Da Dua Lipa a Trump Jr.
Due cuori e un cafonal. Matrimoni e overtourism
L'epopea dei matrimoni grandiosi non conosce crisi. Ogni località ha le sue caratteristiche. In Sicilia polemiche sulla mafia, in Puglia arrivano gli indiani. E poi ci sono le inglesissime Cotswolds
13 GIU 26

Foto ANSA
Forse perché il mondo cade sempre più a pezzi, ci si sposa sempre di più. E si fanno pure bambini: l’altra settimana, a Garlasco, mai visti così tanti neonati. Forse abbiamo sbagliato tutto, non servono asili nido e sovvenzioni, bensì tragedie e angoscia, ed ecco che ci rimetteremo a figliare, per ansia, vabbè. E quanto ci si sposa: che poi i matrimoni in un mondo non solo non a pezzi ma anche giusto, dovrebbero essere vietati d’estate, evitando di costringerci a viaggi fantozziani con amici e parenti che abbiamo evitato tutto l’anno in località scomode, e poi forzandoci alle famigerate liste di nozze, alla moltiplicazione dei riti trash e cringe, come i discorsi, “le promesse”, i voti (tipo maturità). E invece, è tutto un maritarsi.
Per esempio Palermo: la città è reduce dal matrimonio di Dua Lipa, la cantante angloalbanese, col suo bello Callum Turner, avvenuto come tutti sanno nella villa Valguarnera. E qui un plauso va alla padrona di casa, un genio matrimoniale e immobiliare: pare abbia piazzato lo storico villone non solo allo sposalizio dell’anno, ma a tutte le grandi produzioni cinetelevisive recenti, dal Gattopardo Netflix all’Arte della Gioia Sky, ingenerando così confusione negli spettatori, in entrambe le fiction – uscite in contemporanea - c’erano infatti fanciulle in costume d’epoca che si aggiravano con un telescopio tra gli augusti saloni. A Palermo raccontano, forse invidiosi, quegli abitanti di una terra dove c’è penuria di molto ma non certo di ville nobiliari, che la gentildonna avesse garantito ad entrambi i committenti che “non si vedrà che in poche scene, la villa”).
Forse perché il mondo cade sempre più a pezzi, ci si sposa sempre di più. E si fanno pure bambini: l’altra settimana, a Garlasco, mai visti così tanti neonati. Forse abbiamo sbagliato tutto, non servono asili nido e sovvenzioni, bensì tragedie e angoscia, ed ecco che ci rimetteremo a figliare, per ansia, vabbè. E quanto ci si sposa: che poi i matrimoni in un mondo non solo non a pezzi ma anche giusto, dovrebbero essere vietati d’estate, evitando di costringerci a viaggi fantozziani con amici e parenti che abbiamo evitato tutto l’anno in località scomode, e poi forzandoci alle famigerate liste di nozze, alla moltiplicazione dei riti trash e cringe, come i discorsi, “le promesse”, i voti (tipo maturità). E invece, è tutto un maritarsi.
Per esempio Palermo: la città è reduce dal matrimonio di Dua Lipa, la cantante angloalbanese, col suo bello Callum Turner, avvenuto come tutti sanno nella villa Valguarnera. E qui un plauso va alla padrona di casa, un genio matrimoniale e immobiliare: pare abbia piazzato lo storico villone non solo allo sposalizio dell’anno, ma a tutte le grandi produzioni cinetelevisive recenti, dal Gattopardo Netflix all’Arte della Gioia Sky, ingenerando così confusione negli spettatori, in entrambe le fiction – uscite in contemporanea - c’erano infatti fanciulle in costume d’epoca che si aggiravano con un telescopio tra gli augusti saloni. A Palermo raccontano, forse invidiosi, quegli abitanti di una terra dove c’è penuria di molto ma non certo di ville nobiliari, che la gentildonna avesse garantito ad entrambi i committenti che “non si vedrà che in poche scene, la villa”.
