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Nuvola in affanno: il grande azzardo tecnologico del secolo
La corsa sfrenata all’AI non genera più entusiasmi, ma interrogativi e inquietudini. La (lenta) via europea sarà forse quella giusta?
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Un data center in costruzione a Magonza, Germania (Foto Getty)
Come impalpabili goccioline di vapore, tutti i dati della nostra vita sono saliti in alto. Uno dopo l’altro si sono addensati in cirri e nembi fino a formare la Grande Nuvola nella quale i destini si perdono se non riusciamo a riportarla a terra. E’ arrivata l’ora che scenda, è il momento che i sogni e le promesse facciano un bagno di “sano realismo”. Abbiamo passato un paio di anni in preda a un vero mesmerismo informatico, ci ha fatto girare la testa e con tutta quella realtà virtuale non abbiamo forse perso il senso delle cose? Dobbiamo riconoscere, non per mero patriottismo, che è stato un italiano ad aver lanciato un primo avvertimento, un italiano in gran parte responsabile di tutto questo gran trambusto, l’uomo che ha trasformato un banale transistor nella macchina di un brave new world ben al di là delle distopie di Aldous Huxley o delle magiche intuizioni di Arthur Clarke e Isaac Asimov. Parliamo di Federico Faggin da Vicenza, il quale nella Silicon Valley ha inventato il microprocessore. Oggi sostiene che l’intelligenza artificiale non è intelligente anche se ce lo fa credere, semmai è l’ultimo sviluppo dell’imitation game, aggiunge e predica “l’irriducibilità dell’umano annidato nella coscienza”. Ma torniamo ai fatti. Nel corso di pochissimo tempo sono suonati tre campanelli d’allarme, il primo finanziario, il secondo produttivo e l’ultimo, senza dubbio ancor più inquietante, etico e persino antropologico. Nel frattempo sia il dibattito scientifico-culturale, sia la prassi stanno facendo emergere due diversi approcci, meglio sarebbe dire due e mezzo: il primo, quello americano, carico di una hybris metafisica; il secondo europeo, che potremmo definire manifatturiero; in mezzo c’è la Cina, che con il suo utilitarismo cerca di prendere il meglio dell’uno e dell’altro. E’ una semplificazione estrema, gli americani hanno un vantaggio incolmabile nei linguaggi e di essi non si può fare a meno, la cinese DeepSeek insegue da lontano, così come la francese Mistral. Ma molti sostengono che è meglio accettare il fatto compiuto e ritagliarsi un proprio spazio originale nella grande trasformazione.
L’allarme finanziario ruota attorno una domanda per ora senza risposta: c’è o no una bolla, siamo ancora una volta nella trappola della esuberanza irrazionale? Nel dicembre 1996 l’allora governatore della Federal Reserve Alan Greenspan (morto il mese scorso a cent’anni) usò la frase “esuberanza irrazionale” per descrivere quel che stava accadendo a Wall Street, impegnata nel finanziare le compagnie internet costi quel che costi. E’ costata una crisi e una recessione analizzata dall’economista Robert Shiller nel suo libro intitolato proprio “Irrational Exuberance”. La Banca dei regolamenti internazionali, detta anche la banca delle banche centrali, ha parlato chiaro: altro che nuvola, un’alluvione di denaro liquido, “il boom dell’AI, l’inflazione e il debito minacciano l’economia mondiale”. La stratosferica quotazione di SpaceX, che ha reso Elon Musk trilionario, si è in parte ridimensionata in attesa che vengano resi noti i veri conti del gruppo che comprende i missili riutilizzabili, Starlink e xAI. In ogni caso anche il tycoon sudafricano è pieno di debiti. L’intera intelligenza artificiale poggia su un iceberg monetario e la parte sott’acqua composta di derivati e altre “diavolerie finanziarie”, contratte spesso tra loro in una “mostruosa fratellanza siamese” avrebbe detto Raffaele Mattioli, è la meno chiara e la più rischiosa. Le cinque sorelle (Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Oracle) si sono indebitate per circa 121 miliardi di dollari nel 2025 e 159 miliardi nei primi mesi di quest’anno, e ci sono colossi come Amazon a corto di liquidità a causa degli enormi investimenti realizzati. Le infrastrutture, a cominciare dai data center, sono idrovore e assomigliano sempre più a pozzi di San Patrizio. Come e quando saranno ripagati questi debiti se non si fanno utili o non se ne producono abbastanza?
