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Il femminismo è nato in un asilo. Storia delle Mariuccine, inventrici della sorellanza
I ritratti di donne illuminate che hanno educato le bambine per renderle libere, nel nuovo romanzo di Lucia Tancredi
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2 MAY 26

La sede dell' Asilo Mariuccia di Porto Valtravaglia (VA) (foto ANSA)
Che fate, l’asilo Mariuccia? Anche se risale ai primi del secolo scorso, è un intercalare ancora vivo a Milano: con una traccia di ironia benevola e infantile, smorza l’idea di casino, bordello. Un po’ sinonimo di baraonda e chiacchiericcio femminile, rimane nella lingua come il ricordo di un piccolo miracolo tra lo scorcio dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, frutto dell’incontro tra lo spirito laico e liberale lombardo erede di Beccaria e il socialismo umanitario di Turati e Anna Kuliscioff. Protagoniste, un gruppo di donne eccellenti della bella borghesia milanese: portano ancora, ma lo sarà per poco, il corsetto e la tournure sul fondo schiena che intralcia i movimenti, i lunghi boccoli a incorniciare il viso, alla moda del mezzosecolo. Hanno alle spalle la vocazione delle sciure alla beneficenza, fino ad allora però totalmente dipendente dalle strutture ecclesiastiche e da una filosofia pietistica e classista. Ma loro faranno una netta cesura: vogliono un nuovo modo di aiutare chi non ha nulla ed è sfruttato. S’inventano la parola sorellanza, e scelgono di cominciare dalle bambine per costruire una “donna nuova”. La loro storia l’ha raccontata Lucia Tancredi nel romanzo Ersilia e le altre, Storie straordinarie di donne e bambine all’alba del femminismo (Ponte alla Grazie), con una scrittura immersiva, ariosa e colta, che attinge alla letteratura del tempo. Le prime: Ersilia Bronzini Majno, Laura Solera Mantegazza, Alessandra Ravizza. A loro poi si aggiungeranno nomi come Rosa Genoni la sarta geniale, Ada Negri, la scrittrice in odore di Nobel, la dottora rivoluzionaria Anna Kuliscioff, la maestra Maria Montessori. E non mancheranno a far visita alle “mariuccine” Sibilla Aleramo, già famosa per il romanzo Una donna, la divina Duse e perfino la regina Elena (ma donò soltanto mille lire). Due sono le date decisive, la nascita dell’Unione Femminile Nazionale nel dicembre 1899 e la fondazione dell’Asilo Mariuccia per le bambine povere nel 1902 (per “addestrare all’emancipazione le fanciulle pericolanti”), eventi entrambi preparati da anni di assistenza nei quartieri e nelle fabbriche, nei salotti e nei foyer dei teatri per raccogliere consensi e fondi.
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Il romanzo di Lucia Tancredi è storie di sorelle, di madri, di figlie. Di parti e di figli che nascono e che muoiono. All’asilo era stato dato questo nome in ricordo della prima figlia di Ersilia, Maria detta Mariuccia, morta a 13 anni di difterite. La vita di Ersilia sarà segnata dalla perdita della sua genealogia, morirà anche la seconda figlia, Carlotta, le resterà Edoardo. Con le “mariuccine” Ersilia manterrà un legame continuo e speciale, in una sorta di preveggenza femminista. In fondo lei lo sapeva di avere una forza incandescente, gliela aveva passata sua madre, quando il primo settembre 1859 c’era stata la più grande tempesta solare mai vista, un sole elettrico dentro una luce nera, un mare giallo pieno di bagliori magnetici, e tutti i milanesi erano corsi a Piazza Castello, in una sorta di adunanza cosmica, e Carolina aveva preso in braccio la sua bambina: “Ersilia, figlia mia incandescente!”, come se l’avesse riconosciuta per la prima volta.
Sono le piscinine a prendere il cuore e l’impegno di questo gruppo di donne illuminate. Sono il livello più infimo dello sfruttamento dell’industria senza regole. Cominciano a lavorare a sei, sette anni, in fabbrica, ai telai, nelle lavanderie, dove fanno anche il lavoro di consegna a domicilio con i grandi cesti della biancheria sulle spalle, antenate dei rider di oggi. Dodici ore al giorno, spesso non hanno casa, dormono nei sottoscala. Sono rachitiche, affamate, consumate. Ma ci sono anche quelle che finiscono nei bordelli, detti eufemisticamente “casine”, tutti concentrati nella zona del Broletto, preda degli orchi pedofili. Ersilia aveva scoperto le piscinine durante una passeggiata sui Navigli con la madre. “Nella sua infanzia chiusa dentro il cerchio d’oro, distesa come il lago, i bambini sono guardati, hanno chi allaccia i bottoni degli stivaletti, spazzola i capelli lunghi fino ai polpacci, spalma il burro e la confettura sul pane. La turba randagia delle bambine a Milano è la verminara del sottosuolo urbano. Sono piccole, elastiche come i gatti, gli occhi birbi, il sorriso raggrinzito già incrinato”.
