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In arrivo un gran restauro al Poldi Pezzoli, grazie al World Monuments Fund
Il 9 giugno iniziano i restauri del Salone Dorato al museo in via Manzoni. Le opere contenute nella stanza saranno comunque visibili in un nuovo allestimento
6 GIU 26

Foto LaPresse
Lavori in corso al Poldi Pezzoli. La settimana prossima, il 9, partono i restauri del Salone Dorato: lo rivedremo nuovo a metà settembre. Non è una stanza come le altre, come sa chi frequenta il museo di via Manzoni realizzato da Gian Giacomo Poldi Pezzoli, collezionista, mecenate, maniacale organizzatore di questi spazi un tempo domestici che hanno ispirato, in Italia e nel mondo, il concetto stesso di “casa-museo”. Nel Salone Dorato è esposta la Dama del Pollaiolo, opera-simbolo del museo (è anche nel logo), accanto a capolavori come il San Nicola da Tolentino di Piero della Francesca attorno al quale è ruotata la grande mostra di due anni fa, e poi due tavole di Sandro Botticelli, dipinti di Giovanni Bellini e Andrea Mantegna.
Dunque dal 9 giugno il salone chiuderà al pubblico (niente panico: i capolavori del Poldi restano visibili, riallestiti temporaneamente nella Sala del Collezionista) per un necessario restauro che recuperi un po’ del “dorato splendore” degli inizi. E’ Alessandra Quarto, direttrice accorta, a raccontarci le vicissitudini dell’ambiente che, come molti altri edifici del centro, ha subito i bombardamenti degli anni ’43-44. Alla fine della guerra rimane ben poco degli allestimenti sfarzosi voluti dal fondatore. Ma il corposo archivio Alinari conserva diversi scatti che ci restituiscono il sapore dell’epoca. Le foto, unite alle tignose note di Gian Giacomo, custodiscono una miniera di informazioni utili per il restauro che deve fare i conti anche con gli ammodernamenti successivi. Il primo, tenacemente voluto da Fernanda Wittgens, leggendaria direttrice di Brera, ripara quanto distrutto con un soffitto ligneo a cassettoni e tavole decorative di ambito cremasco, acquistate dallo Stato e poi donate alla casa museo come “risarcimento di guerra”. Poi tutto cambia di nuovo sotto la direzione di Alessandra Mottola Molfin, negli anni Settanta. con le modalità del tempo (minimalismo). Oggi nel Salone Dorato resta quasi nulla degli sfarzi del tempo, ma qualcosa potrebbe riemergere: dal progetto che il Foglio ha potuto vedere si capisce che verrà valorizzato il finestrone architettonico, caro a Gian Giacomo. Dai primi test fatti, pare possibile il recupero delle decorazioni in marmo e bronzo ora coperte dal soffitto in cartongesso: quest’ultimo sarà eliminato in tutta la sala e se anche il soffitto by Wittgens, dai primi accertamenti, non sembra recuperabile, di certo l’ambiente sarà più arioso. Potranno così tornare, con un nuovo sistema di illuminazione, non solo i capolavori della sala ma anche gli arazzi concepiti per questo lo spazio.
Restaurare il Salone Dorato non è operazione da poco: Quarto si è mossa bene, attivando da tempo una “relazione speciale”, ora ufficializzata. I lavori partono infatti grazie al prezioso confronto e sostegno (500 mila dollari) del WMF World Monuments Fund, una delle principali organizzazioni indipendenti dedicate alla salvaguardia dei luoghi più preziosi al mondo, con sede a New York. Breve storia del WMF: il fondatore, il colonnello James Gray, sconvolto dalle alluvioni a Venezia e Firenze nel ’66, ideò una sorta di “centro raccolta” di finanziamenti da mecenati nel mondo per la tutela dei beni artistici e paesaggistici. Ad oggi, il WMF ha investito in Italia più di 23,5 milioni di dollari in 84 progetti e ora si aggiunge il restauro del Poldi. La casa-museo, in attesa dell’apertura dei prossimi uffici, ospita la prima sede italiana di WMF, diretta da Fiorella Ballabio e presieduta Silvia Beltrametti Krehbiel, due “milanesi di ritorno” dopo anni all’estero. Dal futuro quartier generale si gestiranno progetti “in grandi città e in piccoli centri”. Dettaglio non secondario: i donors americani che hanno sostenuto ora il restauro del Poldi – che è un museo privato – e in futuro chissà quanto altro godono di agevolazioni fiscali che qui ancora ci sogniamo. Ed ecco la coincidenza: Maurizio Lupi ha appena presentato alla Camera la proposta di legge – a sostegno bipartisan – per ampliare l’Art bonus anche a soggetti privati (oggi il meccanismo consente a cittadini e imprese di effettuare erogazioni liberali solo a favore del patrimonio culturale pubblico beneficiando di un credito d’imposta pari al 65 per cento). Al netto di intoppi, la proposta potrebbe diventare legge a fine anno: per i molti musei privati italiani e le fondazioni cittadine sarebbe la svolta, vedremo.