Dal Sessantotto al farmaco EllaOne, così la rivoluzione sessuale ha stravolto il rapporto tra sesso e riproduzione

La separazione tra sesso e amore e la possibilità che molti rapporti sessuali siano nient’altro che puri e semplici rapporti sessuali. Cosa c'è dietro la debacle riproduttiva dentro la quale siamo finiti

20 GIU 26
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Foto ANSA

"Madamina il catalogo è questo.
Delle belle che amò il padron mio”
Dice Leporello a Donna Elvira, nel Don Giovanni. Su testo di Lorenzo Da Ponte e musica di Wolfgang Amadeus Mozart. E giù il famoso catalogo, inesauribile, interminabile, sconfinato, delle belle in oggetto.
Qualcosa del genere si potrebbe dire delle tappe che hanno scandito la rivoluzione sessuale in Italia, a partire dal 1967 per finire quasi cinquant’anni dopo, il primo maggio del 2015. La pillola anticoncezionale rappresenta il primo atto di quella rivoluzione. Apparsa in Italia nel ‘67, si trovava in tutte le farmacie ma era disponibile solo a fini cosiddetti terapeutici dietro presentazione di prescrizione medica. Una limitazione formidabile, anche perché allora i medici su questo versante erano ben poco compiacenti. Il movimento studentesco del Sessantotto faceva della liberalizzazione della pillola una bandiera della tanto rivendicata libertà sessuale. Era in effetti alla liberalizzazione del suo utilizzo che si guardava quando, a luglio del 1968, fu resa nota urbi et orbi l’enciclica Humanae vitae. Che però non fu affatto quella sperata, specialmente da parte del mondo giovanile, anche di parte cattolica. Se si escludeva la “liceità del ricorso ai periodi infecondi”, peraltro non nuova nel discorso della Chiesa sull’amore nel matrimonio, nient’altro veniva concesso ai coniugi, pur se Paolo VI per primo si rendeva conto che l’inscindibilità, ribadita nell’enciclica, dei due aspetti dell’atto coniugale, quello “unitivo” (sessuale) e quello “procreativo”, richiedeva da parte loro “sforzi eroici” per rimanere entro la (dottrina) morale della chiesa. Già definire unitivo l’aspetto sessuale del matrimonio, del resto, dice quanto la chiesa cattolica procedesse sulle questioni sessuali, pur all’interno del matrimonio, più che coi piedi di piombo.
Ma avviene letteralmente di tutto nei dieci anni che seguono l’enciclica paolina – che niente poté per fermare un movimento culturale che in campo sessuale e in quello della concezione della famiglia dava segnali inequivocabili di voler ribaltare tutto quello che fino ad allora era stato considerato pressappoco inamovibile, immodificabile.
La liberalizzazione della pillola contraccettiva, che dal 1976 diventa disponibile nelle farmacie anche senza prescrizione medica, rappresenta un avanzamento senza eguali per la libertà sessuale. Non casualmente essa arriva non solo dopo dieci anni da quando è in commercio, ma anche dopo l’introduzione della legislazione sul divorzio (1970), dopo la secca sconfitta al referendum (1974) dei sostenitori del Sì all’abrogazione di quella legislazione, e perfino dopo il nuovo diritto di famiglia (1975) che sancisce, tra l’altro, la piena parità tra i coniugi, a cominciare dall’educazione dei figli: tutte tappe fondamentali di una riconsiderazione globale della vita insieme famigliare e sessuale degli italiani. La libertà legata alla pillola anticoncezionale non è banale da esercitare, si pensa, comporta rischi elevati di debordare in comportamenti troppo spregiudicati e licenziosi, sessualmente parlando, cosicché è procrastinata fino a quando anche le altre caselle di un quadro in rapido, quasi convulso, rimodellamento non sono andate a posto. Quadro che avrà un’altra tappa nella legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza (legge 194, del maggio 1978). Alla fine del periodo 1967-1978 niente è più com’era e come gli italiani l’avevano conosciuto e vissuto: l’Italia ha colmato ogni tipo di gap con tutti gli altri paesi occidentali in queste materie, ed è entrata, comunque si guardi alla cosa, di gran carriera nei tempi moderni.
Ma, si diceva all’inizio, il catalogo non è completo e, diversamente da quello di Don Giovanni vantato da Leporello, dovrà aspettare quasi quattro decenni per arrivare al suo compimento.
