Com’è la Francia senza ricchi?
Gérard Depardieu e Bernard Arnault sono solo due dei tanti francesi che hanno scelto la via dell’autoesilio fiscale per sfuggire alla caccia ai ricchi e ai creatori di ricchezza di François Hollande e del suo governo. Dietro all’attore e al magnate del lusso, altri 500 francesi hanno chiesto la nazionalità belga per sottrarsi all’aliquota del 75 per cento sulla parte eccedente i redditi sopra il milione di euro, all’aumento delle tasse sui dividendi, alla patrimoniale annuale illimitata e alla gravosa imposta di successione.

Bruxelles. Gérard Depardieu e Bernard Arnault sono solo due dei tanti francesi che hanno scelto la via dell’autoesilio fiscale per sfuggire alla caccia ai ricchi e ai creatori di ricchezza di François Hollande e del suo governo. Dietro all’attore e al magnate del lusso, altri 500 francesi hanno chiesto la nazionalità belga per sottrarsi all’aliquota del 75 per cento sulla parte eccedente i redditi sopra il milione di euro, all’aumento delle tasse sui dividendi, alla patrimoniale annuale illimitata e alla gravosa imposta di successione. Oltre a loro, ci sono migliaia di francesi che vogliono spostare la residenza in Belgio, Svizzera e Regno Unito. Più che un esilio è un esodo: anche se non esistono dati ufficiali, secondo Gilles Carrez, presidente dell’Ump della commissione Finanze dell’Assemblea nazionale, è “un inizio di rivolta fiscale” ma il governo non vuole guardare la “realtà”. Il premier Jean-Marc Ayrault ha bollato Depardieu come “miserabile”, come Libération aveva invitato Arnault a “togliersi dalle palle, ricco cretino!”. La guerra ideologica non è soltanto contro i ricchi. In un’intervista al Monde ieri, il ministro per il Rilancio produttivo, Arnaud Montebourg, ha ribadito che le “nazionalizzazioni temporanee sono la soluzione del futuro”, l’arma degli stati “che rifiutano di farsi legare le mani dalle multinazionali”. Il mondo sta vivendo “la fine del ciclo liberale inaugurato da Ronald Reagan e Margaret Thatcher”, ha decretato Montebourg.
Nella primavera del 1981, all’inizio dell’era Reagan-Thatcher, decine di ricche famiglie francesi optarono per l’esilio fiscale, privilegiando Ginevra e il lago Lemano. Un altro socialista, François Mitterrand, stava per arrivare all’Eliseo promettendo con spirito giacobino l’uguaglianza a colpi di nazionalizzazioni e patrimoniali. Ancora oggi, tra i 300 più grandi patrimoni in Svizzera, 44 sono francesi: i Peugeot, i Rothschild, i Taittinger, i Wertheimer. A 32 anni, Arnault era volato negli Stati Uniti, perché “Mitterrand era stato eletto su un programma che consisteva nel cambiare radicalmente il sistema economico liberale in Francia”, ha spiegato in un libro-intervista. Ma l’esodo fiscale attuale “è molto più grave di quello del periodo 1981-1982”, ha detto all’Echos Daniel Bouton, presidente onorario di Société Générale. All’epoca erano “quelli che vivono di rendita a espatriare”. Oggi, invece, “sono persone attive. Presto non ci saranno più volontari per venire a lavorare a Parigi per i mestieri meglio pagati”. Secondo Bouton “è il risultato di una politica fiscale aberrante”.
Le start up emigrano, le piccole e medie imprese soffrono, i colossi sono supertassati. Per Bouton, “il rischio di vedere Parigi diventare una Venezia del XXI secolo è reale”. Londra è già diventata la seconda città di Francia con 400 mila francesi. Il suo sindaco, Boris Johnson, accoglie a braccia aperte chi fugge da quelli che ha definito i “Sanculotti”. Carrez accusa la maggioranza socialista di aver “stigmatizzato i capi di impresa e il successo materiale”. Ci saranno “meno entrate per le casse pubbliche” e la classe media rischia un “fardello fiscale supplementare”. Eric Pichet del think tank iFrap ha stimato che l’aliquota al 75 per cento provocherà “una perdita di ricette fiscali” di almeno due miliardi l’anno: “Dieci volte le entrate attese” da questa misura di Hollande. Secondo Pichet, la Francia socialista “non vuole, per ragioni complesse legate alla sua storia e al suo culto dell’uguaglianza, attirare o conservare contribuenti con redditi molto alti”.
Le start up emigrano, le piccole e medie imprese soffrono, i colossi sono supertassati. Per Bouton, “il rischio di vedere Parigi diventare una Venezia del XXI secolo è reale”. Londra è già diventata la seconda città di Francia con 400 mila francesi. Il suo sindaco, Boris Johnson, accoglie a braccia aperte chi fugge da quelli che ha definito i “Sanculotti”. Carrez accusa la maggioranza socialista di aver “stigmatizzato i capi di impresa e il successo materiale”. Ci saranno “meno entrate per le casse pubbliche” e la classe media rischia un “fardello fiscale supplementare”. Eric Pichet del think tank iFrap ha stimato che l’aliquota al 75 per cento provocherà “una perdita di ricette fiscali” di almeno due miliardi l’anno: “Dieci volte le entrate attese” da questa misura di Hollande. Secondo Pichet, la Francia socialista “non vuole, per ragioni complesse legate alla sua storia e al suo culto dell’uguaglianza, attirare o conservare contribuenti con redditi molto alti”.
Nel 1984 la storia di Arnault ebbe un lieto fine. Sotto la pressione dei mercati, con il paese allo stremo, Mitterrand fu costretto alla “svolta rigorista” e a una politica economica e di bilancio meno penalizzante per imprese e ricchi. Tornato dalla sfortunata avventura americana, grazie all’aiuto del nuovo premier Laurent Fabius e della Banca Lazard di Antoine Bernheim, Arnault iniziò a costruire la sua fortuna approfittando della crisi del tessile per comprare il gruppo Boussac, che includeva la marca Dior e il grande magazzino chic Le Bon Marché. Oggi Hollande lascia fare ai ministri come Montebourg che dicono di “non volere più altri Mittal in Francia”.