Ti ricordi di me?

Simonetta Sciandivasci

Nel romanzo di Michela Marzano, i genitori sono prima di tutto un uomo e una donna

Quando si è ammalato mio padre e l’ho detto ai miei amici, quelli più cari, quelli più amici hanno preso a chiedermi di lui così: “Come sta papà?”. Non tuo padre, o Vito, che è il suo nome, ma papà. Come se fosse anche il loro papà. Come se fossimo, io e loro, fratelli. Lui, dal canto suo, da quando s’è ammalato, è molto arrabbiato e stanco, come se avesse tantissimi figli che ancora lo stremano costringendolo a giocare, ridere, non essere di malumore o depresso; figli tutti ancora da sistemare e civilizzare – “non mi hanno educata, ma soltanto civilizzata”, dice Magda Szabó dei suoi genitori in Per Elisa.

   

C’è un momento in cui tuo padre diventa di tutti gli altri, di un chirurgo, una fisioterapista, una tua amica, un tuo amore chiuso ma vivo, un’infermiera che lui guarda come non ha mai guardato te, chiedendole aiuto, fidandosi di lei più di quanto si sia mai fidati di te perché tu non sai far passare il dolore né spiegare perché aumenta; tu i problemi li hai sempre e solo creati, non risolti. Tuo padre diventa di tutti e tu devi farti da parte, metterti in fila, lo devi accarezzare con accortezza, cercare di farlo ridere, esserci e basta, evitare di chiederti se per lui sei ancora importante, di chiedergli di rimettersi in sesto per amor tuo, di dirgli le cose che non sopporti vengano dette a te – mantieni la calma, è normale, non esagerare.

      

Tuo padre diventa di tutti quando deve assolutamente sopravvivere, lottare per guarire, mangiare senza aver fame, bere senza aver sete, dire quello che gli pare senza timore di agitarti, dire o piangere o urlare come se tu non ci fossi. Tu lo guardi e vedi un uomo che è molte cose, tra le quali anche tuo padre. Un uomo libero da te, da noi, che lo vogliamo allegro, poetico, risoluto, invincibile, avvocato: tutto per noi.

    

Una cosa che Michela Marzano racconta nel suo ultimo romanzo, “Idda” (Einaudi Stile Libero) è quello che succede quando un genitore diventa di tutti. Cosa succede quando un figlio s’accorge che sua madre e suo padre sono di tutti, del mondo, della loro vita, della malattia che li colpisce, di chi può aiutarli a curarla o arginarla, e che sono un uomo e una donna prima di ogni cosa, e appartengono a loro stessi prima che ai propri figli, prima che a te. Annie, la suocera di Ale, protagonista del romanzo, s’ammala d’Alzheimer. Pierre, suo figlio, lo realizza con fatica, continua a dirle ti ricordi di me, guardati in questa foto, non sono tuo padre sono tuo figlio; ci resta male quando lei è infastidita dalla sua presenza, quando è complice di Ale, o della dottoressa, o di chiunque meno che di lui, che sembra essere per lei uno dei tanti, qualcuno di familiare. Tocca ad Ale aiutarlo a capire che Annie resterà Annie anche quando avrà smesso completamente di riconoscerlo, perché non è il fatto di essere sua madre a fare di lei chi è. Ad Annie tutti sono familiari sebbene dalla sua mente sia svanita la sua famiglia, e forse proprio per questo. E’ un tratto tipico dei malati di Alzheimer, insieme a quest’altro: “Ti amo” è la sola frase che non scompare mai dal loro lessico. Cosa resta di noi quando perdiamo la memoria, quando “perdiamo noi stessi”, quando ci convinciamo che uno sconosciuto sia nostro figlio, e gli diciamo che lo amiamo? Tocca ad Ale porsi queste domande e aiutare Pierre a dividere Annie da sua madre, a capire che la malattia non sta strappandogli sua madre, ma gliela sta mostrando per la prima volta libera, autentica. Annie e non madre. Annie e basta. Annie che si lascia svuotare il conto da una badante, essendole anche lei parsa familiare; Annie che è complice di sua nuora; Annie che è di Pierre nello stesso modo in cui è di tutti; Annie che non ha alcun freno inibitorio e se ne frega di essere rassicurante o cortese.

    

Siamo fintanto che ricordiamo chi siamo stati o cominciamo ad essere non appena lo dimentichiamo? “E se la parte autentica di noi fosse nascosta fino a che ci sforziamo di controllare tutto, perché ci sono tante cose da fare e non possiamo permetterci il lusso di essere, semplicemente essere, stanchi, depressi, svogliati, capricciosi?”.

    

E’ terribile lasciare a tua madre o a tuo padre la libertà di scordarsi di te e vivere così in un mondo semplice, dove tutti sono interscambiabili e l’amore è un fatto di prossimità e non di legame, di sorriso e non d’impegno. Ma quante volte lo hai fatto tu, per sopravvivere? Quante volte l’ho fatto io? Ho dimenticato i fiori che mi ha portato una persona che amavo, per liberarmi dal dolore di averla persa. Ho dimenticato le buone maniere per far valere un mio diritto. Ho dimenticato di tranquillizzare i miei genitori quando ho deciso la strada da percorrere per diventare la persona che volevo: una figlia, tra le altre cose, anche di genitori non miei.

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