Carolina trova il coraggio di parlare al marito dopo tutto quello che ha visto, quello che tocca alle bambine quando il mondo si distrae. I figli maschi sono sistemati in collegio, la stessa cosa deve essere per le femmine. Ha sentito che a Milano il miglior collegio femminile è quello delle sorelle Biraghi (“Savina Biraghi ha il suo boudoir, una cabina dove getta le scarpe, allenta il busto, fuma sigarette turche, legge donne incendiarie come Anna Maria Mozzoni, che critica il nuovo Codice Pisanelli definendolo un monarcato ad uso del marito. Le loro allieve non possono diventare madamine. Occorre insegnare geografia, scienze, lingue straniere, qualcosa di durevole resterà attaccato, nonostante le maritali forze centrifughe”). Ersilia diventa una loro allieva, e nel 1872 riceve la mozione d’onore per la pagella. Dopo la morte della madre, il padre non le permette più di studiare, ma le concede di fare attività di baba. Il suo battesimo è all’Asilo per i lattanti aperto da Laura Solera Mantegazza. C’è un’emergenza da quando è stata abolita la ruota degli esposti, i neonati abbandonati. Ora non c’è più Laura ma Alessandrina Ravizza. “Ha una faccia precisa, un profilo da cammeo, e due lunghi orecchini turchi. E’ nata in Russia, parla e canta in otto lingue. I neonati, che stanno nelle ceste come pulcini, coi capini strillanti tutti insieme, appena la sentono si quietano. Ersilia osserva e impara per rimbalzo. La prima cosa: la maternità non è un dato naturale ma una buona educazione. Basta vedere Alessandrina, che ha il fascino erotico del materno, una specie di trasognamento umido e morbido, una cova profumata di buono; eppure non ha avuto figli”. All’Asilo ci arrivano le madri che abbandonano i figli a donne che non le giudicano, come fanno invece i preti e le dame di carità; altre per lasciarli in affido; altre pentite per riprenderseli. Per tutte le donne che arrivano ci sono lezioni di igiene, economia domestica, medicina, letteratura e diritto. Il secondo step è la Cucina dei Poveri, in uno stanzone fumoso di via Anfiteatro. Sandrina arriva vestita come riceve nel suo salotto di via Solferino, ma ha trovato il modo di convincere macellai lattai e farmacisti a farsi pagare sottocosto. “Ersilia al mattino abbraccia pupi fasciati di celeste, li imbocca dalle scodelline di maiolica. La sera va alla Cucina dei poveri. Prova la sensazione di tenere un filo che la porta dallo zero a nascere a sé stessa”. C’è una novità: il fratello Edgardo è diventato avvocato e ha aperto lo studio con un suo compagno all’Università di Pavia, Luigi Majno, futuro e promettente deputato socialista. La fa entrare in società, nel salotto della contessa Clara Maffei, quella che con le lenzuola ha fatto le bende per i feriti delle Cinque Giornate, che riceve Balzac, Verga, Hayez, combina l’incontro tra Manzoni e Verdi. Luigi Majno, al primo appuntamento con Ersilia, la porta a vedere dove stanno abbattendo il Lazzaretto, ci sarà un’altra ondata di poveri in cerca di rifugio: “Ho sentito che manderanno l’esercito a pulire la feccia”. La strage di Bava Beccaris è vicina. Alessandrina sta convincendo il ginecologo Mangiagalli a istituire una Guardia Ostetrica per fare assistenza ventiquattr’ore per le donne che partoriscono ovunque, anche in fabbrica, dove lavorano sedici ore al giorno. Ma anche per le donne cacciate di casa, per le prostitute. O tutte o nessuna. Sono tante quelle che arrivano dall’Opificio Olona di San Vittore, qualcuna arriva già morta, come Fiorenza, 16 anni. “L’Opificio Olona è divenuto un grande harem a uso e abuso di tutti, a cominciare dal capo operaio fino al direttore”, denuncia Ersilia. “Alla Guardia Ostetrica tocca ricucire e seppellire i poveri corpi delle operaie scempiati dagli aborti e strappati al tavolo anatomico”. E’ arrivata la Dottora, Anna Kuliscioff, in mano la grossa borsa di cuoio nero dei medici condotti. Troppo bella, troppo bionda, troppo brava. Così appare Anna, nata Mosey Rosenstein, ebrea cosacca, nome di battaglia Kuliscioff, che in russo vuol dire manovale. Non può praticare la professione all’Ospedale Maggiore perché la sua laurea ha nessun valore, essendo donna. Il 27 aprile 1890 Anna tiene una conferenza affollatissima di donne e uomini al Circolo Filosofico Milanese, con un semplice abito di Rosa Genoni color malva, una ruche al collo e ai polsi.