A maggio 2015 il farmaco EllaOne, cosiddetto contraccettivo di emergenza che impedisce la gravidanza intervenendo nell’ovulazione fino a ben cinque giorni dal rapporto sessuale, è stato riclassificato in Italia come “senza obbligo di prescrizione” (S.O.P) per le maggiorenni. E’ diventato, insomma, un cosiddetto “prodotto da banco” come già la pillola contraccettiva nel 1976. Ed è stato, com’era largamente prevedibile, un successo immediato. Tanto che nel 2016 le vendite aumentarono del 63 per cento rispetto al 2015, che già era stato un anno di boom. In conclusione, secondo i dati forniti da Federfarma, la federazione dei farmacisti italiani, tra pillole del giorno dopo e quelle il cui effetto si protrae fino a cinque giorni dopo il rapporto sessuale, nel 2016 la contraccezione di emergenza poté contare sull’acquisto di “poco più di 500 mila pillole”. Il dato, al di là degli allarmi che sollevò, tradottisi anche in interrogazioni parlamentari destinate a rimanere lettera morta, aveva questo di curioso e di preoccupante al tempo stesso, che superava di quasi il 30 per cento il numero delle nascite in Italia di quell’anno. Cosicché quel numero così debordante di pillole acquistate sembrava corrispondere, più che alla necessità di evitare le possibili conseguenze di rapporti sessuali eccezionalmente non protetti, all’avventatezza di rapporti sessuali abitualmente non protetti, dal momento che una pillola – chiamiamola pure riparativa – avrebbe comunque messo a posto le cose.
Certo, non ci si può spingere fino a chiamare abortivo un farmaco come EllaOne che impedendo l’ovulazione interviene ab initio, ovvero (ma sul punto non è che ci sia proprio l’unanimità) prima che inizi il processo della vita. Ma nella sua concezione, oltreché nella sua finalità, quel farmaco chiude il cerchio di una rivoluzione sessuale che ora ha davvero a disposizione tutti gli strumenti per sottrarre il sesso, sol che lo si voglia, a ogni limitazione e/o costrizione; o meglio per sottrarlo, e qui è il punto davvero dirimente, a ogni possibile conseguenza procreativa. Chi non vuole figli può premunirsi, nel fare sesso, con pillola e preservativo; può ricorrere alla pillola del giorno dopo o a quella di più giorni dopo se incorre, per qualsivoglia motivo, in un rapporto non protetto; può infine, ultima ratio, sottoporsi all’interruzione volontaria di gravidanza, se proprio si trova di fronte all’inevitabile, dopo una catena tale di inaccortezze da meritare il premio Nobel. In effetti l’ivg è la pratica e la misura che più risentirà, inabissandosi il suo ricorso, delle conseguenze di una protezione anticoncezionale ad amplissimo spettro che praticamente impedisce o rimedia a errori e sventatezze.
Quando guardiamo a ciò che ha comportato la rivoluzione sessuale dal punto di vista riproduttivo, di solito consideriamo le nascite come misurazione degli intenti riproduttivi concretamente manifestatisi. Le nascite sono imprescindibili per ogni considerazione al riguardo, non c’è dubbio. Ma è abbastanza strano che non si faccia mai riferimento a una misura che è insieme più generale e più sottile, più esplicativa delle nascite di quel che è successo, vale a dire i concepimenti. Le nascite rappresentano la quota dei concepimenti che sono giunti alla conclusione o, si potrebbe anche dire, che sono andati a buon fine. Ma ci sono due quote dei concepimenti che non si tramutano in nascite: quella, appunto, delle ivg e quella degli aborti spontanei/terapeutici. La prima è la quota dei concepimenti indesiderati, la seconda di quelli sì desiderati ma sfortunati. Di quest’ultima quota ci è dato conoscere solo le “dimesse dagli istituti di cura per aborto spontaneo” – comunque una buona approssimazione del fenomeno. E dunque: che ne è stato dei concepimenti tra il 1968 e il 2025, tra l’anno dell’Humanae vitae che ha preceduto tutte le tappe della rivoluzione sessuale e oggi che quella rivoluzione ha potuto mostrare i suoi effetti in lungo e in largo – e non solo, ovviamente, in ambito riproduttivo? Per rispondere non resta che rifarci ai dati.
Nel 1968 abbiamo avuto 945 mila nascite, 151 mila (dimesse dagli istituti di cura per) aborti spontanei/terapeutici e almeno 300 mila interruzioni volontarie di gravidanza eseguite clandestinamente, dal momento che tra il 1980 e il 1984, ovvero nel primo quinquennio di applicazione della legge 194 del 1979, le sole IVG legali furono mediamente 220 mila l’anno, ma noi sappiamo che in quegli anni una quota molto rilevante delle IVG continuò a prendere la strada della clandestinità. Si arriva così a un totale di circa un milione e 400 mila concepimenti che non è specifico del 1968 quanto piuttosto, con oscillazioni di 50 mila in più o in meno, di ciascun anno dei sessanta.
