I nuovi murales a Teheran. Tra ironia e propaganda

I graffiti che fioriscono in ogni angolo sono diversi rispetto al passato: piacciono al regime. Sembra quasi che in Iran sia arrivato Banksy

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2 MAY 26
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L’iconografia, le immagini, i murales dicono molto su un regime e sul suo grado di confidenza in sé stesso. Una volta, sulle facciate di Teheran prevalevano le immagini truculente. Sangue e martirio, come nella tradizione dei santini sciiti. Ora sono quasi scomparse le immagini becere, sanguinolente, da film horror, tipo quelle che Hamas a Gaza aveva continuato a produrre sino all’ultimo (chi non ricorda l’orribile Netanyahu vampiro sbavante sangue, esibito come sfondo alla liberazione degli ostaggi?). Nella propaganda iraniana è subentrata invece una certa ironia. Persino le portaerei americane nemiche si trasformano in caratteri da cartoon. Come si fa a odiare una portaerei, che con i suoi occhioni spaventati fa quasi tenerezza? A chi poteva fare paura, per non dire ribrezzo, Topo Gigio?
Nei cartoni animati i protagonisti se le danno di santa ragione. I personaggi si fanno esplodere, si sfracellano precipitando dall’alto, vengono fatti a pezzi, vengono asfaltati piatti. Ma nessuno si fa mai male. E’ la ragione per cui è rassicurante anche per i bambini. Puoi prendere impunemente parte anche per il cattivo. La mia nipotina aveva due anni quando, prendendola sulle ginocchia quando stavo al computer, le feci vedere un cartoon sulla favola del lupo e dei tre porcellini. Non mosse ciglio dinanzi al lupo cattivo e minaccioso. Non fece una piega mentre il lupo distruggeva le case di paglia e di legno. Scoppiò a piangere solo quando il lupo non riuscì a soffiare via la casetta di mattoni. Simpatizzava e faceva il tifo per quello sbagliato.
Sembra quasi che a Teheran sia arrivato Banksy. Non che sia scomparsa la retorica. Ma nei nuovi murales c’è ironia e buon gusto. I nuovi artisti iraniani non sfigurerebbero per fantasia e humour sulle facciate delle case di Bristol e a Londra. Anzi, non hanno nemmeno quel tanto di punk che prevaleva uno o due decenni fa. Fanno sorridere, il che è sempre un buon mezzo per lanciare un messaggio. Mentre fa piangere la retorica greve e aggressiva, senza un briciolo di ironia, che domina sul sito social di Trump e nei progetti kisch per il Salone delle feste della Casa Bianca, e il costruendo arco di trionfo, sovrastato da una enorme Lady Liberty alata d’oro. E’ vero che hanno una loro tradizione di kitsch monumentale. Negli anni Venti avevano sfregiato il paesaggio del Sud Dakota scolpendo i volti di quattro presidenti Usa sul Monte Rushmore. C’è ora chi vorrebbe aggiungerci il volto di Donald Trump. Da innamorato dell’America che fu preferirei che certa robaccia la lasciassero a Kim Jong Un.
Non so chi siano i nuovi muralisti di Teheran. Una volta mantenevano l’anonimato per non avere guai con i censori del regime. I loro graffiti talvolta avevano una forte carica di protesta. Uno era diventato noto come “Mano nera”. Sua la famosa immagine di una ragazza che alza un bidone di detersivo per lavatrici come se fosse un trofeo sportivo. Durò poco. Il mattino dopo era interamente ricoperto di vernice rossa. Era una protesta contro il divieto per le donne di gareggiare a capo scoperto. Intervistato dal Guardian, il quotidiano britannico di sinistra, che lo chiamava “il Banksy iraniano”, spiegò che l’anonimato gli era necessario, “perché dipingere sui muri di Teheran senza autorizzazione è considerato un crimine”.
