Due secoli di biografie non bastano a svelare Mozart

La monumentale biografia mozartiana di Nissen compie duecento anni. Ma il mistero del genio di Salisburgo resta inafferrabile

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11 MAY 26
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(Foto Ansa)

Di nessun altro, tra i grandi nomi della storia della musica, è stato scritto altrettanto, e la rilevante quantità di biografie e scritti musicologici mostra il desiderio di definire le sembianze di una figura che tuttavia rimane in ultima analisi indecifrabile. La personalità di Wolfgang Amadeus Mozart sfugge allo sguardo dei posteri, indisponibile a farsi racchiudere in un ritratto dai lineamenti precisi che ne possa tramandare una descrizione univoca: come scrisse Wolfgang Hildesheimer, “nessuno è mai venuto a capo del tentativo di riprodurre in maniera convincente l’estraneità di questa figura. Mozart (…) ci si sottrae, celandosi dietro la sua musica”. Ricorrono i duecento anni dal lavoro che il secondo marito di Constanze Mozart intraprese con il prezioso aiuto di lei, avvalendosi dei documenti, delle lettere e, naturalmente, della sua testimonianza diretta: si tratta di Georg Nikolaus Nissen, un diplomatico danese in servizio presso la Corte di Vienna, che dopo la scomparsa di Mozart aiutò Constanze nella gestione dei manoscritti del marito e poi diede inizio a un’impresa imponente, per la quale confidò di sentirsi inadeguato e che pure portò avanti con determinazione: senza fare in tempo a darvi un assetto definitivo, ma contribuendo a riordinare un lascito prezioso per la successiva bibliografia mozartiana.

Georg Nikolaus Nissen, secondo marito di Constanze Mozart, per la sua impresa si avvalse dei documenti, delle lettere e del prezioso aiuto di sua moglie
Il primo scritto biografico, pubblicato solo due anni dopo la scomparsa di Mozart, fu redatto dall’austriaco Friedrich Schlichtegroll, che non si rivolse alla moglie Constanze bensì alla sorella maggiore del compositore, Maria Anna – nota come Nannerl – la quale abitava ancora a Salisburgo. I buoni risultati che Schlichtegroll perseguì sul fronte della città natale di Mozart non vennero dunque raggiunti sul versante viennese: come spiega Marco Murara, curatore di importanti edizioni mozartiane, nella precisissima introduzione alla pubblicazione degli scritti del Nissen (Biografia di Wolfgang Amadeus Mozart, Zecchini, 2018), “ciò comportò inevitabilmente la messa in risalto dell’infanzia e dell’adolescenza a scapito dell’età adulta, ponendo così le basi per l’affermarsi della leggenda di Mozart quale eterno fanciullo”. Il lettore che voglia procedere con linearità cronologica si trova dunque innanzitutto dinanzi a uno scritto biografico sbilanciato, significativamente orientato sugli anni della giovinezza – che la sorella conosceva meglio di chiunque altro – rispetto alla narrazione, assai più scarna, relativa alla maturità.
Sul fronte diametralmente opposto si indirizzò, poco più tardi, l’autore di un altro testo biografico: nel 1797 il boemo Franz Niemetschek diede alle stampe, nella sua Praga, un lavoro realizzato nella collaborazione con vari testimoni e naturalmente con Constanze, la quale nel frattempo – indispettita dall’inattesa pubblicazione di una biografia del marito per la quale non si era vista interpellata – era giunta al proposito di acquistare un grandissimo numero della ristampa del lavoro di Schlichtegroll al fine di impedirne la diffusione. A differenza del precedente biografo, Niemetschek aveva intrattenuto buoni rapporti con la famiglia Mozart: è dunque naturale che egli abbia fondato il proprio lavoro sulla memoria – ancorché non sempre precisa – di Constanze, a cui affiancò i propri ricordi e il racconto di altri testimoni. Pesa, in questi primi lavori, il tono enfatico con il quale si delinea la straordinarietà del protagonista e, insieme, la tendenza a una trattazione superficiale sviluppata in toni celebrativi e retorici. Da questa linea non dovettero discostarsi troppo varie opere successive, tra le quali si trova quella di Pietro Lichtenthal, autore della prima biografia italiana di Mozart (Cenni biografici intorno al celebre maestro Wolfango Amedeo Mozart, 1814).