Rifacciamo questo calcolo per il 2025: 355 mila nascite, 65 mila IVG e 34 mila aborti spontanei/terapeutici, per un totale di poco più di 450 mila concepimenti. Dunque i concepimenti sono oggi un terzo scarso di quelli che furono nel 1968 e negli anni immediatamente precedenti gli inizi della rivoluzione sessuale. Le nascite, che si aggirarono negli anni sessanta attorno al milione annuo, sono poco più di un terzo quelle di allora, i concepimenti poco meno di un terzo quelli di allora. I concepimenti – compresi quelli non voluti – sono diminuiti ancor più delle nascite. Dettaglio non secondario della debacle procreativa che ha accompagnato la rivoluzione sessuale ma che non è certo una conseguenza della sola rivoluzione sessuale.
Proviamo a completare questo conteggio fino a comprendere, tra i concepimenti di oggi, anche quelli scongiurati da farmaci come l’EllaOne non disponibili nel 1968 e negli anni ad esso precedenti. E’ facile vedere come, anche ipotizzando 500 mila pillole contraccettive di emergenza acquistate come nell’anno clou 2016 e altrettanti concepimenti scongiurati da queste pillole – ipotesi impossibile –, si arriva a un totale comunque lontano dalla quota di un milione di concepimenti; quota sistematicamente superata di almeno il 40 per cento in ciascun anno degli anni sessanta.
Il quadro è insomma quello di un paese che non guadagna dalla considerazione dei concepimenti al posto delle nascite – anzi. La considerazione dei concepimenti, più generale e significativa di quella delle sole nascite, ci suggerisce come una volta completata in tutti i suoi aspetti la rivoluzione sessuale con l’ultimo atto che risale al 2015 – liberalizzazione della pillola del giorno e dei giorni dopo – l’Italia si ritrovi oggi con una manifestazione concreta della sua forza riproduttiva ridotta dei due terzi rispetto ai tempi immediatamente a ridosso della rivoluzione sessuale. Che, poi, nei quasi cinquant’anni che intercorrono tra gli inizi e la fine di questa rivoluzione, sia letteralmente cambiato il mondo nulla toglie all’impatto ch’essa ha dimostrato di avere sulla società italiana e gli italiani.
Punto centrale di questo impatto è consistito non solo nell’allontanamento del sesso dalla riproduzione sessuale, ma anche in un più moderno e problematico allontanamento del sesso dall’amore. In fondo, in tutte le epoche, e in tutte le società, anche in quelle più lontane da noi, gli uomini hanno sempre dovuto impegnarsi più per non fare che per fare i figli. Lasciato a sé stesso il sesso tra uomini e donne arriva, in una popolazione senza alcuna limitazione delle nascite, senza alcuna pratica contraccettiva degna di questo nome, come si è potuto osservare in natura, a una media di 11-12 figli per donna. Decisamente troppi per poterseli permettere, cosicché ci si è sempre arrangiati per cercare di contenere il numero delle nascite sia a livello di coppia che di comunità e di territorio. Il vero, grande problema è che mai come oggi il sesso si è allontanato da un pieno e forte coinvolgimento sentimentale-amoroso tra uomini e donne. Anche a questo riguardo, sia chiaro, è di tutta evidenza che il sesso non richiede necessariamente l’amore per esser fatto e fatto bene. I rapporti sessuali tra uomini e donne tra i quali non sussiste alcun coinvolgimento sentimentale ci sono sempre stati e sempre ci saranno, e pure in grande quantità. Ma oggi si assiste a un fenomeno diverso, complessivamente parlando, di separazione tra sesso e amore che implica la possibilità che molti rapporti sessuali siano nient’altro che puri e semplici rapporti sessuali. Oggi si è arrivati a teorizzare proprio quella separazione, argomentando che solo il sesso che non ha implicazioni di alcun’altra natura è pienamente soddisfacente perché consente all’individuo una piena espressione di sé al di fuori, e al di sopra, di ogni implicazione che non sia quella più limpidamente sessuale. La cosa sembra pacifica, ma seguendo fino in fondo una tale impostazione si rischiano successioni di anodine relazioni contingenti usa e getta. E non è certo un caso che nel tempo del sesso facile non facciano che aumentare le persone, maschi specialmente, che si sentono inadatte a fare sesso, inadatte a fornire le prestazioni che richiede il fare sesso; non è un caso che i casi di sterilità maschile e infecondità femminile non facciano che aumentare.
La rivoluzione sessuale ha dilatato assieme alla distanza tra il sesso e la riproduzione sessuale anche quella tra il sesso e l’amore. Ed è esattamente qui il suo punto debole. Un punto debole che la liberalizzazione di farmaci come EllaOne approfondisce e che finisce per mettere qualcosa di più dello zampino nella debacle riproduttiva dentro la quale siamo finiti.