Si poteva fare di meglio? Probabilmente sì. Da parte di tutti. Ma è qui che, al netto della strategia controproducente dei club, si è innesta una serie di scelte, o non scelte, politiche che hanno moltiplicato i problemi. Alla preistoria di questo racconto ci sono le battute, via via meno divertite man mano che passava il tempo, di Beppe Sala. Costretto prima a ricordare che non poteva abbatterlo di suo iniziativa, il Meazza: poi alla Corte dei conti come glielo spiego?, diceva; poi a spiegare ai
facinorosi del partito Nimby-statalista che in paese libero non si possono costringere le squadre a giocare dove non vogliono; poi a chi strillava “meglio mettere i soldi per le case popolari”, che i soldi, senza l’aiuto dei privati, lui non li aveva; e infine a chi vorrebbe tenersi il Meazza com’è: “Se Moratti vuole salvare lo stadio, può comprarlo”. In questo tira e molla, arrivare a una decisione era comunque possibile. Secondo più di un osservatore sarebbe stato possibile, una volta approvata un dichiarazione di interesse, ricorrere direttamente alla Legge stadi, delegando le successive fasi alle competenze regionali e sottraendole così ai dibattiti e sub-dibattiti locali. Ma si andava verso le elezioni e Beppe Sala, a lungo incerto se ricandidarsi o provare nuovi palcoscenici nazionali, ha preferito non creare tensioni nella sua parte politica, in cui la componente contraria all’operazione è sempre stata cospicua. Così si è preferito mettere in piedi la macchina del “dibattito cittadino”, rivelatasi una lunghissima perdita di tempo senza costrutto, il rito formale di una inconsistente e umiliante democrazia diretta. E nel frattempo le scelte di sindaco e alleati sono state quelle della dilazione delle decisioni e infine di presentarsi alle elezioni con una nuova formazione consiliare in cui la componente Verde e anti-stadio è più forte di prima. Nel frattempo, le scelte incongrue non sono venute solo dalla politica. E’ poco comprensibile che, di fronte a un progetto di tale portata, ognuno abbia proceduto per proprio conto, senza una regia. I progetti per il Trotter e le nuove Terme, e altri sull’edilizia di quartiere, avrebbero dovuto essere parte di un piano che riguardasse anche lo stadio e la parte sud di San Siro. Ma non è avvenuto. Così Sala, che di suo non è mai stato contrario al progetto di un nuovo stadio – se non altro perché ne sa calcolare i benefici strutturali ed economici per la città – si ritrova ora con un Consiglio comunale senza maggioranza su San Siro, due ricorsi al Tar ancora pendenti, e un sottosegretario alla Cultura pronto al colpo di ghigliottina. E
se la vicenda del nuovo stadio finisse nel nulla, addirittura decapitata con destrezza da un vincolo creato ad hoc da Sgarbi ma benedetto anche da sinistra, sarebbe non soltanto una sconfitta sportiva per le ambizioni dei club. Non sarebbe solo lo stop a un possibile progetto di rigenerazione di una cruciale area della metropoli. Sarebbe un disastro politico e amministrativo per una città che solo quindici anni fa è stata protagonista delle rivoluzioni di Porta Nuova, di City Life, della rinascita della Darsena, di varare un’operazione ambiziosa come quella degli Scali ferroviari, di creare e vincere la scommessa Expo e di trasformarla poi nel distretto Mind – con il contributo di Beppe Sala, prima commissario Expo e poi parte in causa come sindaco, e dall’altra parte c’era Giuseppe Bonomi, gran manager che oggi cura il dossier stadio per i due club. Sarebbe insomma un fallimento progettuale. Un arrendersi pasticciato a uno
statu quo inutile a tutti, in base a una logica rivolta tutta al passato. E per giunta costoso:
se le due squadre decidessero di andarsene, il Comune perderebbe circa 60 milioni di affitto annuale, e si troverebbe a gestire un impianto vuoto che costa circa 10 milioni di manutenzione. E per i club, rimanere significherebbe rinunciare a introiti e a piani di sviluppo futuri. Una situazione che solo dieci anni fa sarebbe parsa surreale ai milanesi: di sinistra come di destra. Una decisione positiva entro il 2024 appare sempre più difficile. Su tutto questo incombe ora la volontà di trasformare un catafalco di cemento armato non più funzionale per il calcio d’alto livello – chi insiste a dire che “nonostante la vetustà rientra in categoria 4 Uefa, cioè tra gli stadi italiani con maggior livello tecnico”, certifica solo che gli altri impianti italiani sono peggiori – e non solo da parte di Sgarbi. L’Associazione Gruppo Verde San Siro, ha fatto ricorso al Tar perché “demolire il Meazza significa distruggere un simbolo di Milano, è come demolire metà del Duomo o il Pirellone”. Nonostante, a settembre 2020, anche il Comitato tecnico scientifico dei Beni culturali avesse deliberato che sì, San Siro “ha un valore fortemente simbolico” in vista di un “vincolo storico relazionale”, ma aveva rifiutato di porre il “vincolo monumentale” che lo renderebbe intangibile. Se accadesse, Inter e Milan sarebbero costrette a “fare buon viso”, come ha detto con un po’ di cinismo Sala, o a cercare casa altrove. Con calma, a quel punto c’è una convenzione che scade nel 2030: ma nel frattempo, con le Olimpiadi in mezzo, sarebbe difficile costringerle a mettere altri quattrini per migliorare l’impianto. Così fioccano i piani B, C o Z. L’ipotesi che le società si dividano su due impianti non regge: costerebbe troppo. La ristrutturazione è sempre stata scartata per i costi e perché bloccherebbe l’utilizzo per molto tempo (il Bernabeu è stato chiuso 560 giorni). C’è l’ipotesi Sesto: ma è lontano e i costi alti. C’è chi parla di un’area a Porto di Mare, di un’altra a San Donato. Ma ogni partita ha la sua zona Cesarini e c’è chi racconta di una proposta segreta che metterebbe d’accordo tutti, trasformando un disastro in una vittoria all’ultimo minuto.