Vale più la forza libera di Davide Simone delle pene esemplari

La violenza giovanile che attraversa Milano sembra un rumore sordo e inarrestabile, ma la storia di Cavallo ribalta il copione: una vittima che sceglie il perdono invece dell’odio e illumina, con il suo gesto, un fenomeno che le pene esemplari non riescono a fermare

21 MAG 26
Immagine di Vale più la forza libera  di Davide Simone delle pene esemplari
E’ il tema a corso forzoso di quotidiani scontri politici, di paure reali dei cittadini e di rancori sociali sempre sul punto di sconfinare nell’odio razziale, di risposte politiche assenti e di scorciatoie populiste. E’ il tema nero di ogni grande (ma anche piccola) città. Ma è un rumore sordo, spaventato e incattivito che rischia di soffocare soprattutto una metropoli “place to be” come Milano. E’ la violenza urbana, incontrollabile, è la violenza soprattutto di giovani e giovanissimi, “i ragazzi al coltello”. Che siano italiani di prima, seconda o millesima generazione.
Poi ci sono dei casi la cui drammaticità sovrasta tutto, in cui le pene dei processi rischiano di diventare (anzi diventano) assurdamente “esemplari”. Ma in cui succede altro. Succede un ribaltamento. Succede che un ragazzo come gli altri, ma stavolta una vittima, si alza malfermo sulle stampelle cui è stato condannato, e parla una lingua diversa. Di vita, di perdono, persino di gioia. Ed è il miracolo, la luce nel tunnel di cui vogliamo parlare, per illuminare il resto.
E’ la storia di Davide Simone Cavallo. Il ventiduenne studente della Bocconi che lo scorso 12 ottobre è stato aggredito e accoltellato da una baby gang in corso Como, bottino 50 euro, e che rimasto invalido. Ieri si è chiuso il processo contro Alessandro Chiani, 19 anni, ritenuto colpevole di tentato omicidio, e Mohamed Atia, giudicato invece solo complice. L’accusa aveva chiesto una condanna alta, e in linea con altre sentenze relative a casi simili. Ma il tribunale ha sentenziato vent’anni di carcere (al complice, invece, solo dieci mesi). Le sentenze si rispettano, ma si possono opinare. E qui è opinabile un eccesso di zelo, di esempio, anche se le menomazioni subite d Davide Cavallo sono davvero pesanti. Ma è difficile pensare che l’esemplarità delle pene possa aiutare a fermare un fenomeno di violenza giovanile ormai diffuso in ambiti e classi sociali spesso diverse. Potrà forse nascere qualcosa di diverso, nuovo e migliore, dalle parole e dai gesti di Davide Simone Cavallo, che chiedono di diventare patrimonio di riflessione. Ieri sulle sue stampelle Davide Simone era in Aula, si è alzato, e ha abbracciato i due giovani che lo avevano ferito, gli hanno chiesto timidamente scusa. “Potresti essere mio fratello”, ha detto Alessandro.
Qualche giorno fa, Davide aveva scritto una lunga lettera ai suoi assalitori, pubblicata dal Corriere della Sera. In cui ha raccontato senza filtri il suo calvario, il dolore fisico, la rabbia, la paura. “A volte ancora la sento, la coltellata”. Ma ha anche scritto: “Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio”. La sua carta d’identità: “Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui”.