L’intera intelligenza artificiale poggia su un iceberg monetario, mentre la parte sott’acqua è composta di derivati e altre “diavolerie finanziarie”
L’allarme produttivo parte anch’esso da un dilemma in cerca di soluzione: come mai finora non si è visto quel salto nella produttività e nella crescita lungamente promesso? Non solo l’Europa, rimasta indietro, ma anche gli Stati Uniti e la Cina vanno a ritmo più lento, mentre si manifestano le prime crisi di rigetto. La Ford ha richiamato 350 ingegneri perché il controllo di qualità lasciato all’AI è pieno di errori. Pensavano che bastasse dare in pasto all’intelligenza artificiale i requisiti di progettazione esistenti per ottenere un prodotto eccellente. Si sbagliavano. Peggio ancora è successo a McDonald’s dove i clienti si son visti arrivare gelati con pancetta. La catena Taco Bell che ha gestito due milioni di ordini in automatico ci ripensa dopo che un cliente ha fatto impazzire il sistema chiedendo ben 18 mila bicchieri d’acqua. Non è stato uno scherzo, ma un gesto deliberato per mostrare i falli dell’intelligenza artificiale. La banca digitale svedese Klarna, che si vantava di avere un sistema capace di sostituire 700 addetti al servizio clienti, ammette che è stato un errore e torna ad assumere. “Tutto d’un tratto – ha scritto Paul Krugman – abbiamo scoperto di avere modelli di IA che ci consentono di fare un’infinità di cose, ma scopriamo che i vantaggi sono molto, molto più piccoli delle attese. E’ difficile finora calcolare i veri guadagni di produttività. Nello stesso tempo una gran parte del sistema economico americano pensa che non si può perdere l’ultimo treno del progresso”. La sua conclusione non è pessimistica: è troppo presto, meglio attendere, ma senza chiudere gli occhi. Tuttavia sta diventando sempre più chiaro che uomo e macchina non possono fare a meno l’uno nell’altro. Vuoi vedere che quei ritardatari degli europei hanno ragione? Non tutti del resto sono così indietro, i paesi scandinavi o l’Olanda tengono testa, britannici e francesi corrono, tedeschi e italiani – i due grandi paesi manifatturieri – si muovono più lentamente, ma molti sostengono che quando l’applicazione dell’AI entrerà davvero nei processi produttivi, grazie alla collaborazione uomo-algoritmo che si sta sperimentando nei più grandi gruppi, si ridurrà la distanza con l’America la cui manifattura è meno competitiva.
Si manifestano le prime crisi di rigetto. La Ford ha richiamato 350 ingegneri perché il controllo di qualità lasciato all’AI era pieno di errori
Intanto bisogna fare i conti con una sempre più diffusa reazione sociale già massiccia negli Stati Uniti, ma destinata a diffondersi anche nel Vecchio Continente. Un nuovo luddismo? L’Economist, che vi ha dedicato una storia di copertina, suggerisce di non arrivare a conclusioni troppo facili. C’è senza dubbio una miscela di rifiuto ideologico, pregiudizio antiscientifico, retorica anti tecnica, e quant’altro, ma ci sono anche le prime ricadute concrete, sociali ed economiche, della corsa forsennata ai data center, l’infrastruttura principale della nuova rivoluzione industriale, fondamentale per chi produce chips come per chi macina informazioni. Mentre la discussione sui media e nella comunità scientifica si concentra su quel che l’intelligenza artificiale può fare, quel che sta accadendo è estremamente pratico e fisico, sostiene Stijn Van Nieuwerburgh, economista e professore della Columbia University. I data center hanno bisogno di grandi spazi, una enorme quantità di energia e di acqua per il raffreddamento, di materie prime e reti, di macchine e di tecnici. Ma soprattutto di denaro: si stima che la spesa arriverà a ottomila miliardi di dollari nel 2032.
E’ una spinta della domanda che per ora non trova offerta sufficiente e a sua volta porta in alto i costi. Il caso dell’energia è evidente: l’uso di fonti rinnovabili (sole, vento, acqua e nucleare) non basta a soddisfare la richiesta, quindi la bolletta elettrica è destinata a salire. Si genera così una “inflazione high tech”. Un sondaggio della National Association for Business Economics (Nabe) mostra che l’81 per cento degli economisti intervistati pensa che lo sviluppo dell’AI produrrà inflazione di qui al prossimo anno. I prezzi al consumo per il software e gli accessori dei computer è già cresciuto del 15 per cento a maggio, e nell’insieme componenti e accessori economici sono più cari del 27 per cento rispetto a un anno fa (dati del Dipartimento del lavoro). Kevin Warsh, prima di diventare presidente della Federal Reserve, sosteneva che l’AI sarà “una formidabile forza disinflazionistica destinata ad aumentare la produttività e la competitività americana”. Si basava su quel che è accaduto in altre onde d’innovazione dirompente (per esempio i personal computer e internet), ma se ciò può essere vero nel medio periodo, il presente ha un volto diverso.
