Trump e il suo profeta
“Le mie idee ce l’hanno fatta, non io”. Incontro con Pat Buchanan, in una casa piena di storia americana

Di questi tempi ci si aspetterebbe di trovare Pat Buchanan alla Casa Bianca a sussurrare all’orecchio di Donald Trump, il custode di una “pentola a pressione pronta a esplodere” (la definizione è di un suo consigliere, affidata al Washington Post), circondato da una serie di Rasputin dilettanti, di tecnici umiliati, di familiari abbandonati e neofiti di vario rango che hanno durata più breve del latte fresco. Il presidente potrebbe ben avvalersi del consiglio dell’autentico proto-Trump. Buchanan marciava sotto lo slogan “America first, America second, America third” quando Trump faceva la parodia di se stesso in televisione, ha sollevato la grande guerra conservatrice al libero commercio, ha imbastito una campagna presidenziale sulla lotta al Nafta, parlava di sovranismo negli anni Novanta del consenso globalista, ha proclamato “siamo una repubblica, non un impero” quando il secolo americano veleggiava trionfante verso gli estremi confini della terra e ha guidato una crociata trentennale contro i profeti della “nazione universale”. Che di cognome facessero Clinton o Bush non importava.
Ricorda con orgoglio quando nel 1993 il magazine progressista The New Republic ha concluso un severo editoriale con queste parole: “In questo snodo della storia post-Guerra fredda, Pat Buchanan e Ross Perot rappresentano la causa del male”. Tutti gli antichi temi e le fissazioni che Trump ha reintrodotto sulla scena politica, dall’isolazionismo alla guerra ai giornalisti, Buchanan li aveva già elaborati, esposti, masticati, ci aveva costruito attorno tre campagne presidenziali velleitarie eppure politicamente significative. Qualcuno ha definito Trump “un Buchanan con migliore tempismo”. Lui preferisce esprimere lo stesso concetto con un’altra formula: “Le mie idee ce l’hanno fatta, ma non io”. Inoltre, Buchanan ha alcune caratteristiche che mancano a molti dei collaboratori del presidente: un curriculum politico di valore e il senso della dimensione storica.
Buchanan era a due passi da Martin Luther King quando proclamava “I have a dream”, era al fianco di Richard Nixon nel suo viaggio in Cina, ha coniato espressioni immortali del linguaggio politico, come “silent majority” e “culture war”, è uscito senza un graffio dal Watergate e dallo scandalo Iran-Contra, quando era direttore della comunicazione della Casa Bianca di Reagan, ha attraversato contromano la battaglia per i diritti civili, ha visto il sud diventare conservatore e i “liberal assaliti dalla realtà” prendere il timone del Partito repubblicano, ha sostenuto Barry Goldwater negli anni Sessanta e ha attaccato la famiglia Bush alla fine dei Novanta. Come ha osservato Sam Tanenhaus, storico del conservatorismo americano, Buchanan sta al trumpismo come William Buckley stava al reaganismo. Ma dalla Casa Bianca nessuno in questi mesi s’è mai fatto vivo. Giusto una telefonata di cortesia, senza proposte di coinvolgimento né richieste d’aiuto.
Quando gli domando se per caso l’oblio non è dovuto a quella volta in cui Trump, sbattendo la porta del Reform Party in cui sedevano entrambi, ha detto che era un “antisemita”, un “Hitler lover”, un “nazista che odia i neri e i gay”, lui scoppia in una risata: “La gente non capisce che per Trump questi sono complimenti!”. Buchanan, insomma, non se l’è presa per la mancata elezione a precursore e padre nobile della destra trumpiana. Non mette alcuna enfasi sul fatto di aver intercettato con largo, sconveniente anticipo le turbolenze della pancia americana che Trump ha saputo chissà come trasformare in una base elettorale. Aspetta in salotto di essere vendicato dalla storia.
Camicia azzurra senza cravatta, pantaloni sportivi, occhiali con lenti spesse e montatura nera, scarpe New Balance – il brand preferito dai nazionalisti – Buchanan è appena rientrato da una passeggiata al confine con la Cia. Il giardino della sua villa di MacLean, in Virginia, è separato dalla sede dell’agenzia d’intelligence soltanto da una rete. Ogni mattina saluta un agente che controlla il perimetro e quando lo vede finge di essere da quelle parti per caso. Dentro una teca all’ingresso della casa c’è un forcone d’argento. Il “pitchfork” è diventato il suo simbolo da quando nel 1996, dopo la vittoria delle primarie del New Hampshire, ha infiammato il suo elettorato con la più populista delle metafore: “I cavalieri e i baroni stanno galoppando verso il castello e fra poco avranno chiuso il ponte levatoio. Tutti i contadini stanno arrivando con i forconi. Conquisteremo tutto!”.
