In kenya i prestiti digitali sono una piaga

2 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 00:06 | 3 MAR 20
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Il Kenya è da decenni un paese d’avanguardia nei pagamenti digitali. Mentre ancora in Italia le carte di credito contactless erano fantascienza, nel paese africano nel 2007 veniva introdotto M-Pesa, un sistema di pagamento digitale mediante smartphone che oggi è utilizzato dal 75 per cento dei cittadini adulti. M-Pesa è usato per pagare le bollette e per fare la spesa, ma è anche un sistema che ha consentito la creazione di un mercato enorme di prestiti digitali. Bloomberg Businessweek ha raccontato di recente la storia di Tala, una startup americana fondata nel 2011 da Shivani Siroya, che ha scelto il Kenya come primo mercato proprio per la diffusione capillare dei pagamenti digitali. L’obiettivo di Siroya era quello di superare le storture del microcredito che troppo spesso nelle mani sbagliate si è trasformato in uno strumento di strozzinaggio, e di usare algoritmi sofisticati per creare un nuovo sistema di piccoli prestiti digitali via cellulare. Tala ha avuto un successo eccezionale dal punto di vista della crescita, ha emesso oltre un miliardo di dollari di prestiti e il suo valore stimato è di centinaia di milioni di dollari, ma sul campo, in Kenya, le cose non sono andate come previsto. Il paese non ha un limite ai tassi d’interesse e quelli di Tala sono di circa il 180 per cento a un tasso annualizzato.
Circa 2,5 milioni di kenioti, il 10 per cento della popolazione adulta, non riesce a pagare i suoi debiti digitali. E Tala, come altre società, si avvale di società di recupero crediti che usano metodi spesso crudi e prepotenti. Il microcredito funziona male, la nuova versione digitale promossa in Kenya si chiama “inclusione finanziaria”, e non sembra aver migliorato le cose.