Inglese a chi?

17 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 08:53
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I l prossimo 30 novembre potrebbe segnare la nascita di una nuova classica di Premier League. Per quella data il calendario, sorteggiato lo scorso giovedì, ha accoppiato Newcastle e Manchester City: tutt’altro che un big match, almeno finora. Perché le sorti del Newcastle – appena due stagioni fa in seconda divisione – sarebbero sul punto di cambiare radicalmente, in meglio: l’ultra contestato Mike Ashley, numero uno dei Magpies, è alla ricerca da tempo di un acquirente, e potrebbe averlo trovato nello sceicco Khaled bin Zayed Al Nahyan – membro della famiglia reale di Abu Dhabi. La stessa dello sceicco Mansour, proprietario del Manchester City, di cui Khaled è cugino: le due squadre sarebbero protagoniste di un derby tutto emiratino. Il possibile neo acquirente del Newcastle, che avrebbe offerto una cifra vicina ai 350 milioni di sterline (quasi il triplo di quanto era costata ad Ashley), aveva già messo gli occhi qualche mese fa su una squadra di Premier League, il Liverpool: in quel caso, però, la maxi offerta da 2 miliardi di sterline era stata rifiutata.
Due proprietà degli Emirati Arabi Uniti in Premier League, il campionato di calcio più seguito, più ricco e più accattivante al mondo, rende evidente la presenza ingombrante di un’area, quella mediorientale, che ha scelto di investire con decisione nel calcio. Il campionato inglese, che ha acquisito uno status di torneo internazionale, ha attratto nel tempo i più disparati investimenti stranieri – al momento ci sono proprietà russe, americane, malesi, cinesi, thailandesi, pakistane, italiane; i player del mondo arabo, però, si differenziano da tutti i precedenti perché in ballo ci sono investimenti statali, che trascinano con sé tutto un delicato intreccio di equilibri e rapporti diplomatici. Che il calcio sia apprezzato strumento di soft power non è un mistero, che diventi un terreno in cui spostare battaglie geopolitiche ne è diretta conseguenza, anche tra confini spaziali piuttosto ridotti e lontani. Nei giorni in cui si dava per fatto il passaggio di consegne della proprietà del Newcastle, i media internazionali scrivevano di un forte interesse da parte del Qatar Sports Investments nei confronti del Leeds, squadra di Championship ma con forti ambizioni – quest’anno ha disputato i playoff con Marcelo Bielsa in panchina. La scelta del Leeds sarebbe tutt’altro che casuale, e avrebbe solide ragioni sportive: squadra di grande tradizione, con 34 mila spettatori di media allo stadio, e soprattutto alle spalle una partnership, stipulata nel gennaio 2018, con la Aspire Academy, la “cantera” di stato del Qatar nata per creare le nuove generazioni di campioni. Il Qatar Sports Investments si troverebbe per le mani una squadra sorretta da un progetto di talento homemade, funzionale anche al player trading della società “ammiraglia”, il Paris Saint-Germain, ma avrebbe anche l’occasione di entrare nel calcio inglese, con tutti i benefici economici e di posizionamento che ne deriverebbero.
Il neopromosso Sheffield United, invece, è dal 2013 per metà di proprietà del principe saudita Abdullah Bin Mosaad Bin Abdulaziz Al Saud, e da allora è stato protagonista di una risalita vertiginosa – appena due stagioni fa era in terza divisione. Ma l’Arabia Saudita avrebbe progetti molto più grandiosi: lo scorso febbraio sarebbe arrivata un’offerta ai Glazer per l’acquisto del Manchester United – benché i portavoce della dinastia reale abbiano smentito – per una cifra record di quasi 4 miliardi di sterline. Del resto, tra Red Devils e Arabia Saudita i rapporti sono molto stretti: Saudi Telecom è il partner commerciale del club più duraturo, e lo scorso anno c’è stata la firma di una collaborazione che impegna lo United a mettere a disposizione il suo know-how per contribuire allo sviluppo del calcio saudita.
Il calcio, quello inglese soprattutto, potrebbe essere dunque il nuovo terreno su cui atterrano le tensioni dell’area del Golfo: dal 2017 i rapporti tra il Qatar e i paesi vicini sono pessimi, con la decisione di alcuni stati, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto in testa, di interrompere le relazioni commerciali e diplomatiche con Doha, accusando l’emirato di Al Thani di sostenere i movimenti terroristici islamici. Il Qatar ha retto all’isolamento politico ed economico, e anzi si è presa importanti rivincite proprio in ambito calcistico: la Fifa, nonostante le pressioni dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, ha rinunciato ad allargare il Mondiale a 48 squadre già dall’edizione del 2022 in Qatar, che avrebbe comportato lo svolgimento del torneo anche in altri paesi dell’area araba. Poco tempo dopo, Doha si è aggiudicata l’organizzazione del Mondiale per club nelle prossime due edizioni – il torneo, tra il 2017 e il 2018, si era disputato negli Emirati. Battaglie politiche, prima che calcistiche. Che in Inghilterra potrebbero avere il loro palcoscenico più prestigioso.