Cairo smonta il teorema dei pm di Firenze sulle stragi di mafia

L’editore di La7 e Rcs, sentito come teste al processo a carico di Salvatore Baiardo, affonda la procura di Firenze: la decisione di interrompere la messa in onda del programma di Giletti non fu le pressioni da parte di Silvio e Paolo Berlusconi, preoccupati per le “rivelazioni” dell'ex gelataio di Omegna a "Non è l'Arena"

11 GIU 26
Immagine di Cairo smonta il teorema dei pm di Firenze sulle stragi di mafia

Urbano Cairo (foto di Guido Calamosca per LaPresse)

Ma quali pressioni da parte di Silvio e Paolo Berlusconi, preoccupati per le “rivelazioni” di Salvatore Baiardo in tv da Massimo Giletti sui presunti rapporti tra i due imprenditori e Cosa nostra. “Nel 2023 ho chiuso il programma ‘Non è l’Arena’ perché in sei anni ci ha fatto perdere 21 milioni di euro, e con le otto puntate tagliate in anticipo abbiamo risparmiato 1 milione e mezzo di euro”. Parole di Urbano Cairoascoltato ieri come testimone al tribunale di Firenze nel processo a carico di Salvatore Baiardo, accusato di calunnia aggravata dall’agevolazione a Cosa nostra. Convocato in tribunale alle nove e mezza del mattino, il presidente di La7 e Rcs ha dovuto attendere fino alle due del pomeriggio prima di testimoniare. Dopo oltre quattro ore di attesa, Cairo sale sul banco dei testimoni con sguardo serio, quasi spazientito, e inizia a elencare una serie di dati e informazioni che smontano tutto l’impianto accusatorio dei pm. Per la procura, l’editore di La7 decise di interrompere la messa in onda del programma di Giletti in seguito alle dichiarazioni fatte da Baiardo in tv su un incontro avuto nel 2011 con Paolo Berlusconi, e dopo essere venuto a sapere della vicenda della presunta fotografia mostrata da Baiardo a Giletti nel 2022 ritraente Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano e all’ex generale Francesco Delfino.
Cairo demolisce una per una le ipotesi avanzate dai pm. Smentisce di aver sentito Silvio Berlusconi dopo la messa in onda di quelle puntate, di aver raccolto sue lamentele, e poi di aver incontrato Giletti nel marzo 2023 suggerendogli di incontrare a sua volta il leader di Forza Italia. È stato Giletti a riferire questa circostanza e a raccontarla anche al magistrato Nino Di Matteo, pure lui sentito ieri come teste. “Ma cosa sta combinando Giletti?”, avrebbe detto Silvio Berlusconi a Cairo. Che però ha smentito di aver mai ricevuto telefonate dal suo ex datore di lavoro in Publitalia. “Quanto detto da Giletti è una falsità. Peraltro io non ho più incontrato Giletti dopo il 15 febbraio 2023. Questo è un fatto. Non potete verificarlo? Voi potete arrivare a fare qualsiasi cosa...”, ha detto Cairo ieri rivolgendosi ai pm Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio.
Cairo ha anche smentito di aver subìto pressioni da Paolo Berlusconi. “Mi inviò un messaggio con scritto ‘Vergognati’. Lo chiamai e gli dissi che non dovevo vergognarmi di niente. Io non intervengo sugli ospiti dei miei conduttori, punto. Non lo lasciai neanche parlare”. D’altronde, pur essendo legato da un rapporto di amicizia alla famiglia Berlusconi, Cairo spiega di non essere al servizio di quest’ultima: “Ho lavorato con Berlusconi per 14 anni, nel 1995 sono stato licenziato. Poi nel tempo abbiamo recuperato un bel rapporto, ma io sono un imprenditore autonomo e libero”, ha detto in modo deciso l’editore di La7.
Cairo ha spiegato che le ragioni dell’interruzione della messa in onda di “Non è l’Arena” furono semplicemente economiche. “Il programma è passato dal 7,1 per cento di share nel 2017 al 4,9 per cento nell’aprile 2023. Questo ha significato un calo dei ricavi pubblicitari e un aumento delle perdite”, ha detto Cairo, entrando poi ancora di più nel dettaglio: “Ogni singola puntata costava 160 mila euro, più 25 mila per gli ospiti, più 40 mila euro di compenso a Giletti. Ogni puntata costava 228 mila euro e raccoglieva nell’ultimo anno mediamente 78 mila euro sul piano pubblicitario”. Risultato: “Il primo anno abbiamo perso 2 milioni di euro, il secondo anno 3 milioni, il terzo anno 4 milioni e mezzo, il quarto anno 3,3 milioni, il quinto anno 4,2 milioni e il sesto anno 4 milioni con 25 puntate. In sei anni abbiamo perso 21 milioni e 300 mila euro”.
Non avendo ricevuto alcuna disponibilità da parte di Giletti sulla riduzione dei costi, esigenza più volte fatta presente al conduttore, alla fine si è giunti alla decisione di chiudere il programma: “Con le otto puntate tagliate abbiamo risparmiato 1 milione e 480 mila euro”.
I pm hanno manifestato un certo fastidio per le risposte di Cairo, arrivando a battibeccare con lui in un paio di occasioni. “Ha sciorinato una serie di dati con una memoria che le invidio”, ha affermato Gestri, per poi rivolgere a Cairo alcune domande piuttosto singolari: “Di ciò che avrebbero fatto le persone che lavoravano per Giletti non le interessava niente?”, “Glielo ha detto anche a Giletti che era dispiaciuto?”, “Quindi dopo che gli ha chiuso improvvisamente il programma non ha sentito il bisogno di dargli una giustificazione?”.
Di fronte alle difficoltà dei pm è stata la presidente del collegio giudicante, Anna Favi, a prendere in mano la situazione, improvvisandosi una sorta di analista televisiva in stile Aldo Grasso: “L’andamento dello share di ‘Non è l’Arena’ ha visto cali e risalite. Ciò che è strano è che il programma non è stato chiuso quando ha avuto un calo notevole, ma quando era risalito al 6 per cento dopo le ospitate di Baiardo...”. “Quello che conta è avere un programma che abbia una sua forza, indipendentemente dai picchi di share che solitamente sono irripetibili”, ha spiegato Cairo. La giudice ha insistito: “Ma nello stesso periodo risulta un calo costante per ‘Piazzapulita’, che è partito dal 6 per cento di share ed è arrivato al 5,1 per cento, però non è stato chiuso”. “La trasmissione ci costava molto di meno e attraeva molta più pubblicità. Quindi lo abbiamo tenuto”, ha risposto Cairo.
Insomma, il tentativo della procura di Firenze di tirare dentro pure Cairo nel grande teorema da fantagiustizia sulle stragi mafiose per ora è fallito.
Resta il paradosso di dover assistere a un processo basato formalmente su un’accusa di calunnia, ma finalizzato sostanzialmente a portare avanti l’accusa contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994. Prima o poi qualcuno (magari il ministro della Giustizia Nordio) dovrà spiegare agli italiani se tutto questo è normale.