È uno dei rari oggetti e delle fotografie che adornano le pareti di una casa che condensa tutto l’immaginario del sud (domina l’iconografia un ritratto del padre, William Baldwin Buchanan, in divisa). Alcune abitazioni dei grandi vecchi della politica sono musei domestici ingombri di memorabilia e paccottiglia nostalgica, quella di Buchanan invece è una casa-archivio, le meraviglie sono racchiuse in ante di legno intarsiate dietro le quali ci si aspetterebbe di trovare servizi di porcellana, invece ci sono migliaia di faldoni ben ordinati in cui è contenuto un pezzo di storia americana. Il tratto che ha attraversato è custodito con ordine maniacale tanto nei suoi documenti quanto nella sua memoria. Quando parla del tale discorso di Nixon si ricorda quando l’ha preparato, chi c’era con lui, che giorno della settimana era, se pioveva o c’era il sole. Se nomina un momento che segna una certa svolta politica non si accontenta di citare l’anno, ma identifica il mese e il giorno, se possibile anche l’ora esatta.
Ha sempre abitato sulla soglia della presentabilità. È stato periodicamente disconosciuto e riabilitato dall’intellighenzia di Washington, i suoi contratti come opinionista televisivo oscillavano ogni volta che riaffiorava qualche accusa di antisemitismo, ogni volta che un suo editoriale aleggiava dalle parti della supremazia bianca gli opinion maker chiedevano la sua cacciata definitiva dal consesso degli analisti politici dotati di legittime credenziali. Per l’Anti Defamation League è un “fanatico impenitente che demonizza gli ebrei e altre minoranze e si allea esplicitamente con i suprematisti bianchi”; ha sostenuto in diverse occasioni che Treblinka non era un campo di sterminio, utilizzando alcuni argomenti vicini a quelli dei negazionisti dell’Olocausto, in un articolo rimasto famoso fra i conservatori, Buckley – che a sua volta ha convissuto con lo spettro dell’antisemitismo – ha concluso che era “impossibile difendere Buchanan dall’accusa che quello che ha detto e fatto in un certo periodo equivaleva a una posizione antisemita”.
Spesso ha parlato del Congresso americano come “territorio occupato da Israele”, riferendosi al numero di rappresentanti ebrei che vi siedono, e quando Barack Obama ha nominato Elena Kagan alla Corte suprema, lui ha commentato: “Se sarà confermata, gli ebrei, che rappresentano meno del due per cento della popolazione americana, avranno il 33 per cento dei seggi della Corte suprema. E’ questa l’idea di diversity dei democratici?”.
Queste ombre non lo hanno mai relegato del tutto nella cella d’isolamento degli estremisti. Forse perché Buchanan di persona è un mite gentiluomo d’altri tempi dotato di idee argute e originali, uno che difende la posizione di Trump sui bagni genderless appoggiandosi sulla Rerum Novarum e spiega la strage di Las Vegas con la massima di Ivan Karamazov: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Non sono in molti ad articolare certe linee di ragionamento padroneggiando un corpus che spazia dai padri fondatori ai padri della chiesa. Poi c’è la fenomenale capacità di raccontare. L’élite di Washington è piena di intellettuali che inorridiscono di fronte alle idee di Buchanan, eppure di fronte al vecchio forcone che racconta una storia attorno al fuoco accordano un lasciapassare. Il suo ultimo libro, Nixon’s White House Wars, è stato recensito sul New York Times da Joe Klein, un pezzo dell’establishment giornalistico di sinistra, con parole di encomio, non tanto per la sempre aborrita glorificazione postuma di Nixon, quanto per l’intento serio dell’opera, la prosa piacevole, la legittimità della testimonianza. “Come può un fanatico del genere essere così piacevole?”, ha detto lo storico Garry Wills. Nixon una volta gli ha detto: “Buchanan, lei è l’unico estremista con il senso dell’umorismo che io conosca”.
Oggi Buchanan è in sollucchero. Non che non abbia critiche, anche severe, sulla gestione erratica della Casa Bianca da parte di Trump, ma la sua battaglia è sempre stata di prospettiva storica. Trump, spiega, è la pillola che occorre ingoiare per “salvare l’esperimento americano in pericolo”, è il “veicolo imperfetto” che la storia ha concesso ai restauratori dell’America che fu e che non è più. Ma cos’è questa patria mitica? Spiega Buchanan: “Ci sono due idee radicalmente opposte dell’esperimento americano che negli ultimi cinquant’anni si sono sfidate con crescente ferocia. Una è l’idea dei liberal e dei neoconservatori: l’America è la nazione universale, come diceva Ben Wattenberg, incarna valori universali e dunque è chiamata ad accogliere in sé tutti i popoli e a portare gli ideali liberali e il mercato ovunque nel mondo. L’altra idea è quella della ‘comunità nazionale’: un paese, una nazione, un popolo. Ovvero, l’America è un paese fondamentalmente protestante e britannico che ha assorbito elementi della cultura europea cattolica, dunque è definito da una serie di caratteri particolari e irrinunciabili, pena la dispersione totale dell’identità americana. Dalla rivoluzione degli anni Sessanta il concetto di ‘comunità nazionale’ è stato sistematicamente estirpato, i giovani non hanno più questa categoria, anche se in realtà si tratta della vocazione originaria del nostro paese. Ecco, Trump ha disseppellito questa idea che sembrava morta, e per questo merita la mia eterna riconoscenza”.