Ora invece pare che il regime abbia reclutato un’intera nuova generazione di artisti. I nuovi muralisti sono evidentemente visti di buon occhio dalle autorità. La loro è propaganda che non critica ma fa piacere al regime. Gode di un imprimatur. Non sono dissidenti. Il loro lavoro è in qualche modo organizzato, oltre che tollerato, dai servizi di sicurezza. Sulle facciate degli edifici di Teheran continuano a fiorire, anche sotto i bombardamenti, nuovi murales. Ancor più rapidamente di quanto vengano rimosse o nascoste le macerie. Non hanno niente a che fare con i graffiti della protesta “verde” dei riformisti di un quindicennio fa, o quelli della “rivolta delle ragazze”. Ma neanche con la marea di meste celebrazioni e di ritratti di caduti e martiri, le truci selve di missili in effigie che aveva sommerso le facciate di Teheran negli anni precedenti. Sono sempre nuda propaganda. Propaganda di guerra. Ma i nuovi artisti amano i colori, sono spiritosi, quasi irriverenti. Sanno il fatto loro.
Ancor più sanno il fatto loro gli autori delle animazioni che sono ultimamente diventate virali sul web. Meme li chiamano, col neologismo che indica post e video ironici che diventano virali in rete. Sono di comprensione immediata, lievi come battute, non pesanti come slogan e comizi. Vengono immediatamente cliccati dagli utenti e rilanciati ad altri utenti. Ne sono protagonisti coloratissimi e simpatici omini animati in stile Lego. Sono cartoon. Hanno le fattezze di soldatini iraniani o di marines. Maneggiano mitra e missili. Ma non si fanno la guerra sul serio. Se le danno di santa ragione, ma come potrebbero fare Tom e Jerry. Ad animarli non servono gli eserciti di disegnatori che facevano i primi film di Walt Disney. Basta l’instancabile intelligenza artificiale. Raramente scadono nell’orripilante. Succede ad esempio in una clip in cui Trump e Netanyahu finiscono in un burrone sotto lo sguardo severo di ragazzine col foulard islamico affiancate da ragazzine bionde a capo scoperto. Il riferimento è alle vittime delle bombe sulla scuola femminile nel primo giorno di guerra, affiancate dalle vittime minorenni di Epstein. L’orripilante in questo caso è nei fatti, molto più che nel loro uso propagandistico.
Il capolavoro è però la rappresentazione, sempre in veste di pupazzetti Lego, di personaggi noti. C’è Trump con ciuffo biondo e cappello Maga che si appresta a spingere un bottone rosso per distruggere una centrale elettrica iraniana, o un Trump in fasce che fa i capricci giocando coi missili. E c’è un esilarante segretario alla Guerra Hegseth, con tanto di zazzera impomatata, che versa lacrime di coccodrillo ad una cerimonia davanti alla cupola del Congresso. Le clip sono diventate un tormentone sui canali social. Interessante che non compaia mai un religioso col turbante, o uno degli attuali dirigenti iraniani. Forse perché nei regimi c’è un limite alla satira e all’irriverenza. Forse perché gli rovinerebbero l’ironia. Quelli evidentemente non sono granché popolari nemmeno in Iran. Non farebbero ridere nessuno. I filmini durano meno di un minuto ciascuno. Ogni giorno ne sfornano di nuovi.
L’equipe che li produce si fa chiamare Akhbar Enfejari, “Notizie esplosive”. In effetti, hanno fatto il botto sul piano della propaganda. Raggiunti dai media occidentali, negano di essere alle dipendenze del governo di Teheran. Sarebbero non più di una decina di giovani disegnatori. Giurano di essere “totalmente indipendenti”. Anche se devono ammettere che il regime è un loro “cliente”. Insomma li paga. Il defunto ayatollah supremo, Ali Khamenei, aveva ben colto l’importanza di sfornare non solo missili a non finire, ma anche propaganda. “I media sono più efficaci dei missili, degli aeroplani e dei droni nell’influenzare cuori e menti e nel costringere il nemico alla ritirata”, aveva detto. Peccato per lui che la propaganda dei suoi sermoni fosse invece atroce. “Baciamo le mani dei nostri coraggiosi fratelli”, aveva detto riferendosi a Hamas subito dopo il massacro del 7 ottobre. Retorica efficace a darsi la zappa sui piedi, buona a farsi odiare dall’universo mondo.