Nei primi scritti biografici sul compositore c’è una tendenza alla trattazione superficiale, sviluppata in toni enfatici, celebrativi e retorici
Venne poi il lavoro di Nissen, il primo fondato su un’osservazione sistematica delle fonti e dunque capace di oltrepassare ampiamente, per ampiezza e vastità di documentazione, gli scritti precedenti. La sua biographie – che, con l’apporto di successivi collaboratori, fu pubblicata solo nel 1828 – si presenta come una grande raccolta di documenti atti a costituire le fondamenta di un edifico biografico che tuttavia non vide la luce. Privo di narrazione unitaria e rimasto nella forma di un’ampia selezione di fonti intervallate da frammentari testi dell’autore, questo lavoro giunge a noi simile ad un grande monumento incompiuto, dandoci l’impressione di sederci alla scrivania di uno studioso che fu costretto a interrompere la sua impresa nel bel mezzo della fase di organizzazione e selezione dei materiali.
La biografia mozartiana per eccellenza, ineguagliata per ampiezza e profondità, è quella di Otto Jahn, il noto archeologo che, mentre fondava con i suoi scritti gli studi sulla ceramica greca e pubblicava edizioni di vari autori classici, trovò il tempo di pubblicare, nel 1856, il frutto di imponenti studi dedicati al genio di Salisburgo. Si tratta di un lavoro monumentale (“l’unica biografia che possa dirsi definitiva”, avrebbe scritto Maynard Solomon) tale da divenire punto di riferimento per gli scritti successivi e, ancora oggi – sebbene alcuni suoi orientamenti siano stati poi messi in discussione – termine di confronto imprescindibile per chiunque si occupi dell’argomento. Benché il lettore italiano non possa avvalersi di una traduzione del lavoro di Jahn, trova le sue tracce nella successiva biografia – ad esso ampiamente debitrice – di Hermann Abert, lo studioso tedesco che, occupandosi della quinta edizione del lavoro di Jahn (1919-21), giunse a rimodellarne l’opera con aggiunte e revisioni le quali furono a un certo momento a tal punto imponenti da giustificare la sostituzione del nome dell’autore. Si tratta di una vicenda assai discussa da studiosi più recenti, come Maynard Solomon il quale, notando l’infrangersi del rigore documentario dell’illustre archeologo, affermò che “le aggiunte e le revisioni di Abert turbano la struttura equilibrata del capolavoro di Jahn”, o Piero Buscaroli, che parlando di “indecente invadenza” ricordava come “Abert tolse all’opera di Jahn una quantità di preziose notizie storiche che così andarono disperse e dimenticate”. Ma tant’è, e tralasciando le indagini su plagi e imitazioni pare a noi affascinante approssimarci, per quanto possibile, alle ragioni della scrittura biografica: ogni ascoltatore dell’opera mozartiana può agevolmente intuire, infatti, quale sia il valore di questi lavori per la conoscenza delle opere e quale sia la loro incidenza nell’esperienza dell’ascolto.
Tra le pagine del “Mozart” di Paumgartner si legge che il suo aspetto esteriore “non era che uno strano velo che ne celava la colossale genialità”
Persino l’annosa discussione sulla relazione tra l’approccio che privilegia l’analisi delle opere e quello più strettamente biografico si risolve, probabilmente, nella ricerca di quell’unità in cui i due livelli si scoprono profondamente connessi: la conoscenza biografica sempre illumina e rende più consapevole l’interpretazione. Walter Riezler, in proposito, nel corso del suo lavoro su Beethoven, afferma che il suo tentativo assolve una precisa funzione nei confronti dell’ascoltatore: “può aiutarlo a sentire di più e meglio, e quindi a rivivere l’opera più efficacemente e profondamente”. Piero Buscaroli, autore di ampi saggi su Bach e Beethoven, muove verso un modo di fare biografia “che spieghi le misteriose relazioni delle opere con la vita” e, respingendo le posizioni di chi teorizza la separazione delle opere dai dati biografici, si oppone all’idea “che la vera realtà dell’arte sia l’opera isolata, in sé chiusa”, concludendo: “Le circostanze dell’analisi dell’opera riconducono incessantemente alle realtà biografiche. Vita e opere appaiono integrate”. È la consapevolezza evidenziata anche da Solomon nel suo saggio su Beethoven, quando afferma che “ogni atto creativo sorge all’intersezione di una molteplicità di forze e di eventi – biografici, storici, intellettuali e artistici”, in linea con la convinzione già enunciata dal celebre direttore Wilhelm Furtwängler: “Anima e musica sono divenute unità (…). È sbagliato anche solo cercare di separare questi due elementi”.
