Il gioco è finito

“Un film di Sergio Leone e nessuno spara?”. C’era una volta in America siamo noi
18 SET 21
Ultimo aggiornamento: 04:00
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Come giustamente scrive Pietro Negri Scaglione nel bellissimo saggio "Che hai fatto in tutti questi anni" (senza punto di domanda, Einaudi) l’epico "C’era una volta in America" è un film che contiene nella sua genesi un’avventura ancora più stupefacente e vibrante del film stesso. Sergio Leone impiegherà infatti circa 18 anni per vedere al cinema un’idea che gli agita i pensieri dal 1969 e che avrà sviluppo cinematografico solo nel 1984. Nel mezzo un susseguirsi di false partenze, collaborazioni interrotte e continui ripensamenti. Tanto che "C’era una volta in America" matura e cresce dentro Sergio Leone spegnendone al tempo stesso l’amore verso il cinema. Negri Scaglione ricostruisce parallela alla sua passione la storia di un film che è anche la storia di un’idea di cinema epica e maestosa, ma con elementi di delicatezza che sono la sua vera originalità. Leone si rifà al cinema gangsteristico degli anni d’oro, ma al tempo stesso sa come ribaltare quell’idea e toglierla dal genere per renderla centrale al discorso cinematografico tout court.
Quello che racconta Negri Scaglione come in un diario è la realizzazione pezzo a pezzo di un’epica, ma anche della mutazione della figura del gangster, in particolare del personaggio di Robert De Niro, Noodles, che è un perdente. O almeno in parte perdente, perché attorno a questa ambiguità prende forma il rapporto d’amicizia tra Max e Noodles. C’era una volta in America si pone in equilibrio tra Il padrino di Coppola del 1972 e Quei bravi ragazzi di Scorsese del 1990. Da una parte la figura del padre vero e proprio, ovvero di Marlon Brando, occupa tutta la scena, dall’altra ci sono ragazzi che si sono fatti una famiglia e si sono costruiti seppur di facciata una rispettabilità. Invece i gangster di Sergio Leone vivono in un mondo che sta per finire - quello del proibizionismo - inseguendolo come un sogno. Infantili e ingenui al tempo stesso, sembrano incapaci di distinguere la realtà dai loro stessi desideri che pure impongono con forza e violenza. Noodles e Max sonno entrambi figli di un tempo finito e restano figli per sempre. Che hai fatto in tutti questi anni è una guida ideale – per dirla con Tatti Sanguineti – al cervello di Sergio Leone che intravede una connessione tra quel tempo mitico e violento che racconta e con la realtà che in quegli anni lo circonda. Un’Italia attraversata dalle rivolte e dalla morte violenta di Pier Paolo Pasolini. Un mondo dunque che sta finendo, ma soprattutto da allora un mondo che come in un sogno lisergico replica all’infinito negli avvenimenti come nei luoghi la propria fine. Centrale non a caso è nel libro di Negri Scaglione il lavoro negli archivi. Una ricerca che coinvolge i nomi più rilevanti del mondo culturale dagli anni Sessanta agli anni Ottanta.
Una vera e propria cristallizzazione che stacca dal proprio tempo i protagonisti lasciandoli volteggiare come nel sogno di Noodles. Il tempo si è fatto dunque piccolo come un bambino che gioca alla morte e di quel bambino in ultimo parla Leone in C’era una volta in America quando, mettendo sullo stesso piano il sogno di Noodles con la presunta realtà del successo di Max, fa saltare ogni cronologia. Quello che interessa a Leone è mostrare gli infiniti attraversamenti della memoria, pulsioni tra passato e futuro di quei figli di un’epoca finita che sono a noi affini. Incerti nel successo quanto nel fallimento, uomini che hanno lasciato perdere i sogni e hanno smarrito la vita. E infatti Bernardo Bertolucci dice, uscito dalla prima proiezione di "C’era una volta in America": “Ma come, un film di Leone e nessuno spara?”. Il gioco finisce non allo sparo, ma alla constatazione di esserne imprigionati.