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L'America vuole riportare il patibolo in piazza. La pena di morte nell'era dello streaming
Dall'ultima impiccagione pubblica del 1936 al progetto di Hegseth di trasmettere in diretta l'esecuzione del terrorista di Fort Hood, poi fermato da Trump. Novant'anni di storia americana raccontano il tentativo di nascondere la pena capitale senza abolirla. E il ritorno della tentazione di trasformare la giustizia in uno spettacolo di vendetta

Secondo lo studio “Gruesome Spectacles” di Austin Sarat, su 8.776 esecuzioni tra il 1890 e il 2010, 276 sono andate storte, circa il 3 per cento (Getty)
Alle 5.23 del 14 agosto 1936, a Owensboro, in Kentucky, Rainey Bethea si sedette ai piedi del patibolo e chiese di cambiarsi le calze. Aveva le mani ammanettate. Ci mise un po’. Ne tirò fuori un paio nuovo dalla tasca, lasciò scarpe e calzini vecchi sotto la scala e salì ventuno gradini guardando l’alba che sorgeva nei pressi del fiume Ohio. Sotto l’alta forca di legno c’erano diecimila o ventimila persone: i giornali dell’epoca davano cifre diverse, come succede sempre quando si tratta di quantificare una folla. Sopra c’era un ex poliziotto ubriaco che doveva tirare una leva e rimase immobile, confuso com’era per gli effetti dell’alcol. Dopo qualche momento di caos, con le autorità che urlavano ordini, toccò a un vicesceriffo rimasto senza nome appoggiarsi sulla leva. Il condannato cadde per circa due metri e mezzo, rompendosi il collo. Il certificato fissò la morte alle 5.45.
Bethea era un nero di 22 anni, la vittima era la settantenne bianca Lischia Edwards, che gli aveva dato un lavoro nella sua casa. Il processo era durato tre ore, con avvocati d’ufficio ad assistere l’imputato, che al momento dell’arresto aveva confessato i reati di furto, stupro e strangolamento. L’accusa però contestò solo lo stupro. La giuria di dodici uomini bianchi impiegò quattro minuti e mezzo a decidere. Per l’omicidio il Kentucky prevedeva la sedia elettrica a Eddyville, lontano dagli occhi di tutti. Per lo stupro invece era prevista l’impiccagione pubblica nel capoluogo della contea. Ma dopo il macabro spettacolo di quella lunga notte, con la gente arrivata da mezzo Kentucky per godersi lo show in un clima da linciaggio di piazza, si decise che da allora in poi le esecuzioni non sarebbero più avvenute in piazza.
E’ da quell’alba del 1936 che l’America non giustizia più nessuno in maniera pubblica. Novant’anni dopo, Pete Hegseth, capo del Pentagono, ha riaperto la ferita e ha fatto riemergere la voglia di una parte del paese di rendere la morte uno show di vendetta. L’autoproclamato “ministro della Guerra” nei giorni scorsi ha annunciato di voler eseguire, con un livestreaming aperto a tutto il mondo, la condanna a morte di Nidal Hasan, un ex maggiore dell’Esercito che nel 2009 uccise 13 persone e ne ferì 32, in una strage di matrice jihadista nella base militare di Fort Hood, in Texas. L’appuntamento è per il 3 dicembre, ma persino al presidente Donald Trump, dopo qualche giorno di riflessione, la decisione del Pentagono è sembrata eccessiva. Esecuzione sì, ma niente streaming. “Ritengo che avrebbe rappresentato un forte deterrente, mostrando al mondo come l’America tratta i terroristi e la feccia come Hasan”, ha detto Trump, aggiungendo però che “molte persone perbene e animate da buone intenzioni preferirebbero non vederlo morire, né in streaming né attraverso altri mezzi visivi”.
E’ dall’impiccagione di Rainey Bethea che l’America non giustizia più nessuno pubblicamente. Novant’anni dopo, Pete Hegseth ha riaperto la ferita
Niente diretta pubblica, quindi, ma resta la decisione di Hegseth di far tornare in azione un plotone di esecuzione militare, una pratica che le forze armate hanno abbandonato nel 1945. I soldati dovranno uccidere Hasan sparandogli probabilmente mentre li fronteggia seduto su una sedia a rotelle: l’ex maggiore è paraplegico per le conseguenze della sparatoria del 2009. L’idea del capo del Pentagono è di amministrare un biblico “occhio per occhio, dente per dente” nella stessa base e alla stessa ora in cui commise la strage.
