il caso
Almasri condannato a Tripoli, ma il conto con l’Aja resta aperto
La giustizia libica gli infligge sette anni per torture ai detenuti, mentre la Corte penale internazionale continua a contestare crimini contro l’umanità. Sullo sfondo rimane il caso politico e giudiziario che ha coinvolto il governo italiano

Il tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Njeem Almasri a sette anni e quattro mesi di reclusione per aver "violato i diritti dei detenuti". La sentenza, emessa il 21 giugno, dispone anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. Per le autorità libiche è la conclusione di un procedimento avviato dalla Procura generale dopo segnalazioni di torture su dieci detenuti e la morte di un recluso, indicata dagli inquirenti come conseguenza di maltrattamenti. Per la Corte penale internazionale – che su Almasri ha un mandato d'arresto per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, tra cui omicidio, stupro e violenza sessuale commessi nel carcere di Mitiga a partire dal 2015 – il fascicolo resta aperto.
Almasri era il comandante delle Forze speciali di deterrenza (Rada), la potente milizia salafita di Tripoli guidata da Abdul Rauf Kara che controlla il carcere di Mitiga. In quel ruolo, Almasri era di fatto il responsabile della sicurezza della struttura, uno dei centri di detenzione più noti e più citati dalle ong per abusi sistematici su detenuti libici, stranieri e migranti.
La vicenda italiana era iniziata il 19 gennaio 2025, quando Almasri era stato arrestato dalla Digos a Torino, nei pressi dell'Allianz Stadium, dopo la fine di Juventus-Milan. Era in Italia dal 6 gennaio: aveva fatto scalo a Roma, poi si era spostato tra Francia, Germania e Belgio. Il 16 gennaio era stato fermato a Monaco di Baviera per un controllo di routine e l'Interpol aveva allertato gli stati sul suo percorso. Nonostante ciò, era entrato in Italia indisturbato. L'arresto era stato eseguito in forza del mandato Cpi, ma la Corte d'appello di Roma lo aveva scarcerato due giorni dopo, rilevando la mancata trasmissione degli atti di competenza ministeriale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, informato dalla questura di Torino il giorno stesso dell'operazione e dalla procura generale il giorno successivo, non aveva fatto pervenire alcuna richiesta di convalida. Il 21 gennaio Almasri era stato espulso dal ministero dell'Interno come "soggetto pericoloso" e imbarcato su un aereo militare italiano verso Tripoli, dove era atterrato accolto dai suoi uomini.
Le ragioni addotte dal governo (sicurezza nazionale, rischio per gli interessi italiani in Libia, flussi migratori) avevano trovato fondamento in una nota riservata con cui Tripoli aveva rivendicato la propria giurisdizione sul caso. L'Aise, secondo quanto emerso nelle successive indagini, aveva avvertito l'esecutivo che la consegna di Almasri all'Aia avrebbe potuto generare serie ripercussioni sui rapporti con le autorità libiche. Questo elemento era poi diventato il cardine della difesa dei ministri nelle fasi successive.
La procura di Roma aveva aperto un'inchiesta per favoreggiamento e peculato, iscrivendo nel registro degli indagati la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro Nordio, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il Tribunale dei ministri aveva poi archiviato la posizione di Meloni – ritenendo non accertata la sua partecipazione alle decisioni operative – e chiesto al Parlamento l'autorizzazione a procedere nei confronti degli altri tre per omissione di atti d'ufficio, favoreggiamento e peculato. La Camera aveva negato l'autorizzazione a ottobre 2025, con la maggioranza che aveva invocato la tutela dell'interesse pubblico e le indicazioni dei servizi di sicurezza. L'unica posizione rimasta esposta è quella di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del Guardasigilli, rinviata a giudizio per false informazioni al pubblico ministero con udienza fissata al 17 settembre. La Camera ha però votato ad aprile per sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale, di fatto sospendendo il procedimento per almeno un anno.
Nel frattempo, in agosto, un video aveva mostrato Almasri mentre picchiava un uomo per strada a Tripoli. L'autenticità era stata confermata dall'intelligence italiana, che aveva però precisato che le immagini risalivano al 2021 o al 2022. Il 5 novembre 2025 la Procura generale libica lo aveva arrestato con l'accusa di torture e omicidio ai danni di detenuti migranti nei centri sotto la sua responsabilità. La sentenza di oggi è l'esito di quell'arresto e l'ultimo atto di tutta la vicenda che ha coinvolto anche il nostro paese.
La condanna libica pone un problema di diritto internazionale che la sentenza di Tripoli non risolve. La Cpi, competente a valutare se il procedimento nazionale copra gli stessi fatti e soddisfi gli standard di genuinità previsti dal principio di complementarità, non è vincolata dal verdetto interno. Human Rights Watch ha ribadito che la Libia resta obbligata a cooperare con l'Aia in virtù del rinvio della situazione libica al procuratore della Corte da parte del Consiglio di sicurezza Onu nel 2011. Le accuse internazionali riguardano un quadro più ampio di quello esaminato da Tripoli: crimini sistematici contro oppositori politici, cristiani, persone sospettate di omosessualità, migranti, commessi all'interno di Mitiga sotto la direzione delle Forze speciali di deterrenza, la milizia salafita di Abdul Rauf Kara che controlla il carcere. Quella struttura è stata citata ripetutamente da organismi internazionali come luogo di detenzione arbitraria al di fuori di qualsiasi controllo giudiziario effettivo.
Per le autorità libiche il verdetto è una risposta alle pressioni internazionali e, insieme, una rivendicazione di sovranità giurisdizionale. Per la Cpi resta la questione di fondo: se e quando uno stato che ha riacquistato un imputato sottraendolo a un mandato internazionale possa chiudere il caso processandolo in proprio, e se una pena di sette anni per violazione dei diritti dei detenuti sia equiparabile, sul piano della giustizia sostanziale, alle accuse di crimini contro l'umanità formulate all'Aia.