E ora il matrimonione anglo-albanese. Che ha portato come sempre chiusure e restrizioni di traffico, dunque proteste, la città non è in vendita, ecc., insomma il solito copione (Palermo però è abbastanza una novità per i matrimoni, in Sicilia va molto Noto, con quello dei Ferragnez quando ancora si chiamavano così. Si andò, c’era una struttura di sicurezza tipo G8, con “badge” di diversi tipi, fan arrampicati fin sopra il pericoloso campanile, il vescovo aveva vergato di suo pugno un “rap” nuziale, l’Alitalia - c’era ancora l’Alitalia – fu criticata perché aveva fatto un charter speciale per gli sposi e il loro seguito da Milano). Che tempi.
Ma se il Castello delle cerimonie a Napoli è ormai in piena decadenza (il boss è morto, la magistratura ha revocato le licenze), ogni borgo d’Italia (tutti “il più bello d’Italia”) è pronto a ospitare uno sposalizio, possibilmente celebre. Venezia l’anno scorso fu travolta da quello cafonal di Jeff Bezos e della sua nerboruta pilotessa di elicottero Lauren, coi 27 cambi d’abito, le proteste di Greenpeace, gli ospiti celebri.
Sempre la solita solfa. I matrimoni portano sì “straordinaria visibilità alla città”, come ha detto il sindaco di Palermo, ma da una parte queste città non è che sono centri minori dei Carpazi o remoti villaggi della Slovenia noti solo a pochi intenditori. Venezia e Palermo diciamo che una piccola fama, da almeno qualche secolo, ce l’hanno già. Semmai, la straordinaria visibilità porterà altre migliaia di cafoni che non essendo Dua Lipa o Bezos contribuiranno all’affollamento e alla generazione di nuove catene del tartufo, dell’arancina/o, della focaccia, del limoncello, su via Vittorio Emanuele a Palermo o a San Marco a Venezia o a via del Corso a Roma o in qualunque centro storico over-turistizzato e over-matrimonializzato.
Il matrimonio cafonal in Italia è del resto ormai un format, con varie nuance a seconda del posto e del sapor locale: a Venezia gli invitati indosseranno babbucce friulane di artigiani locali (poi tornati in patria ci saranno solerti fisioterapisti per il mal di schiena); e visiteranno gli atelier di Murano con bomboniere di vetro soffiato; a Palermo, polemiche anche su “la villa della mafia” sede della festa, come l’ha chiamata un prestigioso giornale estero (ma nel frattempo in città andava in scena anche il matrimonio, nei giardini del Massimo, e per niente cafonal, del presidente dell’Antimafia regionale, Antonello Cracolici, con Roberta De Simone, dunque “lady antimafia”).
In Puglia le tradizioni si mischiano. La Puglia è forse il posto dove la “fusion” culturale e matrimoniale ha attecchito meglio. Se qui di matrimoni albanesi ne saran stati celebrati tanti, con gli sbarchi dei decenni scorsi, sono gli indiani invece i più contenti di venir a festeggiare. Dando vita a un genere indian-pugliese di difficile definizione e di nessun minimalismo. Già gli indiani non sono proprio sobri, si ricorda il micidiale matrimonio del rampollo Anbani due anni fa, matrimonio itinerante, tra Palermo, Portofino, e Mumbai, con Rihanna al microfono, e John Elkann in tenuta animalier, ma è in Puglia che il “matrimonio indiano in masseria” è diventato un classico, forse spurio come la pizza all’ananas, ma di enorme successo globale. Su Internet si possono trovare agenzie apposite che garantiscono “cerimonia indo pugliese, fino a 17 ore”. Si legge: “Tenuta Pinto si è trasformata in un piccolo angolo d’India nel cuore della Puglia. Sotto gli ulivi illuminati da lanterne”, che bello, 17 ore in masseria. Su “Musicamatrimonipuglia.com” ci sono tutte le indicazioni per un vero matrimonio indopugliese (sotto foto di famigliole indiane in realtà dall’aria mesta, non si capisce se sono pugliesi travestiti da indiani o viceversa, con delle mantiglie e delle tunichette). Se siamo a Delhi o Bari Vecchia. Comunque. “Un matrimonio indiano celebre è stato organizzato presso il Gattarella Resort nel Gargano, dove un principe gujarati ha scelto di unire il fascino del promontorio pugliese alle tradizioni indiane. L’evento ha coinvolto circa 300 ospiti e si è svolto in più giornate, includendo rituali come il Saptapadi (i sette giri attorno al Fuoco Sacro) e una processione scenografica sulla terrazza vista mare”. Ammazza. Un gujarati al Gargano! E quando ci ricapita! Con ben sette giri!