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C’è chi si offende a essere preso di mira dalla satira. Si offendeva l’ayatollah. Si offende a morte il presidente Trump. Anche dalle nostre parti c’è chi non regge bene la satira. Tiene il broncio, o piagnucola gridando alla persecuzione. E’ sempre un sintomo di debolezza. I nazisti erano così sicuri di sé che nel 1933 pubblicarono una raccolta di vignette satiriche internazionali su Hitler, ciascuna con relativo commento a fianco, a mostrare quanto quelli si erano sbagliati. Un modello inarrivabile di sicurezza democratica è invece il modo in cui si sono lasciati sempre prendere in giro i politici francesi. C’era da restare allibiti a come la satira strapazzava il vecchio generale De Gaulle. E lui mai una piega. Quando facevo il corrispondente a Parigi il programma politico tv più seguito e autorevole erano i pupazzi animati dei Guignols. Roba da far correre a nascondersi i nostri talk show. La guerra si è sempre fatta anche con la propaganda. Talvolta efficace, altre volte ridicola, o addirittura controproducente. Nella Seconda guerra mondiale la propaganda americana aveva surclassato quella nazista. Anche se in fatto di film quelli ci sapevano fare. Per non dire dell’odiosa “Tokyo Rose” che si rivolgeva ai marines nel Pacifico dai microfoni della radio. La voce era calda e suadente, sexy, ma per niente convincente. Dalla loro gli americani avevano Hollywood. Ai tempi della guerra in Vietnam era patta. Su un piatto della bilancia John Wayne con i suoi Berretti verdi, dall’altra l’obiettività di stampa e tv. Ma ora Trump nella guerra contro l’Iran ha Hollywood contro. E contro ha pure i suoi della Fox. Quel che dicono lui e i suoi è stucchevole. Convince poco anche il suo popolo Maga. E’ pessima propaganda. “Stiamo cercando di vincere la guerra sui social media, e non riusciamo a fare nemmeno questo. Non vinciamo nemmeno la guerra delle chiacchiere di merda (the shit talk war). Nella guerra del shit talk ci facciamo superare dall’Intelligenza artificiale iraniana. Davvero imbarazzante. E dire che la shit talk siamo stati noi a inventarla”. Così il comico conservatore Tim Dillon nel suo seguitissimo show su Netflix.
La novità sotto gli occhi di tutti è che la propaganda degli ayatollah e dei pasdaran ora surclassa, contro ogni aspettativa, quella della Casa Hianca. Quel che si vede sul sito privato di Trump, Truth, appare beceramente fazioso da lontano un miglio. Chissà perché l’inquilino della Casa Bianca ha scelto di chiamare così quello che è un suo vero e proprio organo personale? Chissà perché la nobile parola, ripresa in molte testate che imitano la Pravda (Verità) di sovietica memoria, suona oggigiorno così falsa e smaccatamente di parte?
E’ incredibile come sia caduto in basso, in fatto di propaganda, e di buon gusto, il Paese che aveva inventato i persuasori occulti, la pubblicità in tv, i maghi dell’advertising di Madison avenue, le inserzioni pubblicitarie in internet. Può darsi che risponda ai gusti del popolo Maga. Disastro totale invece sul piano della propaganda all’estero. Hanno chiuso la Voice of America, che pure aveva contribuito ad affossare l’impero sovietico. Non era in riga con la nuova amministrazione. Ora ci pensa Trump in persona a mettersi contro, e mettere contro l’America, il mondo intero. E’ questione di mancanza di buon gusto, oltre che di efficacia. Trump che, nelle vesti di Gesù taumaturgo, non si capisce se cura il malato o resuscita il morto, con sullo sfondo caccia bombardieri e una statua della libertà che sembra Goldrake. Immagine sostituita, dopo la levata universale di scudi, da Gesù che mette il braccio sulle spalle di Trump. Prima ancora, sempre Trump, con la corona reale in testa alla guida di un bombardiere che scarica merda sugli americani che lo contestano, a ancora Trump, trasformato in statua d’oro che incombe su una Gaza di grattacieli e resort di lusso. E così via, ogni giorno, su ogni schermo di iphone o pc. I meme sono contagiosi per definizione. Non fossero postati su Truth, con l’imprimatur di Trump, si direbbe propaganda volgare, sguaiata, della parte avversa. Appare come puro autolesionismo. Urge il licenziamento dell’art director.