Ad accelerare i tempi sarà lo sciopero delle piscinine: nel giugno del 1902 partono da piazza Campo Santo e marciano verso il Duomo, dirette alla Camera del Lavoro. Sono cinquecento dai 6 ai 14 anni, con la fascia rossa al braccio. Mi son la piscinina che gira per Milan, gira sira e mattina l’è il solito tran tran, Voeurem 50 ghei al dì! Il giorno dopo l’Avanti! titola: “Su camminate bambine!”, mentre il supplemento domenicale del Corriere della Sera esce con l’illustrazione dal vivo di Beltrami. Finito lo sciopero, che porterà a qualche miglioramento di orario e compenso, molte non si muovono: tenetemi con voi, magari a farvi da serva. L’Unione Femminile mette a disposizione la sua sede, si improvvisano giacigli con materassi coperte cuscini e brande da campo, settantacinque sistemate lì, altre cento nelle case delle compagne. Le fornaie portano focacce e ciambelle, dalla cucina di via Anfiteatro arriva la minestra, dai Mercati Generali cassette di ciliegie. Ersilia si dice: se le perdo è come se avessi fatto morire Mariuccia un’altra volta. Cominciano a ospitarle di domenica, il pittore Mentessi le fa disegnare, Ada Negri dà lezioni di endecasillabi, Amalia di educazione sessuale, Ersilia le porta alla confetteria Baj a mangiare i macaron. Arriva alla sede dell’Unione un bonifico di diecimila lire, è di una coppia ebrea senza figli, Ernesto e Nina Rignano. Il dottor Camillo Broglio e la moglie Antonietta acquistano per sessantamila lire un villino rosa in via Monte Rosa. E’ la sede! Quel rosa è un segno. Partono le sottoscrizioni per l’asilo laico e gratuito, sono coinvolti la comunità ebraica e il mondo dell’editoria. Maria Montessori tiene una conferenza a pagamento nel ridotto della Scala, con ricevimento al caffè Cova. Dice Ersilia: “Mi chiederete a quale scuola pedagogica mi stia ispirando. Non lo so, ma il femminismo pratico a cui è ispirata l’Unione mi dice che ci vuole qualcosa che stia a mezzo tra il collegio e la casa di famiglia. Sono i modelli che mi hanno salvato la vita: quello amoroso di mia madre e quello formativo della scuola di Savina Biraghi”. L’inaugurazione è fissata il 14 dicembre 1902, il discorso lo fa Ada Negri. Ma l’avvio non è certo facile. Sono le più grandi a creare problemi. Mara G., 16 anni, il giorno dopo fugge perché è “assuefatta alla libertà”. Carmelina F, 17, sparisce per tre giorni e tre notti. Si presenta la mattina infilandosi il grembiule per la colazione. Sotto il letto le trovano un paio di scarpe rosse, con dentro una banconota da cinque lire. “Sono stata a una casina”: è il peggiore postribolo di Milano, in via delle Quaglie. “Poi ci sono le bambine. Granelli di pepe indemoniati. Hanno occhi come punti interrogativi, una beata meraviglia per tutto quanto è nuovo, vischiose come la carta moschicida. Sono capaci di farsi salire la febbre, sbattere la testa, cadere sanguinare, semplicemente per dire che esistono, che vogliono stare al mondo. Molte di loro non dovrebbero esistere, sono le clandestine dell’ufficio anagrafico, vivono la terra di nessuno delle bastarde, delle reiette, delle malnate”. Un altro problema sono i maschi, che guardano all’Asilo come a un affronto nei loro confronti: organizzano spedizioni punitive, provocazioni, “eccole le zoccolette”. Ma non solo i ragazzi: “La scena degli operai che fanno ricreazione davanti all’Asilo Mariuccia tirando sassi e scavalcando la siepe si è ripetuta. Ora basta”. Alla fine collaboreranno a rimediare i guasti. L’Asilo Mariuccia cresce e resiste, crea una collaborazione con la Società Umanitaria, altra istituzione sociale storica di Milano, ci sarà anche un progetto di una fattoria didattica. Ma non mancano gli attacchi contro la beneficenza rossa, contro il femminismo filantropico laico, soprattutto dalla “testuggine socialista coatta tetragona patriarcale”, come scrive Lucia Tancredi. D’altra parte anche Garibaldi non sopportava Laura Solera Mantegazza, che pure gli cuciva le camicie rosse.
Post scriptum. L’Asilo Mariuccia è resistito fino al 1933, il villino rosa non c’è più. Dal 2004 è una Fondazione e una Onlus, che gestisce tre case di accoglienza e 19 case di autonomia per donne con bambini nel territorio di Milano città metropolitana. Il Centro antiviolenza con cui è collegato è dedicato a Ersilia Bronzino. Milano si è ricordata di lei solo nel 2023: l’Università Bicocca le ha dedicato un’aula, il Comune un’isola verde lungo il viale Luigi Majno.