Tutto si fonde, insomma, masseria con Taj Mahal, induismo con pizzica; e magari elefanti. “Il Sangeet è una festa serale dedicata alla musica e alla danza, dove le famiglie si esibiscono in coreografie per celebrare l’unione dei futuri sposi. In Puglia, questa cerimonia può trasformarsi in una festa sotto le stelle, con luci decorative, musica dal vivo e piatti fusion che combinano la cucina indiana e pugliese”. Mentre “La cerimonia principale si svolge sotto un baldacchino chiamato Mandap. In Puglia, il Mandap può essere allestito in luoghi unici come giardini vista mare, campi di grano dorati o cortili con arcate storiche. Tradizionalmente, lo sposo arriva seguendo il rituale del Baraat, a cavallo o in una carrozza, accompagnato da canti e balli” – non si sa se pugliesi o indù.
Come l’indo-pugliese, un altro stile fusion veramente incomprensibile è il trump-kennediano. Tra i condannati a nozze delle ultime settimane c’è infatti anche il figlio del presidente, Donald Junior, che ha sposato la morosa Bettina Anderson in un posto sperduto delle Bahamas, con cerimonia per pochi intimi, insomma in pieno stile John John-Carolyn Bessette, forse perché hanno visto la serie tv (poi si dirà del pericoloso connubio tra matrimoni famosi e serie televisive).
All’estremo opposto delle nozze siculo-pugliesi-indiane, in un universo parallelo a ogni sposalizio trucido, c’è invece l’altro grande epicentro e cespite del matrimonio globale, quello alle Cotswolds. Una specie di Maremma inglese (ma in generale, una qualunque campagna con castelli e paesini caratteristici, abitata da vecchie famiglie), a un’ora di macchina da Londra, è un’area che comprende varie contee, Gloucestershire, Oxfordshire, Warwickshire, Wiltshire e Worcestershire, e rappresenta l’Inghilterra più da cartolina, coi suoi castelli, ville e cottage. Scelta da Carlo quando non era ancora re, per la sua tenuta biologica di Highgrove, adesso il sovrano ha presieduto a un matrimonio di famiglia, quello di Peter Phillips, figlio della principessa Anna e nipote diretto della defunta Elisabetta. La cerimonia è stata definita “quintessentially english countryside”. Anvedi. E lì, niente pizzica e neanche 17 ore di cerimonia, ma qualcosa di molto sobrio, in una chiesetta per l’erede che con suprema snobberia non ha manco titoli nobiliari, per volere di mammà (esiste una cosa più snob di, potendo scegliere, non darsi nessun titolo?). Mammà peraltro si è presentata con vestiti riciclati di 40 anni prima, e il figlio a-titolato ha sposato non una elicotterista o sciampista o regista bensì infermiera (di ospedale pubblico, sottolineano i giornali inglesi). Poi ricevimento nella casa di campagna. E lì, non elefanti ma ombrelli, per la consueta pioggerella inglese. L’unica nota cafonal è che il re e la regina sono arrivati in elicottero, ma si dice per problemi di agenda.
Il fatto è che le Cotswolds, come tutti i posti che van di moda, prima o poi incappano nel matrimonio tamarro. L’estate scorsa qui si tenne lo sposalizio di Eve Jobs, figlia del compianto Steve, con un cavaliere olimpionico britannico. Cerimonia in chiesa medievale e poi ricevimento in un castello, sequestrato per tre giorni con divieto di scattare foto col telefono (interessante, visto che era la festa della figlia dell’inventore dell’iPhone). Festeggiamenti accompagnati dai vocalizzi di Elton John (il più grande cantante da matrimonio globale, un neomelodico “on steroids”, stava pure a Palermo da Dua Lipa). Presenti ovviamente Laurene Powell Jobs (filantropa e proprietaria del prestigioso Atlantic), Jennifer figlia di Bill Gates, Jessica figlia di Bruce Springsteen, e non poteva mancare una figlia Kardashian, nella fattispecie Kourtney (accusata di aver violato il divieto di foto, facendo percolare il matrimonio al suo Instagram dotato di 210 milioni di follower).
