Luca Guadagnino, Daniel Craig e Drew Starkey 

Il Figlio

Una faccia viziosa e vecchia, ma gli occhi verde chiaro sono sgomenti e innocenti

Giuseppe Fantasia

L'ossessione di Luca Guadagnino per il libro di William Burroughs, "Queer", che ha trasformato in un film. Una storia in apparenza realistica che si abbandona alle più svariate fantasie

Quando William Burroughs arrivò a Città del Messico all’inizio degli anni 50, trovò un paese “sinistro, tetro e caotico, quel particolare caos che c’è nei sogni”. Lo scrittore statunitense ispiratore della Beat Generation lo definì così al suo amico Kerouac. Era lì con la sua seconda moglie Joan (che poi ferì a morte con un colpo di pistola alla tempia), la figlia di lei e il figlio avuto insieme. “Città del Messico non è per niente una città realista”, aggiunse, e il Cuba – il bar che erano soliti frequentare – “sembrava la scenografia di un balletto surrealista”, un posto dove c’era “qualcosa di surreale, ambiguo e inquietante”. Un po’ come il suo stato d’animo che riverserà poi nel suo secondo romanzo (esordì con Junky), Queer, scritto nel 1952 e pubblicato solo nel 1985, da noi da Adelphi nella traduzione di Katia Bagnoli. In Messico William Lee (in cui c’è tanto di Burroughs), il suo protagonista, incontra Eugene Allerton iniziando un amore fatto di imprevisti, non detti, incomprensioni e ritardi non soltanto temporali. 


Il regista Luca Guadagnino, “ossessionato da quel libro”, spiega al Foglio, lo ha trasformato in un film prodotto da The Apartment, Frenesy Film Company e Fremantle North America in uscita per Lucky Red. Il titolo è rimasto lo stesso, Queer appunto, da intendere come sostantivo (sinonimo di omosessuale, usato in senso dispregiativo o con fierezza), come aggettivo (strano, fasullo, dubbio), come verbo (snervare, mandare all’aria) o – perché no? – tutte e tre le cose insieme. “Avevo diciassette anni – continua il regista– e frequentavo spesso la libreria Sellerio a Palermo. Mi sedevo su uno degli sgabelli e leggevo, sfogliavo libri che non mi potevo permettere, immaginavo. La copertina di Queer con quella figura al contrario mi colpì, come il titolo e il nome dell’autore. Burroughs aveva un qualcosa di potentissimo, devo ancora capire perché. Raccolsi così i soldi e lo comprai. Leggendolo, fui rapito dal potere immaginifico della parola di Borroughs, della composizione della frase. ‘Da giovane omosessuale in fiore’, come avrebbe detto Proust, mi colpì, ma in realtà non era questa la chiave per la quale ne fui conquistato, perché Queer, attraverso il suo autore, era in grado di utilizzare una lingua deflagrante, provocatoria e libera”.  Un mondo altro come la famiglia descritta, distrutta, vissuta o solo immaginata.

Una storia in apparenza realistica che si abbandona alle più svariate fantasie “con uno stile ibrido, tra risate e sgomento”, volendo citare le parole di Oliver Harris, uno dei più grandi studiosi  di Burroughs. Guadagnino fa interpretare Lee a Daniel Craig, perfetto nell’incarnare quell’uomo “dall’aspetto feroce, ma con occhi innocenti, azzurri e bellissimi”, che si ritrova tra señoras che cucinano tortillas per strada, la radio con la musica di Pérez Prado  (nel film le musiche sono di Trent Reznor e Atticus Ross, intervallate da quelle dei Nirvana e dei Verdena – “altra mia ossessione, perché amati da persone che amo”), fumo, alcol, droghe, amori e catastrofi. La sua faccia è devastata, “viziosa e vecchia”, ma gli occhi verde chiaro sono sgomenti e innocenti. Quando vede Allerton per la prima volta – colui che vorrebbe diventasse la sua vera e nuova ‘famiglia’ – lo fa con un sorriso infantile, “pieno di simpatia e fiducia”, ma “spaventosamente inopportuno e fuori luogo, mutilato, senza speranza”. Le loro famiglie, in un’epoca di maccartismo, guerra in Corea e allontanamento dei gay dagli impieghi governativi, non possono essere “altro”, ma per fortuna c’è chi crede anche al contrario. E lo ribadisce scrivendo (Justin Kuritzkes, la sceneggiatura) o dirigendo una storia di “numeri” che non sanno ancora di essere primi che poi lascia finalmente andare, tra dolori e sofferenze, come in ogni migliore relazione d’amore.

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