L'editoriale dell'elefantino
Mauro Moretti, l’inscalfibile
Si possono pensare molte diverse vaghezze di questa storia finita con l'ex amministratore delegato in carcere, ma tutte di piombo. Di sicuro c’è che non siamo tutti uguali. La magnifica humanitas romagnola e l’orrore viareggino
27 GIU 26

Mauro Moretti, sindacalista della Cgil e poi capo delle Ferrovie, un romagnolo con rughe profonde e uno sguardo fin troppo serio, una faccia che intimidisce, un tratto di inscalfibilità che impressiona, è infine entrato in un carcere dove passerà alcuni anni. Un processo che durava dal 2009, quando un treno carico di gas Gpl deragliò di notte a Viareggio e un’esplosione tolse la vita a 32 persone, devastando un quartiere, è finito con questa sentenza. Tra altri imputati, a lui, amministratore delegato, era addebitato di non avere fatto quanto doveva per evitare la tragedia, nonostante abbia rispettato le norme di sicurezza che erano nella sua competenza di capo esecutivo. La tragedia dipende da un assile corroso che aveva ceduto, causando deragliamento ed esplosione. Il manager lamenta accanimento ed esemplarità carceraria nelle modalità del giudizio finale, ciò che i famigliari delle vittime della strage e i giudici contestano. La sentenza dice che, al di là delle norme precauzionali all’epoca esistenti, e tuttora in vigore, che l’imputato ha rispettato, vale il principio del neminen laedere, non nuocere ad alcuno, base giuridico-etica dell’idea stessa di responsabilità civile. Sta di fatto che Moretti, 72 anni, ha detto quel che pensava in propria difesa e si è fatto rinchiudere nel carcere di Orvieto.
Si possono pensare di questa storia molte diverse vaghezze, ma tutte di piombo: che è un’ingiustizia contro una persona priva di colpe specifiche, che un esito diverso sarebbe stato un’ingiustizia ancora maggiore e un segno di impunità per le vittime della strage, che bisogna celebrare con un concerto la punizione esemplare del reo, che il giudizio lega le mani e i piedi di qualunque manager e fa della responsabilità civile nel governo di un’azienda un’ordalia, una prova del fuoco alla quale sottoporre, fra lo strepito il dolore e il lutto, chiunque ricopra un ruolo di direzione esecutiva. Quando nei fatti di giustizia emergono riti e simboli invece che fatti e procedure, il guaio è immediato. Di sicuro c’è che non siamo tutti uguali, tutti riconducibili al tipo ideale dell’italiano vaniloquente, allegrotto e chiacchierone tramandato da una lunga tradizione. E a proposito di italianità, ho un pregiudizio in favore dei romagnoli. Mi sembrano una schiatta particolare, capace di sopportare. Quando sono stati investiti dalle inondazioni, i romagnoli sopravvissuti nello scenario degli spalamenti e della rovina di campi e casali parlavano in televisione con un accento diverso da quello tragicamente solito in questi casi. Era veramente uno spettacolo di magnifica humanitas, di autocontrollo, di pazienza perfino irridente per i toni di compatimento e di sollecitudine ansiosa di chi li intervistava. Moretti è stato consegnato al suo ruolo, sarebbe meglio dire alla sua parte in scena, alla sua maschera, come un insensibile, taciturno, ostinato custode delle proprie certezze e del proprio favore in giudizio. Invece mi sembra una personalità tranquilla, uno dei rari casi in cui l’esercizio di un potere delegato non è connotato da spavalderia o da noncuranza cinica, sebbene la triste vicenda dell’orrore viareggino e del lungo processo sia di quelle che escludono ogni serenità per tutti.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