Il matrimonio, costato pare 7 milioni di dollari, di cui 1,3 sono andati al neomelodico Elton John, ha suscitato come si dice aspre polemiche, per i van neri degli ospiti, per la Rolls-Royce viola degli sposi, per le barriere anticarro e per altre robe burine non comuni da queste parti. Ma il matrimonio jobsesco ha segnato il definitivo cambiamento delle Cotswolds, con la sua progressiva americanizzazione che non piace ai residenti. Già c’era stato il trasferimento qui della coppia radical-televisiva americana Ellen DeGeneres con la moglie, in fuga dal trumpismo e con conseguente acquisto di immane tenuta, comprensiva di hangar per elicotteri. Poi però la casa è stata rimessa in vendita, poi di nuovo tolta dal mercato (le due sono inquiete a livello immobiliare, sulla newsletter AirMail di questa settimana si dice che abbiano cambiato 30 case da quando stanno insieme). Poi ci si mette pure la storia di Trump. Forse vorrebbero rientrare in America, stufe della pioggia e della fanga e dei cavalli e delle marmellate, ma con che faccia? Non bisogna mai dichiarare, lo sanno tutti, quelle robe tipo “se vince X me ne vado per sempre”, perché poi ti tocca andartene veramente, e Trump fa schifo, sì, ma una volta che ti sei abituato alle comodità americane poi dopo fare l’espatriato a tempo pieno non è mica facile.
Poi non basta abbandonare gli Usa, perché il trumpismo ti insegue: l’anno scorso in vacanza nelle Cotswolds è arrivato persino il turbo-burino vicepresidente JD Vance: insomma una tragedia. E infine i matrimoni, che sono il bacio della morte turistico. Nella vita dei luoghi turistici forse si possono immaginare infatti 4 tappe fondamentali; 1) anonimato-2) Serie televisiva; 3)matrimonio burino; 4) arrivo degli influencer (ma le varie fasi si possono anche sovrapporre e mixare a piacere: la serie televisiva può avvenire al posto del matrimonio burino, oppure possono esserci entrambi. Per la Sicilia ci sono stati sia i Ferragnez che “White Lotus” per esempio).
Tornando alle sobrie Cotswolds, il sito Amevents offre cinque location per sposarsi qui, tra Hyde House con le edere e il fienile di Stratton Barn e Tortworth Court col suo torrione e l’aranciera. Secondo il Times è “il posto numero uno delle nozze dei super ricchi”. Una tale Lavinia Stewart-Brown, una wedding planner (poi bisognerebbe parlare della figura dei wedding planner, insomma gli Enzo Miccio sorti in ogni angolo del globo, dai boss napoletani alle agenzie fichette come la Lanza-Baucina che organizzò lo sposalizio Bezos), insomma questa Enza Miccia inglese dice al giornale che “se i matrimoni sono diventati una cosa sempre più importante nell’ultimo decennio (più costosi, più appariscenti, più disegnati per Instagram), questo avviene soprattutto alle Cotswolds. Prezzo base, 1.000 sterline per ospite ma salgono facilmente. Per un evento di tre giorni con duecento invitati, e sono cifre di un anno fa, ora saranno cresciute sicuramente – si parte da un milione di sterline.
“Le Cotswolds sono diventate un brand” dice sempre al Times Henry Bonas, “il re delle feste alle Cotswold”, vabbè. Insomma era un posto che fino a dieci anni fa non si filava nessuno, esisteva la cosa ma non il nome, ma appunto adesso è diventato un marchio, tipo NOLO a Milano, o le Cinque Vie (le Cinque Terre senza il mare) in Italia. Grazie ai club esclusivi che hanno aperto, ai film, tipo Downtown Abbey, Bridget Jones, Harry Potter, c’è stata un’invasione di cafoni globale, altro che remigrazione.
Il villaggio di Burton, già soprannominato “la Venezia delle Cotswolds”, vede traffico impazzito, e residenti che si trovano turisti coreani in cucina col bastone da selfie convinti di essere in un parco a tema. Bibury, che William Morris un tempo definì “il più bel villaggio d’Inghilterra” e Forbes addirittura “il più bel villaggio del mondo” (e i borghi italiani muti) è ormai assediato da ciabattoni americani. Ci hanno preso casa, vicini, pure Jony Ive e Marc Newson, i due designer che hanno creato insieme la Ferrari elettrica (sono uno inglese e l’altro australiano, ma la Ferrari elettrica li rende più burini degli americani).