Trovai una vecchia edizione del Mozart di Bernhard Paumgartner – lo studioso che fu a lungo direttore del Mozarteum di Salisburgo – su uno scaffale di una libreria antiquaria a Firenze: mi sembrò che mi aspettasse. Poco più tardi, sfogliandolo nei pressi di Santa Maria del Fiore, notai che tra quelle pagine, date alle stampe nel 1927, riemergeva la consapevolezza dell’inafferrabilità che distingue il carattere del compositore: “L’aspetto esteriore di Mozart non era che uno strano velo che ne celava la colossale genialità; egli stesso non svelò mai il vero fondo dell’animo suo ad alcuna persona”. Questo volume spicca tra altri successivi lavori, come quello di Alfred Einstein (Mozart: il carattere e l’opera, Ricordi, 1951), quello di Aloys Greither (1968), che tocca temi diversi proponendo una rapida rassegna delle più importanti opere (Mozart, Ghibli, 2018), il breve ma attendibile testo, datato al 1965, di Joseph Heinz Eibl (Mozart. Cronaca di una vita, Ricordi, 1991), e il volume di Genot Gruber (La fortuna di Mozart, Torino, Einaudi, 1987). Un posto particolare va certamente riservato al Mozart di Wolfgang Hildesheimer, una biografia che – oggi reperibile nell’edizione Rizzoli – alla sua uscita, nel 1977, fece molto discutere.
In uno scritto poco strutturato, nella forma di un ininterrotto susseguirsi di riflessioni e per così dire indifferente alle critiche indirizzategli (Solomon afferma che si tratta di scritti “incauti sul piano della verità storica”), Hildesheimer – studioso che, da grande amante dell’Italia, visse lungamente a Urbino – prende le mosse dalle presunte mancanze delle biografie precedenti, a suo giudizio ree d’avere con troppa facilità confuso “i confini tra desiderio e verità”. Egli, al contrario, si dice consapevole di un tentativo “destinato a fallire”: quello di “rendere accessibile la straordinaria grandezza dell’opera di un uomo, di giungere alla comprensione della sua peculiarità e unicità, di sondarne il mistero”. Verso l’ultimo decennio del Novecento Howard Robbis Landon pubblicava alcuni studi sugli ultimi anni della vita di Mozart, che il lettore italiano può trovare sotto i titoli L’ultimo anno di Mozart e Mozart: gli anni d’oro (entrambi editi da Garzanti); pochi anni dopo il musicologo americano Maynard Solomon descriveva, nel suo interessante Mozart (Mondadori, 1996), la non facile relazione del compositore con la città natale e il tormentato rapporto con il padre come fattori decisivi per la sua comprensione, tentando di delineare un ritratto che, sottratto a qualsiasi mitizzazione, cerca la dimensione più realistica e umana.
Un volumetto di Piero De Martini intitolato Mozart a Praga (Mondadori, 2013) si occupa del periodo dei viaggi nella città boema (1787-1791) e del felice rapporto con quell’ambiente, avanzando la suggestiva sottolineatura delle analogie tra il carattere misterioso ed enigmatico del capoluogo boemo con l’opera di Mozart nei suoi tratti più preromantici e inquieti. Di proporzioni vastissime, ricco di dettagli ed aneddoti e incentrato esclusivamente sui viaggi in Italia è il volume che Alberto Basso ha realizzato con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia (Mozart in Italia, 2006): vi sono ripercorsi i pochi ma decisivi anni nei quali l’enfant prodige attraversò il nostro paese assimilando stili, incontrando maestri e vanamente cercando un incarico in qualche corte della penisola. La vastissima produzione musicale del più celebre tra i compositori, che le biografie di norma possono ripercorrere solo in modo parziale, trova una curiosa sintesi nel dettagliato catalogo stilato da Amedeo Poggi ed Edgar Vallora (Mozart. Signori, il catalogo è questo, Einaudi, 1991), mentre l’editore Marsilio nel 1990 ha reso disponibile al lettore italiano il voluminoso libro di Stefan Kunze, intitolato Il teatro di Mozart, un vastissimo studio su tutte le opere teatrali.
Le ricerche si susseguono, si intrecciano, si richiamano l’un l’altra. Un’indagine che costituisce un capitolo a sé della storia della musica
Le ricerche si susseguono, si intrecciano, si richiamano l’un l’altra, come in una progressiva indagine sulle origini di un’arte così sorprendente da costituire un capitolo della storia della musica a sé stante e in qualche modo sempre avvolto di mistero. Fino agli ultimi anni della biografia mozartiana, al cui riguardo è certamente opportuno citare il lavoro di Christoph Wolff, tradotto in Italia con il titolo Mozart. Sulla soglia della fortuna: l’interessantissimo volume prende le mosse da un frangente biografico che secondo l’autore è stato trascurato, quello che vide – al ritorno dal secondo viaggio a Praga – Mozart ricevere dall’imperatore Giuseppe II il tanto atteso incarico di compositore di corte. Wolff rifiuta la tesi ampiamente diffusa che individua il presentimento della fine imminente nelle inquiete fattezze di alcune opere tarde, avanzando l’ipotesi secondo cui l’incarico imperiale sia stato invece una sorta di energico impulso, l’abbrivio di una nuova fase creativa che avrebbe potuto condurre un compositore ancor giovane verso orizzonti creativi imprevedibili e inauditi.