Eppure ci sarebbero precedenti di cui far tesoro. Il cattivo gusto non ha mai giovato granché, nemmeno ai regimi più tirannici. In fatto di kitsch, di coreografie e fondali monumentali il Terzo Reich non fu secondo a nessuno. Ma Hitler poteva contare sulla cinematografia di Leni Riefenstahl. Era più convincente la raffinatezza grafica dei costruttivisti russi degli anni Venti che il pesante realismo socialista imposto da Stalin nei decenni successivi. Il culto della personalità può anche funzionare, per un po’. Ma poi finisce che le statue vengano abbattute a furor di popolo.
Negli anni di Mao la Cina era zeppa di propaganda per immagini. Ma quella propaganda, per martellante e ridicola che fosse, aveva incantato, ipnotizzato i giovani del ‘68 e anche alcune delle menti più brillanti dell’intellighenzia occidentale. All’estero riusciva in qualche modo a nascondere, spazzare sotto il tappeto gli orrori del regime e della Rivoluzione culturale. Quei vecchi manifesti vanno ancora per la maggiore. Gli originali sono introvabili. Ma in Cina li ristampano a tutt’andare, sono richiestissimi dai turisti occidentali. Un po’ meno, c’è da presumere, incantavano invece l’audience domestica a cui erano diretti. La vita dei cinesi era molto più amara di quanto stessero a dire le gigantografie raffiguranti operai e contadine muscolosi e festanti, jiefangjun severi con la divisa verde, il cappellino con la stella rossa e la baionetta inastata.
La Cina era tappezzata di ritratti con l’effigie di Mao (oltre che di statue gigantesche). Erano onnipresenti. In ogni casa e in ogni cucina, su ogni muro e ogni pagina di giornale. Se in Cina non venivano strappati o adibiti a usi impropri, probabilmente era solo perché a mancare di rispetto all’effigie del Grande timoniere poteva comportare l’accusa di essere controrivoluzionari, e la pena di morte. Era un problema per chi faceva la spesa ai mercati contadini. Siccome il ritratto di Mao era stampato su tutte le pagine di tutti i giornali, diventava pericolosissimo avvolgere in un pezzo di giornale le uova, quando capitava di trovarne. Farne altro uso in caso di necessità impellente sarebbe stato suicida. L’ironia della storia fa sì che l’effigie di Mao figuri sempre non solo sulla Porta Tiananmen ma anche sui biglietti di banca, lo yuan Renminbi.
La coreografia ufficiale dei congressi del Pcc, e delle oceaniche parate militari sul vialone della Lunga pace non ha niente di spiritoso. Il regime cinese ha conservato la spettacolarità severa dei vecchi riti, e alcune vecchie abitudini. A cominciare dall’intoccabilità dell’imperatore in carica. Guai a prenderlo in giro, sia pure con allusioni. Tra le immagini di personaggi di cartoni animati che in Cina è severamente proibito menzionare o mostrare sui siti internet c’è l’orsetto Winnie The Pooh. La sua colpa? Il fatto che somiglia un pochino a Xi Jinping, e il dissenso aveva preso l’abitudine di ricorrere all’innocuo personaggio di fumetti per alludere al capo supremo.
Eppure anche nella Cina di Xi la fantasia batte qualche colpo. Il film di animazione che ha battuto tutti i record per numero di spettatori e incassi, non solo nelle sale cinesi ma anche in quelle americane, si intitola Ne Zha. Tratta di una divinità dell’olimpo taoista. E’ una divinità bambino. Un bambino capriccioso, dispettoso, dal ghigno cattivello. Non rispetta nessuno, è incontenibile, irriverente, riduce a mal partito dragoni e altre venerabili divinità. L’ho visto in rete. Non è sottile e simpatico come Sun Wukong, lo scimmiotto ribelle dai poteri magici. Sta a quello come il vecchio Superman sta ai più recenti Supereroi. I piccoletti cattivelli e dispettosi hanno sempre avuto gran seguito tra gli spettatori. Anche se sono indisponenti verso il potere. Anche nei momenti difficili, come la Grande depressione e la guerra. Purché facciano sorridere e non rompano l’anima. Avete presente quant’era dispettoso Mickey Mouse? E Charlie Chaplin?