L'incerto futuro del Mudec e i "cantieri diplomatici" milanesi

Va a scadenza il contratto del Sole 24 Ore Cultura con il Museo di via Tortona e Palazzo Marino cerca un nuovo partner. Ma per il dopo servirà un gestore coraggioso. Intanto non si fermano i lavori negli altri musei 

20 GIU 26
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Foto LaPresse

Cercasi gestore per il Mudec, il Museo delle Culture di via Tortona, gioiello fragile concepito dall’archistar David Chipperfield, prima da lui medesimo rinnegato a causa di una polemica sui pavimenti ormai vecchia di un decennio, poi di nuovo amato come “anfiteatro high-tech”. Ora che la convenzione di gestione con Sole 24 Ore Cultura è in scadenza naturale (a marzo) e non sarà rinnovata, Palazzo Marino cerca un nuovo partner: il bando sarà pubblicato a fine mese, ma ci sarà tempo fino a metà settembre per presentare le offerte (si parte da una concessione di 8 anni, con canone annuo a base gara di 10 mila euro, soggetto a rialzo). Dettagli non secondari del futuro patto “pubblico-privato” (ché il museo è e resta di proprietà del Comune): bisognerà assicurare “almeno due mostre internazionali all’anno, accompagnate da un articolato programma di eventi, attività educative, visite guidate e iniziative rivolte a scuole, famiglie e pubblici differenti, in coerenza con la missione culturale del museo”. E poi: “Particolare attenzione sarà dedicata anche ai servizi aggiuntivi – bookshop, bistrot e ristorante – che dovranno sviluppare un’offerta qualitativamente elevata e coerente con l’identità visiva e culturale del Mudec”.
Non proprio una sfida da niente, se si considera che aumenteranno nel nuovo assetto gli spazi museali direttamente gestiti dal Comune (da 500 a mille mq, per esporre 700 opere della collezione permanente), come anticipato dall’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi. Mentre il Sole sembra voler illuminare nuovi orizzonti (a proposito: la mostra sui Macchiaioli, prodotta dal gruppo e allestita non al Mudec bensì a Palazzo Reale, ha fatto il botto con 90 mila visitatori nei primi 4 mesi e sarà prorogata fino al 5 luglio), il Mudec, come molti dei musei nati “etnografici” in Europa e poi altrimenti rinominati, è ancora alla ricerca di una sua identità. Per il futuro servirà un gestore coraggioso (o forse meglio un generoso mecenate?).

Musei diplomatici

Fervono altri lavori in altri musei. Mentre è in fase di avviamento il cantiere del Secondo Arengario, che porterà al nuovo assetto del Museo del Novecento e alla tanto attesa passerella affacciata su piazza Duomo, non si fermano i cantieri “diplomatici”, sempre più indispensabili alla sopravvivenza. Del fecondo legame appena siglato tra il Poldi Pezzoli e il potente World Monuments Fund per il sostegno al restauro del Salone Dorato si è già parlato su queste pagine. Brera risponde con un rafforzamento delle relazioni diplomatiche con l’Oman, dove il direttore Angelo Crespi già in passato aveva incontrato Al Moosawi, segretario generale del Museo Nazionale omanita, e dove la vicedirettrice Chiara Rostagno si è recata lo scorso autunno per un confronto sulla gestione delle collezioni permanenti.
E proprio oggi apre in Sala Teresiana, nel cuore della Biblioteca Nazionale Braidense, la mostra “Oman and Italy”. La diplomazia dell’arte non è tecnica sconosciuta nemmeno alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana che, per inciso, chiude il terzo anno di bilancio in attivo e, considerati i dati dei visitatori del 2025, segna un aumento del 50 per cento, riconfermando così Antonello Grimaldi come segretario generale per i prossimi cinque anni. L’istituzione ha rinnovato la sua collaborazione scientifica con il Museo Galileo per sviluppare “Leonardo//thek@” (peccato non aver puntato su un nome graficamente meno criptico): si tratta di una biblioteca digitale d’avanguardia che permette di navigare tra gli oltre 1.200 fogli del Codice Atlantico. La nuova versione del progetto, presentata ufficialmente a Londra, è rivoluzionaria: grazie alla collaborazione con il Royal Collection Trust, include i fogli conservati a Windsor. Questo permette di ricomporre virtualmente i taccuini originali che furono smembrati nel tardo Cinquecento da Pompeo Leoni e di ricostruire il cosiddetto “laboratorio creativo” di Leonardo.