Lo streaming sarebbe stato la versione da ventunesimo secolo digitale dei “picnic hanging”, come la stampa definì l’impiccagione in Kentucky del 1936 (lo racconta il libro “American Bloodlines” di Sonya Lea) e della lunga e tragica storia di esecuzioni pubbliche che accompagna l’America fin dai tempi coloniali. Punire con la morte di fronte a una platea è sempre stata una tentazione forte per lo spirito puritano del Nuovo Mondo e spesso è tracimata nell’odio razziale dei linciaggi di piazza contro neri e immigrati. Hegseth ha riaperto un dibattito sul passato degli Stati Uniti. Negli ultimi decenni la voglia di patibolo è stata gestita nascondendo le esecuzioni, rinchiudendole nelle camere della morte delle carceri di massima sicurezza e affidandole a pratiche ritenute meno disumane dell’impiccagione o del plotone armato, come nel caso del ricorso a sedia elettrica, camera a gas e iniezione letale.
Ma anche al riparo dagli occhi del pubblico, le esecuzioni hanno continuato a rivelarsi imbarazzanti per le autorità. Un po’ per gli errori giudiziari, un po’ per l’incapacità di abolire la pena di morte a favore di condanne all’ergastolo e in buona parte anche per i flop degli strumenti più “umani” che si è cercato di utilizzare. Secondo i calcoli di Austin Sarat e il suo studio “Gruesome Spectacles”, su 8.776 esecuzioni tra il 1890 e il 2010, 276 sono andate storte, circa il 3 per cento. Con l’iniezione letale si sale al 7 per cento, il tasso più alto di tutti i metodi. E se il caso di Fort Hood ha riportato al centro dell’attenzione le esecuzioni pubbliche, la vicenda di Christa Pike ha sollevato nuovi interrogativi sui metodi che si usano lontano dagli occhi del mondo, nelle camere della morte. Il 30 settembre scorso a Nashville, nel carcere di Riverbend, la cinquantenne Pike è sopravvissuta a due dosi di pentobarbital. E’ finita per alcuni giorni in terapia intensiva, intubata, con le braccia ustionate e piene di vesciche. Quando si è ripresa, l’hanno riportata in cella. Doveva essere la prima donna giustiziata in Tennessee dal 1820. Adesso è invece un caso nazionale, con il governatore Bill Lee che ha deciso di sospendere tutte le esecuzioni, ordinando un’indagine indipendente.
I casi Hasan e Pike sono solo l’ultima pagina della lunga e complessa storia del rapporto tra l’America e la pena capitale. La prima pagina fu scritta da un plotone di esecuzione. Nel dicembre 1608 a Jamestown, la prima colonia inglese stabile in Virginia, il capitano George Kendall, membro del consiglio di governo, venne fucilato con l’accusa di ammutinamento e spionaggio a favore della Spagna. Quattro anni dopo il governatore Thomas Dale mise la pena di morte per iscritto e la estese al furto di frutta o all’uccisione di un pollo senza permesso. Nel New England dei puritani il patibolo diventò una scuola di morale. Si impiccava in pubblico, il pastore predicava sul peccato davanti al condannato e la folla era chiamata a specchiarsi in lui. A Salem, nel 1692, salirono sulla forca diciannove persone accusate di stregoneria.
Per Nidal Hasan non ci sarà una diretta pubblica, ma resta la decisione di far tornare un plotone di esecuzione militare, pratica abbandonata nel ’45.
Poi arrivò l’Illuminismo, e arrivò quasi in tempo reale. “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, uscito a Livorno nel 1764, era tradotto in inglese tre anni dopo e ristampato a New York e Filadelfia. Jefferson ne ricopiò ventisei passi, in italiano, nei suoi quaderni. John Adams lo citò per difendere in tribunale i soldati inglesi del massacro di Boston. Ma i padri fondatori lo lessero a modo loro. Il progetto di Jefferson per la Virginia limitava la pena capitale all’omicidio e al tradimento, e per lo stupro prevedeva la castrazione. Cadde lo stesso, per un solo voto: secondo Madison per colpa della “rabbia contro i ladri di cavalli”. Benjamin Rush, medico di Filadelfia e firmatario della Dichiarazione d’indipendenza, sosteneva che le esecuzioni moltiplicavano il crimine invece di scoraggiarlo, perché abituavano la gente alla violenza. Nel 1794 la Pennsylvania inventò i gradi dell’omicidio e riservò il boia solo al primo.
La svolta decisiva arrivò nel 1834, ancora in Pennsylvania, il primo stato a portare le esecuzioni dentro le mura del carcere. Non era pietà per il condannato. Le classi rispettabili delle città del Nord si erano convinte che le folle dei giorni di impiccagione, tra ubriachi e borseggiatori, si corrompessero più di quanto si educassero. Lo storico Louis Masur ha ricostruito questo passaggio in “Rites of Execution” e lo si può riassumere così: l’America nascose le esecuzioni per poterle conservare. Nel 1846 il Michigan andò oltre e abolì la pena di morte per tutti i reati tranne il tradimento. Il Sud restò un’altra storia. Lì il patibolo pubblico sopravvisse a lungo, e accanto alla forca legale prosperò il linciaggio.