Ma in questi giorni, che mi trovo proprio in Inghilterra, finisco proprio nelle Cotswolds, e mi spiegano che queste lande erano famose fino a una decina di anni fa per essere molto inglesi, cioè con tante mucche, pecore, cacce alla volpe, castelli diroccati con il conte balbuziente e alcolista e ormai squattrinato (una vecchia teoria sosteneva che potevi riconoscere il livello di impoverimento di questi signorotti dal numero di squilli che dovevi fare, all’epoca del telefono fisso, prima che qualcuno rispondesse, tanto è lontana l’epoca dei maggiordomi e delle servitù numerose). Ora invece sono arrivati gli attori con tutte le loro pretese, i baretti col soy milk e gli agopuntori, i maestri di yoga, gli psicologi per i cani e tutti quei servizi e servizietti senza i quali non campano. Ci vivono Hugh Grant, Kate Moss, i Beckham, Liam Gallagher. Che poi: per gli inglesi va bene, ha senso, soprattutto perché questo paradiso bucolico è vicino, insomma una specie di Capalbio per i romani. Ma gli americani non si capisce che ci vengono a fare: tipo i milanesi, a Capalbio. Alcuni infatti ci ripensano. Così Beyonce e Jay-Z dopo una perlustrazione di diverse proprietà (in elicottero; nelle Cotswolds pare si giri molto in elicottero) dicono avessero comprato un enorme terreno, ma alla fine hanno cambiato idea, e han lasciato perdere, perché il terreno si è rivelato paludoso. Gli abitanti delle Cotswolds ringraziano (anche per un altro motivo: perché non hanno preso casa, certo. Ma soprattutto perché sono arrivati già sposati).
E ora il matrimonione anglo-albanese. Che ha portato come sempre chiusure e restrizioni di traffico, dunque proteste, la città non è in vendita, ecc., insomma il solito copione (Palermo però è abbastanza una novità per i matrimoni, in Sicilia va molto Noto, con quello dei Ferragnez quando ancora si chiamavano così. Si andò, c’era una struttura di sicurezza tipo G8, con “badge” di diversi tipi, fan arrampicati fin sopra il pericoloso campanile, il vescovo aveva vergato di suo pugno un “rap” nuziale, l’Alitalia - c’era ancora l’Alitalia – fu criticata perché aveva fatto un charter speciale per gli sposi e il loro seguito da Milano). Che tempi.
Ma se il Castello delle cerimonie a Napoli è ormai in piena decadenza (il boss è morto, la magistratura ha revocato le licenze), ogni borgo d’Italia (tutti “il più bello d’Italia”) è pronto a ospitare uno sposalizio, possibilmente celebre. Venezia l’anno scorso fu travolta da quello cafonal di Jeff Bezos e della sua nerboruta pilotessa di elicottero Lauren, coi 27 cambi d’abito, le proteste di Greenpeace, gli ospiti celebri.
Sempre la solita solfa. I matrimoni portano sì “straordinaria visibilità alla città”, come ha detto il sindaco di Palermo, ma da una parte queste città non è che sono centri minori dei Carpazi o remoti villaggi della Slovenia noti solo a pochi intenditori. Venezia e Palermo diciamo che una piccola fama, da almeno qualche secolo, ce l’hanno già. Semmai, la straordinaria visibilità porterà altre migliaia di cafoni che non essendo Dua Lipa o Bezos contribuiranno all’affollamento e alla generazione di nuove catene del tartufo, dell’arancina/o, della focaccia, del limoncello, su via Vittorio Emanuele a Palermo o a San Marco a Venezia o a via del Corso a Roma o in qualunque centro storico over-turistizzato e over-matrimonializzato.
