiesto di scagionare l’imputato e per tre volte i giudici hanno deciso diversamente. La conferma da parte della Corte d’appello di Roma della condanna a otto mesi nei confronti dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio sembra una sorta di spot contro la separazione delle carriere tra pm e giudici. Vale a dire la riforma delineata dal ministro Nordio e poi bocciata al referendum di marzo. Delmastro è stato di nuovo riconosciuto colpevole di aver rivelato al suo collega di partito Giovanni Donzelli informazioni “a limitata divulgazione” su alcuni dialoghi dell’anarchico Alfredo Cospito in carcere con alcuni mafiosi al 41 bis. Informazioni poi utilizzate il 31 gennaio 2023 da Donzelli in un intervento alla Camera per attaccare duramente i parlamentari del Pd che avevano svolto un’ispezione nel carcere di Sassari, in cui era richiuso l’anarchico (“Voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello stato o dei terroristi con la mafia!”, gridò Donzelli).
Inizialmente, al termine delle indagini, i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione ritenendo sussistente la violazione del segreto amministrativo, ma escludendo la punibilità per “assenza dell’elemento soggettivo”, ritenendo cioè che Delmastro non fosse consapevole che l’atto fosse coperto da segreto. Il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta della procura, disponendo l’imputazione coatta e obbligando i pm a formulare l’accusa. Si è arrivati così al processo di primo grado, dove sono stati ascoltati diversi testimoni chiave del ministero della Giustizia e del mondo politico: l’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), Giovanni Russo, il deputato Giovanni Donzelli, diversi ufficiali e dirigenti del Dap, del Gom e del Nic che hanno redatto le relazioni e le informative sulle conversazioni in carcere tra Cospito e i boss mafiosi. Al termine del processo di primo grado i pm romani hanno chiesto l’assoluzione per Delmastro sostenendo che le notizie “erano segrete per legge”, ma che mancasse l’elemento soggettivo (cioè il dolo), nel senso che Delmastro non sapeva che le informazioni da lui divulgate fossero segrete.
Nonostante la richiesta, il tribunale di Roma ha condannato l’ex sottosegretario a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio, con in più un anno di interdizione dai pubblici uffici. Nelle motivazioni, i giudici evidenziano come “le notizie comunicate dall’imputato all’onorevole Donzelli rientrassero e rientrino nell’ambito del segreto di ufficio e avessero la copertura penale prevista dall’art 326 c.p. (rivelazione di segreto, ndr); che la comunicazione di tali notizie abbia comportato un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità e che il Delmastro Delle Vedove non può essere ritenuto tanto leggero e superficiale, come per certi versi vorrebbero difesa e procura, da non aver considerato e non essersi reso conto della valenza e delicatezza, in definitiva della segretezza di quelle informazioni”. Insomma, nessun dubbio sulla segretezza delle informazioni ricevute dal Dap né sulla consapevolezza da parte di Delmastro della natura segreta del materiale.
La sentenza di condanna è stata impugnata da Delmastro e, al termine del processo d’appello, il procuratore generale ha chiesto nuovamente l’assoluzione dell’ormai ex sottosegretario, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. In altre parole, a differenza del processo in primo grado, la procura generale ha fatto un passo ulteriore: non ha sostenuto che Delmastro non fosse a conoscenza della segretezza delle informazioni ricevute dal Dap, ma ha affermato che non vi fosse certezza sulla natura segreta degli atti e che, pur in presenza di una loro limitata divulgazione, nessuno ne avesse formalmente segnalato la riservatezza. Non una lettura convincente, a dire il vero, altrimenti non si comprenderebbe il senso di apporre sugli atti in questione l’espressione “a limitata divulgazione”.
Anche i giudici d’appello devono averla pensata così, e hanno confermato la condanna a otto mesi di reclusione e a un anno di interdizione dai pubblici uffici nei confronti di Delmastro. “Non condivido la decisione della Corte d’appello, ma ne prendo atto”, ha detto l’ex sottosegretario. “Non ho intenzione di fermarmi qui. Andrò fino in Cassazione, con quattro richieste assolutorie, nella certezza di riuscire finalmente a dimostrare la correttezza del mio operato, senza se e senza ma”, ha aggiunto Delmastro. Sarà la Cassazione, quindi, a mettere la parola fine sulla vicenda.