Come distruggere col populismo lo Spirit de Milan. Ma c’è lo Spig

Con il vincolo di Sovrintendenza, il locale diventerebbe un moloc intoccabile. Ma il Comune, facendo ricorso ai Servizi privati di interesse pubblico o generale, avrebbe ancora uno strumento per trattare

11 GIU 26
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Foto LaPresse

Se c’è un modo perfetto per decretare la fine dello Spirit de Milan – bel localone di musica dal jazz al tango alla mala milanese con tavoloni e cucina lombarda, un “presidio culturale” come si dice adesso, nato un decennio fa negli spazi post industriali fané e persino art decò e di una ex cristalleria alla Bovisasca, periferia ancora scassata del nord Milano – è metterci sopra la pietra tombale di un vincolo di Sovrintendenza. Rendendolo un moloc intoccabile. Ed è quel che ha subito pensato di fare, ahinoi, la presidente del Municipio 9, Anita Pirovano (Verdi-Sinisra) che ha annunciato l’intenzione di avviare a “strettissimo giro” l’iter per chiedere una “dichiarazione di interesse culturale” sulla ex cristalleria, sorta negli anni Venti del Novecento. Le ha fatto eco il confinante Municipio Otto, guidato da Giulia Pelucchi (Pd). “Basta dire che non si può fare, il finale non è già scritto: faremo di tutto per salvare un luogo che non può essere sacrificato, né dal punto di vista culturale né da quello sociale”.
Con un vincolo che impedisse qualsiasi intervento – i proprietari dell’intera area, la Prestige logistic degli eredi Livellara già famiglia della cristalleria progettano la vendita in vista di futuri interventi di rigenerazione urbana (si dice così) – Lo Spirit de Milan resterebbe lì, probabilmente chiuso, dacché i proprietari hanno dato sfratto ai gestori del locale, e sarebbe difficile trovare qualcuno che mettesse i soldi. Perché l’area andrà in ristrutturazione. Mettere un vincolo: e poi chi mantiene il monumento? Il Comune? Valeva, in grande, anche per l’assurdo vincolo di intangibilità che qualcuno voleva imporre al Meazza.
Beppe Sala è infatti intervenuto subito, annunciando possibili interventi in extremis con una mediazione tra proprietà, locale e possibili sviluppatori dell’area (ad ora risulta solo l’interesse di Coima, che però non è in nessun modo parte in causa dell’attuale vertenza). Ha detto Sala “lo Spirit è un servizio di prossimità riconosciuto dal Comune. Milano non può perdere un modello di rigenerazione culturale”. Ma il sindaco sa bene che non può certo prendersi in accollo uno spazio privato, per quanto di destinazione culturale e sociale, e tanto peggio con sopra il cappello della Sovrintendenza: chi paga? Domanda che forse non si pone Pierfrancesco Majorino, che è intervenuto sottolinenando la necessità di mano pubblica: “E’ una storia che non riguarda solo i privati ma l’idea pubblica della città. Il Comune non ha strumenti diretti, tanti altri spazi hanno chiuso in questi mesi e l’idea di città passa anche da quello che ci accade. Non ci si può arrendere”.
Il vincolo, o un subentro da parte del pubblico, sarebbero il disastro.
In realtà, non è vero che il comune non abbia strumenti. Anzi li ha per trattare proprio per i privati in favore del bene pubblico. Di fatto, è il meccanismo che già ha permesso la nascita e il successo di un altro spazio in certo senso analogo allo Spirit, il Mare Culturale Urbano, che ha in gestione dal Comune la’antica Cascina Torrette a Trenno.
Lo strumento si chiama Spig - Servizi privati di interesse pubblico o generale – ed è un modello di intervento-accordo previsto dal Pgt del Comune di Milano (Piano dei Servizi). Si tratta di edifici che possono ospitare servizi che vanno dal welfare (asili nido, residenze per anziani) ai centri culturi o sportivi o ricreativi. Si tratta nello specifico (e potrebbe esser il caso) di “edifici o porzioni di edifici la cui superficie di pavimento non viene conteggiata nell’edificabilità” attribuita a ciascun immobile o area. Detto in soldoni: se un’edificazione o una ristrutturazione accoglie una porzione dedicata agli Spig (il Comune ha già previsto alcune tipologie e interventi realizzati: tra i principali SPIG attuati negli anni dagli operatori privati, si possono menzionare gli studentati, i centri di studio e ricerca, le attività culturali, museali, di istruzione e sportive, gli incubatori di impresa e le attività commerciali di vicinato) può ottenere uno scomputo sui costi o meglio sulle metrature.
Potrebbe essere la formula applicata allo Spirit del Milan, chiunque decidesse di intervenire, all’interno della categoria degli spazi socioculturali. Tramite insomma una convenzione tra privato e Comune. Perché nessuno ne parla? Lo strumento esiste, ma la difficoltà principale è nella definizione – trasparente, oggettiva. Quantificabile – del canone per la concessione degli spazi a chi gestirà lo SPIG e il bilanciamento tra pubblici e investitore privato, ad esempio anche sui parametri di densificazione edificabili (insommanessuno costruirebbe un grattacielo sopra lo Spirit). Ci sono altre strettoie burocratiche e di legge che andrebbero precisate. Ma lo strumento per salvare lo Spirito de Milan esiste, bisogna mettersi al lavoro. L’importante è evitare di metterci sopra una pietra tombale populista.