Il matrimonio cafonal in Italia è del resto ormai un format, con varie nuance a seconda del posto e del sapor locale: a Venezia gli invitati indosseranno babbucce friulane di artigiani locali (poi tornati in patria ci saranno solerti fisioterapisti per il mal di schiena); e visiteranno gli atelier di Murano con bomboniere di vetro soffiato; a Palermo, polemiche anche su “la villa della mafia” sede della festa, come l’ha chiamata un prestigioso giornale estero (ma nel frattempo in città andava in scena anche il matrimonio, nei giardini del Massimo, e per niente cafonal, del presidente dell’Antimafia regionale, Antonello Cracolici, con Roberta De Simone, dunque “lady antimafia”).
In Puglia le tradizioni si mischiano. La Puglia è forse il posto dove la “fusion” culturale e matrimoniale ha attecchito meglio. Se qui di matrimoni albanesi ne saran stati celebrati tanti, con gli sbarchi dei decenni scorsi, sono gli indiani invece i più contenti di venir a festeggiare. Dando vita a un genere indian-pugliese di difficile definizione e di nessun minimalismo. Già gli indiani non sono proprio sobri, si ricorda il micidiale matrimonio del rampollo Anbani due anni fa, matrimonio itinerante, tra Palermo, Portofino, e Mumbai, con Rihanna al microfono, e John Elkann in tenuta animalier, ma è in Puglia che il “matrimonio indiano in masseria” è diventato un classico, forse spurio come la pizza all’ananas, ma di enorme successo globale. Su Internet si possono trovare agenzie apposite che garantiscono “cerimonia indo pugliese, fino a 17 ore”. Si legge: “Tenuta Pinto si è trasformata in un piccolo angolo d’India nel cuore della Puglia. Sotto gli ulivi illuminati da lanterne”, che bello, 17 ore in masseria. Su “Musicamatrimonipuglia.com” ci sono tutte le indicazioni per un vero matrimonio indopugliese (sotto foto di famigliole indiane in realtà dall’aria mesta, non si capisce se sono pugliesi travestiti da indiani o viceversa, con delle mantiglie e delle tunichette). Se siamo a Delhi o Bari Vecchia. Comunque. “Un matrimonio indiano celebre è stato organizzato presso il Gattarella Resort nel Gargano, dove un principe gujarati ha scelto di unire il fascino del promontorio pugliese alle tradizioni indiane. L’evento ha coinvolto circa 300 ospiti e si è svolto in più giornate, includendo rituali come il Saptapadi (i sette giri attorno al Fuoco Sacro) e una processione scenografica sulla terrazza vista mare”. Ammazza. Un gujarati al Gargano! E quando ci ricapita! Con ben sette giri!
Tutto si fonde, insomma, masseria con Taj Mahal, induismo con pizzica; “Il Sangeet è una festa serale dedicata alla musica e alla danza, dove le famiglie si esibiscono in coreografie per celebrare l’unione dei futuri sposi. In Puglia, questa cerimonia può trasformarsi in una festa sotto le stelle, con luci decorative, musica dal vivo e piatti fusion che combinano la cucina indiana e pugliese”. Mentre “La cerimonia principale si svolge sotto un baldacchino chiamato Mandap. In Puglia, il Mandap può essere allestito in luoghi unici come giardini vista mare, campi di grano dorati o cortili con arcate storiche. Tradizionalmente, lo sposo arriva seguendo il rituale del Baraat, a cavallo o in una carrozza, accompagnato da canti e balli” – non si sa se pugliesi o indù.
Come l’indo-pugliese, un altro stile fusion veramente incomprensibile è il trump-kennediano. Tra i condannati a nozze delle ultime settimane c’è infatti anche il figlio del presidente, Donald Junior, che ha sposato la morosa Bettina Anderson in un posto sperduto delle Bahamas, con cerimonia per pochi intimi, insomma in pieno stile John John-Carolyn Bessette, forse perché hanno visto la serie tv (poi si dirà del pericoloso connubio tra matrimoni famosi e serie televisive).
