Economia, esteri, diritti. Le risposte che Salvini non vuole dare all’Italia

14 AGO 19
Ultimo aggiornamento: 00:11 | 15 AGO 19
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Ma ciò che il leader della Lega deve aver sottovalutato è l’effetto prodotto dalla sua ambigua doppiezza tanto sul Parlamento quanto sugli elettori. E il motivo per cui a torto o a ragione il ministro dell’Interno non viene oggi percepito come se fosse un ordinario protagonista della politica italiana è direttamente collegato al legittimo sospetto che una volta arrivato alla guida del paese Salvini possa usare i suoi “pieni poteri” per fare tutto quello che ha sempre lasciato intendere di essere disposto a fare. La conventio ad excludendum maturata negli ultimi giorni in Parlamento finalizzata a costruire una tacita intesa tra alcune parti sociali, economiche e politiche per respingere la repubblica del Papeete non nasce per una distrazione di Salvini ma nasce dalla precisa volontà del Truce di lasciare aperte alcune finestre che un leader che si candida a guidare la terza economia più importante dell’Europa non può permettersi di lasciare neppure socchiuse. Vale quando si parla del rapporto con la Russia e della volontà di far sentire l’Italia a casa più a Mosca che a Bruxelles. Vale quando si parla del rapporto con i trattati internazionali, del diritto dei migranti e della volontà di trasformare la legge farlocca del populismo (come dimostra il caso Open Arms, di cui parliamo a pagina due) in una legge che travolge perfino il diritto del mare. Vale quando si parla del rapporto con la moneta unica e della volontà di Salvini di lasciare sempre campo nel suo partito ai teorici dell’uscita dall’Euro. Vale quando si parla del rapporto con lo stato di diritto e della capacità di un partito di considerare la legge dello stato più importante della legge del taglione. Vale quando si parla del rapporto con l’Europa e della volontà di alimentare alleanze finalizzate a rendere le istituzioni europee sempre meno forti e sempre più vulnerabili. Vale quando si parla del rapporto con la storia e per quanto sia sciocco considerare Salvini un fascista è altrettanto sciocco non riconoscere che è lo stesso Truce a giocare spesso con le parole usate dal suo quasi omonimo Duce. Vale quando si parla del rapporto con la democrazia parlamentare e più Salvini darà l’impressione di considerare il Parlamento al suo servizio e più offrirà al presidente della Repubblica ragioni per dubitare della sua compatibilità con la guida della settima economia più importante del mondo. Si può essere più o meno favorevoli all’opzione di un governo del contenimento capace di scongiurare la nascita di un governo dell’imbarbarimento ma non si può non riconoscere che il pazzo dibattito andato in scena in questi giorni intorno al tema del trucismo non abbia prodotto un risultato importante: mettere in piazza un formidabile processo all’estremismo salviniano. Al contrario di quello che vorrebbero far credere gli scendiletto del populismo trucista, Salvini oggi non è ostaggio dei nuovi inciuci del Parlamento ma è ostaggio di un estremismo sfascista che ogni giorno offre buone ragioni per dubitare che la leadership salviniana sia compatibile con la guida della terza economia più importante dell’Europa. Le strade possibili per costruire un’alternativa sono evidentemente diverse (c’è chi pensa che debba essere il Parlamento, subito, c’è chi pensa che debba provarci l’elettorato, ora) ma il tema del futuro alla fine resta quello: come si ferma il Truce. Sperando ovviamente che il tentativo di fermare il vitale populismo salviniano non faccia risorgere il morente populismo grillino.