Anche le spiate americane confermano che nel 2011 non ci fu complotto

Al direttore - Telefonata riservata tra Gentiloni e Renzi per convocazione ambasciatore Usa. E’ arrivato dieci minuti dopo.
Giuseppe De Filippi
Giuseppe De Filippi
Ovvio: le giganti orecchie degli americani non sono una novità ma sono comunque sgradevoli. Un suggerimento però a chi urla al “complotto-complotto”: non c’era bisogno di ascoltare le telefonate a Berlusconi per capire quali erano le cose che il governo avrebbe dovuto fare nel 2011 per non cadere. Non si chiama complotto. Si chiama politica.
Al direttore - La fragilità della ripresa italiana, scrive Ferrara su Politico.eu, induce il governo a battersi con maggiore energia per ottenere nuove condizioni di crescita. Sennonché l’indebolimento di quest’ultima riguarda anche l’Unione e la ricerca delle suddette nuove condizioni è anche conseguenza dei vincoli stabiliti a livello europeo, alcuni dei quali non sono più sostenibili. Se questi ultimi non sono l’unica causa, certamente concorrono, a cominciare dal pareggio di bilancio, a frenare la ripresa. E’ mai possibile che, di fronte alla prospettiva di un rallentamento generale della crescita nell’Unione e nell’Eurozona, si persista nelle politiche di austerità? Il primo atto che bisognerebbe compiere dovrebbe riguardare una sostanziale revisione del Fiscal compact perché anche le misure innovative che vengono prospettate, alla fin fine, troveranno in quest’ultimo un ostacolo insormontabile. Tuttavia, alcuni paesi nordici, sotto l’influenza tedesca, hanno tentato di far salire di rango questo accordo approfittando del negoziato per impedire la Brexit e infilandolo tra le misure da recepire nel Trattato Ue. L’operazione è stata sventata, ma attesta la posizione rocciosa di diversi partner ancora sulla linea dell’austerità presuntamente espansiva.
Angelo De Mattia
Angelo De Mattia
Al direttore - Sbaglio o il governo aveva detto che sulla questione del ddl Cirinnà non voleva entrare? E come la mettiamo allora con questo accordo Pd-Ncd-Ala, con annesso voto di fiducia su un maxi-emendamento senza la stepchild adoption? Coerenza avrebbe voluto, anche (e forse soprattutto) dopo il dietro front del M5S, affrontare il dibattito in Senato a viso aperto, anche a costo di rimetterci su tutta la linea. Invece si profila l'ennesimo colpo di mano, oltremodo indigeribile tenuto conto della delicatezza del tema che avrebbe richiesto un dibattito a cielo aperto il più ampio possibile, anche a livello di società civile (e perché no, con tanto di referendum consultivo). Ma non è neanche questo ciò che più lascia l’amaro in bocca, quanto piuttosto l’atteggiamento dei parlamentari cattolici. I quali farebbero bene a rileggersi questo passaggio della Nota dottrinale della congregazione per la Dottrina della fede del 24 novembre 2002: “Quando l’azione politica viene a confrontarsi con princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona”. Il che significa non soltanto un no secco ad aborto, eutanasia e tutto ciò che lede i diritti dell’embrione, per esempio. Ma anche che “… devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale”. Per cui, cari parlamentari cattolici delle due l’una: o la smettete di dirvi cattolici senza esserlo, oppure se vi dite cattolici avete un’ottima occasione per dimostrarlo. Con i fatti, possibilmente.
Luca Del Pozzo
Luca Del Pozzo
Al direttore - Lo scorso venerdì leggendo il suo giornale ho scoperto che i Probiviri e i Saggi di Confindustria hanno diramato una circolare che nei fatti impedisce ogni comunicazione esterna o dibattito vero ai quattro candidati alla presidenza. Lo spirito della riforma Pesenti e quello dei tempi che viviamo, piaccia o meno ma il governo Renzi ha dato una spallata definitiva agli equilibri tra i poteri incluso il ruolo delle organizzazioni di categoria, avrebbero voluto un confronto tra programmi e tra persone aperto, contendibile, commentabile, criticabile. Soprattutto: votabile dagli iscritti. Invece i candidati che hanno fatto interviste, anche molto belle come quelle pubblicate dal vostro giornale, sono stati diffidati dal farlo ancora e i programmi insabbiati nelle porte chiuse di riunioni senza stampa e senza confronti tra diversi programmi. Neanche il M5s è arrivato a tanta chiusura in se stesso. Il risultato è molto discutibile: dal web e sul web filtrano veline su improbabili votazioni tenutesi in riunioni a porte chiuse, dove peraltro nessun voto era previsto, che diventano l’unica fonte informativa per i giornalisti censurati in ogni altro contatto con i candidati confindustriali. Invece di favorire una campagna su Facebook e il pieno uso di internet ai quattro candidati è stato perfino impedito di realizzare e animare dei siti online per presentare e discutere il proprio programma. Senza informazione nessun voto consapevole può formarsi, lo sapevano bene i comunisti sovietici che impedivano ogni forma di confronto tra le idee. Una elezione da Pcus ai tempi del renzismo di governo fa davvero sorridere. Rende ancora più motivata la decisione di Sergio Marchionne, da noi nel passato più volte commentata positivamente su questo giornale, di uscire da Confindustria. Con questi metodi elettorali i Marchionne rischiano di diventare sempre più numerosi.
Edoardo Narduzzi, imprenditore iscritto a Confindustria
Edoardo Narduzzi, imprenditore iscritto a Confindustria