
Nei laboratori della Fondazione Human Technopole (LaPresse)
gran milano
Cervelli di ritorno (a Milano)
Solo l’eccellenza contrasta l’inevitabile (e giusta) fuga: Human Technopole, Ieo, Poli
Se il declino di un paese si misura con l’emorragia delle sue forze migliori, lo scenario descritto da Ferruccio Resta nel Festival dell’economia organizzato dal Foglio sabato scorso a Milano induce alla preoccupazione. In dieci anni sono andati via dall’Italia 550 mila giovani, tra questi 14 mila con un Phd, ovvero il massimo grado di istruzione. L’ex rettore del Politecnico ne ha avuto anche per Milano, solo 15esima nell’innovazione tra le città dell’Unione europea: un dato pesante se si considera che è riferito alla locomotiva dello sviluppo nazionale, ma sarebbe sbagliato trarre conclusioni disfattiste: al contrario, i centri della ricerca e del sapere sono impegnati per riportare in città le migliori intelligenze espatriate.
Un esempio tra i più virtuosi è rappresentato da Human Technopole, situato nel cuore di Mind (nell’area ex Expo sono iniziati proprio in questi giorni i lavori per il primo studentato dell’Università degli studi). Vanta un organico di 477 persone, tra cui circa 370 tra ricercatori e personale di supporto. Si tratta di professionisti di 39 nazionalità diverse, con un’età media di 30 anni. C’è un dato che balza agli occhi: il 40 per cento del personale di ricerca arriva dall’estero. Tra questi c’è Francesco Cambuli, laurea in Biologia molecolare e biotecnologie a Bologna, poi dottorato di ricerca a Cambridge dal 2007 al 2014, un rientro a Trento quindi l’esperienza di ricercatore alla Columbia University dal 2018 al 2024. E infine l’approdo allo Human Technopole. La sua esperienza aiuta a capire perché molti giovani una volta lasciata la penisola non fanno più il percorso inverso: “A differenza dell’Italia la ricerca negli Usa gode di due fattori determinanti: maggiori risorse e regolarità nella loro erogazione che garantisce sulla possibilità di portare avanti un progetto che qui non sempre esiste creando situazioni di incertezza, è un peccato perché i ricercatori italiani non hanno niente da invidiare a quelli americani”. Quanto alla scelta di rientrare in Italia, oltre a ragioni di carattere personale, ha influito la qualità dello Human Technopole affine a quella che ha lasciato negli Usa. Il caso è benaugurante ma la realtà di un ritorno di massa in grande stile è ancora lontana, come dimostra un questionario del 2023 rivolto a 700 ricercatori (su ben 15 mila italiani) che lavorano oltreatlantico. Nelle risposte emergono anche altri limiti del nostro sistema, oltre a quelli indicati da Cambuli, tra cui la diffidenza nell’investire sui giovani, costretti a lunghe e umilianti anticamere prima di potere diventare protagonisti della ricerca.
Sempre restando in questo campo, antesignano delle politiche di rientro dei cervelli è stato lo Ieo. Tra le tante c’è l’esperienza del biologo Diego Pasini, laureato a Milano e poi trasferito a Copenaghen dove è rimasto 5 anni prima di fare ritorno nel 2010: “Le ragioni per cui si preferisce restare all’estero sono di diverso tipo, pesano le retribuzioni italiane molto inferiori ma anche il sistema: manca l’industria associata alla ricerca mentre a livello accademico si avverte troppo l’aspetto burocratico”. Il suo rientro a Milano, dove insegna anche alla Statale, è dovuto all’opportunità di lavorare alla Ieo che rappresenta un centro di eccellenza: “Se non ci fosse stata non so cosa avrei fatto – confessa – in Italia realtà come questa sono poche mentre in Germania di centri come lo Ieo o Human Technopole ce ne sono quaranta”.
Se si vuole davvero che queste storie diventino prassi occorre rivedere tutto il mondo della ricerca e dell’università, non basta promettere stipendi più alti. Un tentativo interessante per catturare i giovani espatriati arriva dal Politecnico, come spiega il vicerettore per la ricerca Alberto Guadagnini: “Stiamo portando avanti tre programmi, il primo consiste nello stanziare risorse con cui offrire l’insegnamento, sta avendo un buon successo tant’è che nel periodo 2021-24 circa 30 persone hanno accettato, 14 nel solo 2024. Poi abbiamo progetti individuali, di concerto con la commissione Ue, rivolti ai giovani ricercatori in cui premiamo i migliori e infine Idea Legue che consiste in un’alleanza tra cinque università europee che consente di ottenere un doppio dottorato e, di conseguenza, la possibilità di scegliere tra due paesi”.