A ciascuna idea corrisponde naturalmente una postura nei confronti del mondo, discendono dottrine di politica estera e commerciale. Gli universalisti coltivano l’ideale della eliminazione delle barriere che restringono i flussi di merci e persone, i cultori della comunità nazionale vivono di isolazionismo e sovranità. Per questo l’accordo della Casa Bianca con i democratici per trovare una soluzione sui “dreamers”, altrimenti detta amnistia, è per Buchanan il più grave dei tradimenti di cui Trump si è fin qui macchiato. Addirittura lo ha definito un “read my lips moment”, l’equivalente di quella volta in cui George H. W. Bush ha promesso che non avrebbe imposto nuove tasse, poi ha fatto marcia indietro e si è giocato la rielezione contro Bill Clinton.
Ogni tanto il volto altrimenti disteso di Pat Buchanan si accartoccia un po’, gli occhi si fanno tristi. È l’anima gioviale che si contende la scena con quella apocalittica: “Forse aveva ragione Thomas Wolfe: non si può più ritornare a casa”. La citazione del romanzo pubblicato nel 1940 conclude in modo amaro le considerazioni sullo stato agonizzante dell’identità americana, che si è annacquata aprendo le frontiere e abbracciando l’ideale vuoto del multiculturalismo, si è persa seguendo le sirene della globalizzazione, si è illusa che la Storia – con la maiuscola – le avesse dato l’incarico di guidare l’umanità intera verso un destino pacifico e conformista. Buchanan ha elencato le cause antropologico-religiose del disastro nel libro Suicide of a Superpower, uscito nel 2012, ultimo di una lunga serie di geremiadi dinamitarde che gli era costata definitivamente il posto come opinionista della Msnbc, e la rocambolesca salita al potere di Trump gli offre una conferma indiretta: “Il popolo si è ribellato a questo progressivo suicidio fatto di crisi demografica, multiculturalismo e secolarizzazione”, ma rimane il dubbio che ormai sia troppo tardi, l’occidente sia irrimediabilmente perduto e con questo sia perduto anche il suo figlio più giovane e aitante, l’America.
Sul fronte politico il timore di Buchanan è la decomposizione dell’Amministrazione sotto il peso della sua impreparazione: “Il problema più serio di Trump non è l’inchiesta sulla Russia, è la sua incapacità di tenere insieme le persone, la sua invincibile resistenza alla disciplina, il suo temperamento imprevedibile”. Per via della prospettiva nazionalista e del realismo in politica estera qualcuno lo ha paragonato a Nixon, e quando gli chiedo di elencare similitudini e differenze fra i due, sceglie di partire dai punti di contrasto: “Nixon era intelligentissimo, metodico, si circondava di persone che non gli davano sempre ragione, aveva la capacità di ascoltare, era un pianificatore formidabile, intellettualmente molto curioso”. E le somiglianze? “Il modo viscerale, feroce in cui gli avversari li odiano è l’unica vera similitudine. E spero che non si aggiunga a questa anche il modo in cui la presidenza si conclude”.
Un aspetto a volte trascurato del grande precursore di Trump è la fede cattolica. Buchanan è cresciuto a Washington in una famiglia irlandese di sensibilità tradizionalista, gente che ha digerito con fatica il Concilio Vaticano II, e ogni domenica partecipa alla messa in rito antico, con il messale di Pio V. Si è adoperato per tutta la vita con indefessa pervicacia nella guerra culturale a cui ha dato il nome, sul fronte dell’aborto, della sessualità, dei costumi, della famiglia, della manipolazione della vita e della regolamentazione dell’amore nella terra dei diritti diventati ancelle dei capricci. Ancora oggi preferisce chiamare gli omosessuali “sodomiti” (di definirli “gay”, ovvero gai, non se ne parla nemmeno). Non serve un teologo licenziato per capire che il papato di Francesco non è la sua tazza di tè, per usare un eufemismo anglosassone. Il fatto strano è che il fiammeggiante polemista che fustiga e sferza gli avversari senza badare troppo alla misura, in materia ecclesiastica è molto più cauto. Di tanto in tanto compare su buchanan.org un commento critico a questa o quella cosa detta dal Papa in qualche viaggio aereo, ma non è membro di alcun comitato di resistenza permanente alla linea francescana: “Cerco di parlare il meno possibile del Papa, quando lo faccio è perché proprio non riesco a trattenermi”, dice sorridendo. “E’ evidente che sento dei punti di frizione con la direzione che sta prendendo la chiesa sotto questo papato, ma sono cosciente di avere dei lettori, ci sono persone che mi seguono e sono influenzate dai miei giudizi, non posso permettere che nessuno, anche per un attimo, senta che la sua fede è messa alla prova da qualcosa che scrivo. La fede è una cosa più seria e profonda di un editoriale. Questo almeno è la linea che tento di seguire”. Contrariamente al suo successore, il precursore di Trump ha il senso del limite, almeno per le cose che riguardano il rapporto fra cielo e terra.