Anche la tecnologia entrò presto in scena, con la promessa di uccidere in modo più pulito. Nel 1890 lo Stato di New York mise a morte William Kemmler sulla prima sedia elettrica, nel pieno della guerra della corrente tra Thomas Edison e George Westinghouse. Nel 1924 il Nevada sperimentò il gas su Gee Jon, un immigrato cinese. Gli anni Trenta, il decennio di Bethea, furono quelli con più esecuzioni della storia americana, in media 167 l’anno, con una forte tinta razziale. Lo avrebbe ricordato Thurgood Marshall, primo giudice nero della Corte Suprema, nella sua opinione per la sentenza Furman v Georgia del 1972: dal 1930 gli Stati Uniti avevano giustiziato per stupro 455 persone. Quarantotto erano bianchi, 405 neri. Rainey Bethea era uno di loro.
La Pennsylvania fu il primo stato a vietare le esecuzioni pubbliche. Le folle che assistevano alle impiccagioni si corrompevano, più che educarsi
Dopo la guerra il pendolo cambiò direzione. Le esecuzioni calarono e nel 1966 Gallup registrò il sostegno più basso mai misurato, il 42 per cento. Dopo il 1967 nessuno fu più messo a morte. Gli avvocati del Legal Defense Fund della NAACP avevano scelto di contestare ogni singola condanna fino alla Corte Suprema. Il 29 giugno 1972, con la sentenza Furman, la Corte stabilì con un voto di cinque a quattro che la pena di morte, così come veniva applicata, era incostituzionale. I nove giudici scrissero nove opinioni diverse. Caddero quaranta leggi statali e 629 condannati si videro commutare la pena.
Sembrava la fine. Durò quattro anni. Trentacinque Stati riscrissero in fretta le loro leggi e nel 1976, con Gregg v. Georgia, la Corte le promosse. Il 17 gennaio 1977, nel carcere di Point of the Mountain, in Utah, Gary Gilmore rinunciò agli appelli, pretese di morire e si sedette davanti a un plotone di esecuzione. Le sue ultime parole furono “Let’s do it”. Norman Mailer ci costruì sopra “Il canto del boia”. L’America ricominciava a uccidere da dove aveva cominciato, con i fucili. Ma ora le serviva una ragione nuova per farlo. L’avrebbe trovata una ventina d’anni dopo, in una parola presa in prestito dal lessico della terapia.
La vera essenza del dramma americano della pena di morte contemporanea si riassume in una parola: closure. Difficile darne una traduzione italiana che ne rispetti pienamente il senso, ma significa metter fine a qualcosa, completare un percorso e concluderlo. La pena di morte oggi negli Stati Uniti si regge in buona parte sul concetto di closure, una delle parole più usate da governatori e procuratori per giustificare il “no” a qualsiasi atto di clemenza nei confronti del condannato. L’esecuzione è la conclusione che i parenti delle vittime e l’opinione pubblica aspettano, per ristabilire un senso di giustizia. È un po’ la filosofia del vecchio West americano: se hai ucciso, devi essere ucciso. Non te la puoi cavare con l’ergastolo e non c’è spazio per prendere in considerazione l’ipotesi di redimersi. La funzione rieducativa della pena non è un concetto americano.
L’essenza del dramma americano della pena di morte si riassume in una parola: “closure”, porre fine a qualcosa. Nessuna possibilità di redimersi
Eppure è una parola recente. Secondo il giurista Franklin Zimring, prima del 1989 “closure” e “pena di morte” non comparivano mai insieme sui giornali americani. Nel 2001 le citazioni erano più di cinquecento. Quell’anno il ministro della Giustizia John Ashcroft fece trasmettere a circuito chiuso l’esecuzione di Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklahoma City, a 232 sopravvissuti e parenti delle 168 vittime. Voleva aiutarli, disse, “a chiudere questo capitolo”. Bud Welch, che nell’attentato aveva perso la figlia Julie, si oppose: a uccidere lei e gli altri, disse, erano stati proprio la vendetta e l’odio.
Hegseth e una larga fetta dell’opinione pubblica che la pensa come lui ora vorrebbero andare oltre Ashcroft. La closure minaccia di uscire dalla stanza della morte accessibile solo ai parenti della vittima per tornare a essere uno spettacolo per tutti. Il capo del Pentagono e il suo ammiratore Josh Howerton, un pastore evangelico che giustifica la pena capitale invocando le lapidazioni bibliche, parlano la lingua delle forche di piazza. Il primo papa americano ne parla un’altra. Il 10 ottobre Leone XIV ha scritto che la pena di morte è “inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Non ha nominato Hasan e ha lasciato la polemica ai suoi. Paul Coakley, capo dei vescovi americani, di fronte alla proposta di Hegseth, ha parlato di “barbara promozione di una cultura di morte”. E’ l’arcivescovo di Oklahoma City, la città di McVeigh. Hasan ora aspetta quello che ritiene sia un martirio. Alonzo Lunsford, colpito sette volte da lui, vorrebbe solo guardarlo negli occhi. Il resto del mondo per ora sembra essersi risparmiato la sorte di diventare spettatore, seguendo la morte in livestreaming come fosse un evento sportivo.