Otto malati alla Consulta: “No all’estensione del suicidio assistito”

Otto malati, affetti da patologie irreversibili, si oppongono all'estensione della disciplina sulla morte assistita: "Non lasciate che il peso di difendere la nostra vita ricada soltanto su di noi, perché, per chi soffre, dire di sì alla vita ogni giorno non è una passeggiata"

23 GIU 26
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LaPresse

Oggi la Corte costituzionale tornerà ad affrontare il tema del fine vita. Per la prima volta in udienza saranno presenti sia tre malati che chiedono che venga ampliata la disciplina sul suicidio assistito, sia otto malati – anch’essi affetti da patologie irreversibili – che invece si oppongono alla morte assistita. Un confronto storico, anche sul piano simbolico. Per la terza volta la Corte costituzionale valuterà la legittimità dell’articolo 580 del codice penale che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio. Nel 2019, con la storica sentenza n. 242, la Corte ha introdotto una causa di non punibilità per i casi di aiuto al suicidio commesso nei confronti di chi si trova contestualmente in quattro condizioni: patologia irreversibile, sofferenza fisica o psicologica intollerabile, piena capacità di intendere e di volere, necessità di un trattamento di sostegno vitale. Proprio quest’ultimo “paletto” sarà al centro della decisione della Consulta: la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 580 c.p. è stata sollevata dal gip di Bologna, chiamato a pronunciarsi sulla vicenda di Paola, una donna di 89 anni affetta da Parkinson non dipendente da macchinari di supporto vitale, accompagnata in Svizzera nel 2023 per il suicidio assistito da Marco Cappato (tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni) e da due attiviste. Per loro, la Consulta dovrebbe allargare la possibilità di accedere al suicidio assistito anche ai malati che non dipendono da un trattamento di sostegno vitale. Una prospettiva alla quale si oppongono gli otto malati, ammessi a intervenire nel giudizio di costituzionalità (rappresentati dagli avvocati Mario Esposito e Carmelo Leotta), che chiedono che sia conservato il requisito del trattamento di sostegno vitale come condizione imprescindibile di accesso alla morte assistita.
Tra gli otto malati che si oppongono all’estensione della disciplina dell’eutanasia c’è Dario Mongiano, 64 anni, affetto da tetraparesi spastica, conseguenza di cerebropatia infantile, e da broncopatia asmatica. E’ laureato in filosofia a Torino e ha conseguito una specializzazione in bioetica a Roma. Ha fondato la casa famiglia “Piergiorgio Frassati”, a Moncalieri, che offre ospitalità a persone con gravi disabilità motorie. Con lui ci sono anche Lorenzo Moscon, 33 anni, affetto da triplegia spastica (laureato cum laude a Milano in Lingue straniere, attualmente consigliere comunale nel suo comune in provincia di Milano) e Maria Letizia Russo, 63 anni, persona affetta da atassia di Friedrich, sposata, madre di tre figli (vive a Palermo, ha fatto per anni l’avvocato e ora è dirigente scolastica).
“Se la Corte costituzionale facesse cadere il requisito del trattamento di sostegno vitale, la tutela della vita di queste persone sarebbe affidata soltanto alla loro capacità di dire di no al suicidio assistito”, spiega l’avvocato Leotta. “C’è una persona che ha spiegato molto bene la situazione con queste parole: ‘Noi la pistola (cioè il suicidio assistito) non la vogliamo usare, ma se ce la mettete carica sul tavolino per noi diventa molto più difficile difendere la nostra vita’. In altre parole: 'Non lasciate che il peso di difendere la nostra vita ricada soltanto su di noi, perché, per chi soffre, dire di sì alla vita ogni giorno non è una passeggiata'".
L’altro tema, spiega l’avvocato Leotta, è quello della dignità: “Come noto, lo Stato rende alcuni beni indisponibili ai suoi titolari, perché ritiene che si sia di fronte a un bene prezioso. Un esempio è costituito dalle persone minorenni, a cui è vietato prostituirsi, altrimenti commettono un reato. Allo stesso modo se la Consulta allargasse le maglie del fine vita consegnerebbe al malato la disponibilità della propria vita, disponibilità che peraltro le persone non malate non hanno (non possono ricorrere al suicidio assistito), ammettendo che la vita dei malati vale meno delle persone non malate”.
A prescindere da come la si pensi, una cosa è certa: in assenza di una legge sul tema, nel caso in cui la Consulta estendesse il suicidio assistito finirebbe per sostituirsi definitivamente al Parlamento e al legislatore.