All’estremo opposto delle nozze siculo-pugliesi-indiane, in un universo parallelo a ogni sposalizio trucido, c’è invece l’altro grande epicentro e cespite del matrimonio globale, quello alle Cotswolds. Una specie di Maremma inglese (ma in generale, una qualunque campagna con castelli e paesini caratteristici, abitata da vecchie famiglie), a un’ora di macchina da Londra, è un’area che comprende varie contee, Gloucestershire, Oxfordshire, Warwickshire, Wiltshire e Worcestershire, e rappresenta l’Inghilterra più da cartolina, coi suoi castelli, ville e cottage. Scelta da Carlo quando non era ancora re, per la sua tenuta biologica di Highgrove, adesso il sovrano ha presieduto a un matrimonio di famiglia, quello di Peter Phillips, figlio della principessa Anna e nipote diretto della defunta Elisabetta. La cerimonia è stata definita “quintessentially english countryside”. Anvedi. E lì, niente pizzica e neanche 17 ore di cerimonia, ma qualcosa di molto sobrio, in una chiesetta per l’erede che con suprema snobberia non ha manco titoli nobiliari, per volere di mammà (esiste una cosa più snob di, potendo scegliere, non darsi nessun titolo?). Mammà peraltro si è presentata con vestiti riciclati di 40 anni prima, e il figlio a-titolato ha sposato non una elicotterista o sciampista o regista bensì infermiera (di ospedale pubblico, sottolineano i giornali inglesi). Poi ricevimento nella casa di campagna della mamma di lui. E lì, non elefanti ma ombrelli, per la consueta pioggerella inglese. L’unica nota cafonal è che il re e la regina sono arrivati in elicottero, ma si dice per problemi di agenda.
Il fatto è che le Cotswolds, come tutti i posti che van di moda, prima o poi incappano nel matrimonio tamarro. L’estate scorsa qui si tenne lo sposalizio di Eve Jobs, figlia del compianto Steve, con un cavaliere olimpionico britannico. Cerimonia in chiesa medievale e poi ricevimento in un castello, sequestrato per tre giorni con divieto di scattare foto col telefono (interessante, visto che era la festa della figlia dell’inventore dell’iPhone). Festeggiamenti accompagnati dai vocalizzi di Elton John (il più grande cantante da matrimonio globale, un neomelodico “on steroids”, stava pure a Palermo da Dua Lipa). Presenti ovviamente Laurene Powell Jobs (filantropa e proprietaria del prestigioso Atlantic), Jennifer figlia di Bill Gates, Jessica figlia di Bruce Springsteen, e non poteva mancare una figlia Kardashian, nella fattispecie Kourtney (accusata di aver violato il divieto di foto, facendo percolare il matrimonio al suo Instagram dotato di 210 milioni di follower).
Il matrimonio, costato pare 7 milioni di dollari, di cui 1,3 sono andati al neomelodico Elton John, ha suscitato come si dice aspre polemiche, per i van neri degli ospiti, per la Rolls-Royce viola degli sposi, per le barriere anticarro e per altre robe burine non comuni da queste parti. Ma il matrimonio jobsesco ha segnato il definitivo cambiamento delle Cotswolds, con la sua progressiva americanizzazione che non piace ai residenti. Già c’era stato il trasferimento qui della coppia radical-televisiva americana Ellen DeGeneres con la moglie, in fuga dal trumpismo e con conseguente acquisto di immane tenuta, comprensiva di hangar per elicotteri. Poi però la casa è stata rimessa in vendita, poi di nuovo tolta dal mercato (le due sono inquiete a livello immobiliare, sulla newsletter AirMail di questa settimana si dice che abbiano cambiato 30 case da quando stanno insieme). Poi ci si mette pure la storia di Trump. Forse vorrebbero rientrare in America, stufe della pioggia e della fanga e dei cavalli e delle marmellate, ma con che faccia? Non bisogna mai dichiarare, lo sanno tutti, quelle robe tipo “se vince X me ne vado per sempre”, perché poi ti tocca andartene veramente, e Trump fa schifo, sì, ma una volta che ti sei abituato alle comodità americane poi dopo fare l’espatriato a tempo pieno non è mica facile.
Poi non basta abbandonare gli Usa, perché il trumpismo ti insegue: l’anno scorso in vacanza nelle Cotswolds è arrivato persino il turbo-burino vicepresidente JD Vance: insomma una tragedia. E infine i matrimoni, che sono il bacio della morte turistico. Nella vita dei luoghi turistici forse si possono immaginare infatti 4 tappe fondamentali; 1) anonimato-2) Serie televisiva; 3)matrimonio burino; 4) arrivo degli influencer (ma le varie fasi si possono anche sovrapporre e mixare a piacere: la serie televisiva può avvenire al posto del matrimonio burino, oppure possono esserci entrambi. Per la Sicilia ci sono stati sia i Ferragnez che “White Lotus” per esempio).