Una spinta della domanda che per ora non trova offerta sufficiente e porta in alto i costi. Il caso dell’energia è il più evidente
Anche il timore, ben fondato, di una ricaduta inflazionistica alimenta il movimento “NO Centers” che negli Stati Uniti si diffonde a macchia d’olio. Già le proteste hanno bloccato investimenti in grandi centri di calcolo per 100 miliardi di dollari. Sondaggi dicono che il 40 per cento dei votanti vogliono che le imprese abbandonino l’AI. Le proteste non avvengono nella liberal California, ma negli stati dove prevale l’industria più tradizionale, in quella che viene chiamata la rust belt, la cintura arrugginita, ma anche nel sud: dall’Illinois al Texas alla Louisiana, passando per l’Ohio, dove c’è la quarta più grande concentrazione di data center, e tre quarti dei democratici e due terzi dei repubblicani sono contrari. Vedremo a novembre quale sarà l’impatto sul voto. In Europa non c’è ancora nulla del genere, ma bisogna sempre trarre lezioni da chi è più avanti. Elon Musk ha costruito la sua enclave in una cittadina, nella piccola comunità di Boca Chica, all’estrema punta meridionale del Texas, affacciata su quello che è stato ribattezzato “Golfo d’America”, la culla degli uragani, a un tiro di schioppo dal Messico. Quel che interessa di più nel racconto che ne ha fatto il Financial Times è il modello socio-culturale. Qui niente proteste se si vuole mantenere il posto di lavoro. Elon è il benefattore con tanto di suo faccione per le strade e lo slogan “da Boca Chica a Marte”. Alla faccia del mercato, è il feudalesimo prossimo venturo.
Nell’enclave di Elon Musk a Boca Chica, all’estrema punta meridionale del Texas, le proteste sono proibite se si vuole mantenere il posto di lavoro
L’allarme etico ha a che fare sia con la natura dell’AI, sia con il suo uso che per gli americani dovrebbe sostituire il lavoro umano. L’enciclica papale Magnifica humanitas, con l’appello a “coltivare un sano realismo”, non ha atteso che la nuova rivoluzione industriale si sviluppasse, come avvenne con la Populorum progressio, per far sentire la voce dell’“umanesimo romano” così inviso a Heidegger e ai suoi seguaci. Leone XIV si è mosso con maggior rapidità di Leone XIII, come i tempi richiedono, e ha raccolto un dibattito che ha visto protagonisti gli stessi innovatori. L’ultimo intervento che ha fatto molto discutere è quello di Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft (di origine indiana come Sundar Pichai, gran capo di Google). Ha pubblicato un saggio il 14 giugno e poi ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal, nella quale se la prende con il modo in cui ha preso forma la gara per l’intelligenza artificiale, con un piccolo gruppo di imprese che ha catturato l’intero valore della tecnologia destinata a cambiare il mondo, mentre i loro capi fanno profezie apocalittiche, denunciano i rischi alla sicurezza e la perdita di posti di lavoro per poi chiedere una espansione illimitata di risorse al mercato e al governo. “Alla lunga la gente non lo tollererà”. Il suo modello vuole essere diverso, “un sistema di apprendimento continuo” sia umano sia digitale, in cui i modelli operano nella macchina che l’uomo controlla e le imprese saranno valutate per la implicita conoscenza che esse contengono. Mantenere la proprietà intellettuale sarà fondamentale. “Abbiamo un duro lavoro per guadagnarci il permesso sociale”, conclude. Dario Amodei, il fondatore di Anthropic insieme alla sorella Daniela, è da un paio d’anni che parla, scrive, pubblica sottolineando il rischio che l’AI sfugga di mano. Già oggi può auto-correggere molti dei suoi stessi errori e Anthropic possiede modelli in grado di penetrare anche i più sicuri muri di sicurezza. Amodei ha ingaggiato (e poi vinto) un braccio di ferro con il Pentagono e con Trump che non lo ama, con Claude e Mythos ha ormai sorpassato OpenAI e Sam Altman, il quale vende il 5 per cento della società al governo americano per garantirsi il suo appoggio, adesso apre a una equa regolamentazione, senza lacci e lacciuoli, ma con norme chiare per tutti. Alla fine, Faggin è una voce radicale, però non grida nel deserto.
L’Europa, con il suo approccio più cauto e più diffuso, è lenta, ma forse è l’America a correre troppo avanti, anche per la dimensione e qualità delle sue stesse forze produttive. Uomo e macchina devono convivere, l’intelligenza artificiale è uno strumento formidabile da usare con cura e competenza, non è la biblioteca di Babele. L’AI si sta facendo adulta, è ora che si assuma le proprie responsabilità. Il modello americano, pur con diverse sfumature, ruota attorno a un nuovo “progetto Manhattan”: aumentare e difendere il proprio vantaggio tecnologico e strategico, tagliando fuori i paesi nemici e tenendo a bada quelli amici. Del resto accadde anche per la bomba nucleare, gli Stati Uniti la proibirono alla Gran Bretagna la quale, però, non si fece intimidire, andò avanti per proprio conto e mise Washington di fronte al fatto compiuto. La linea Manhattan, sostenuta da Alexander Karp – il volto meno psycho di Palantir – ha fatto breccia nell’amministrazione Trump. L’esempio nucleare è stato usato anche da Henry Kissinger, anche se in modo molto diverso, in quello che in fondo è il suo testamento: un accordo internazionale per l’AI sul modello del trattato di non proliferazione che non era perfetto, però è servito da contenimento. “Tecnologia, strategia e filosofia debbono essere ricondotte in una sorta di allineamento”, sostiene nel libro scritto con Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher. Il capitolo chiave è intitolato “Intelligenza artificiale e identità umana”, di quella “magnifica umanità” alla quale fa appello papa Leone.