Tornando alle sobrie Cotswolds, il sito Amevents offre cinque location per sposarsi qui, tra Hyde House con le edere e il fienile di Stratton Barn e Tortworth Court col suo torrione e l’aranciera. Secondo il Times è “il posto numero uno delle nozze dei super ricchi”. Una tale Lavinia Stewart-Brown, una wedding planner (poi bisognerebbe parlare della figura dei wedding planner, insomma gli Enzo Miccio sorti in ogni angolo del globo, dai boss napoletani alle agenzie fichette come la Lanza-Baucina che organizzò lo sposalizio Bezos), insomma questa Enza Miccia inglese dice al giornale che “se i matrimoni sono diventati una cosa sempre più importante nell’ultimo decennio (più costosi, più appariscenti, più disegnati per Instagram), questo avviene soprattutto alle Cotswolds. Prezzo base, 1.000 sterline per ospite ma salgono facilmente. Per un evento di tre giorni con duecento invitati, e sono cifre di un anno fa, ora saranno cresciute sicuramente – si parte da un milione di sterline.
“Le Cotswolds sono diventate un brand” dice sempre al Times Henry Bonas, “il re delle feste alle Cotswold”, vabbè. Insomma era un posto che fino a dieci anni fa non si filava nessuno, esisteva la cosa ma non il nome, ma appunto adesso è diventato un marchio, tipo NOLO a Milano, o le Cinque Vie (le Cinque Terre senza il mare) in Italia. Grazie ai club esclusivi che hanno aperto, ai film, tipo Downtown Abbey, Bridget Jones, Harry Potter, c’è stata un’invasione di cafoni globale, altro che remigrazione.
Il villaggio di Burton, già soprannominato “la Venezia delle Cotswolds”, vede traffico impazzito, e residenti che si trovano turisti coreani in cucina col bastone da selfie convinti di essere in un parco a tema. Bibury, che William Morris un tempo definì “il più bel villaggio d’Inghilterra” e Forbes addirittura “il più bel villaggio del mondo” (e i borghi italiani muti) è ormai assediato da ciabattoni americani. Ci hanno preso casa, vicini, pure Jony Ive e Marc Newson, i due designer che hanno creato insieme la Ferrari elettrica (sono uno inglese e l’altro australiano, ma la Ferrari elettrica li rende più burini degli americani).
Ma in questi giorni, che mi trovo proprio in Inghilterra, finisco proprio nelle Cotswolds, e mi spiegano che queste lande erano famose fino a una decina di anni fa per essere molto inglesi, cioè con tante mucche, pecore, cacce alla volpe, castelli diroccati con il conte balbuziente e alcolista e ormai squattrinato (una vecchia teoria sosteneva che potevi riconoscere il livello di impoverimento di questi signorotti dal numero di squilli che dovevi fare, all’epoca del telefono fisso, prima che qualcuno rispondesse, tanto è lontana l’epoca dei maggiordomi e delle servitù numerose). Ora invece sono arrivati gli attori con tutte le loro pretese, i baretti col soy milk e gli agopuntori, i maestri di yoga, gli psicologi per i cani e tutti quei servizi e servizietti senza i quali non campano. Ci vivono Hugh Grant, Kate Moss, i Beckham, Liam Gallagher. Che poi: per gli inglesi va bene, ha senso, soprattutto perché questo paradiso bucolico è vicino, insomma una specie di Capalbio. Ma gli americani non si capisce che ci vengono a fare, tipo i milanesi, a Capalbio. Alcuni ci ripensano. Così Beyonce e Jay-Z dopo una perlustrazione di diverse proprietà (in elicottero; nelle Cotswolds pare si giri molto in elicottero) dicono avessero comprato un enorme terreno, ma alla fine hanno cambiato idea, e han lasciato perdere, perché si è rivelato paludoso. Gli abitanti delle Cotswolds ringraziano (anche per un altro motivo: perché non hanno preso casa, certo. Ma soprattutto perché sono arrivati già sposati).
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.

