ATTO DI FAMIGLIA
In nome di una figlia, lotta per il predominio: le nostre ridicole, violente pretese
Una guerra folle, insensata in cui il dolore penetra dentro chiunque vi si trovi nel mezzo. Il romanzo intenso e bruciante di Alessandra Carati
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9 MAY 26

Foto di Rafael Garcin su Unsplash
La storia è quella di una lotta senza esclusione di colpi, una guerra folle, insensata in cui il dolore penetra dentro chiunque vi si trovi nel mezzo, che sia vittima o che sia carnefice. Viviamo in un tempo in cui si confondono facilmente i diritti e la loro potenziale estensione con la loro violazione e la pretesa contestuale della loro stessa difesa, nulla è più insensato e violento di un lotta che si scatena tra due genitori in nome di un figlio che diviene semplicemente la leva di una liberazione, di una cacciata, di anni di frustrazioni e manipolazioni subite come imposte. Di questo racconta il libro di Alessandra Carati, Atto di famiglia (Neri Pozza), un romanzo intenso e bruciante, un testo difficile da rimuovere dalla memoria perché agisce sulle colpe di ognuno, sulle ridicole pretese che divengono inaccettabili violazioni, su tutto quello che dovrebbe essere al centro della vita e invece si trasforma nella sua parte più fragile, meno protetta. Protagonista di Atto di famiglia è una famiglia come tante, disfunzionale come tante: litigi, stress, un po’ d’insoddisfazione dentro come fuori. Impasto di ambizioni tradite e delusioni cocenti. La scena è quella di un ribollio che si palesa spesso in grida dentro le mura di un appartamento sempre più piccolo. Spettatrice una bambina, vittima di una situazione sempre più instabile e a rischio degenerazione, la sua unica possibilità per sfuggire dal ruolo di vittima - come per tutti i bambini - è crescere e farlo più in fretta possibile, bruciando i tempi, bruciando la propria stessa infanzia. La famiglia sta esplodendo lasciando sul campo solo acide singolarità.
E’ una famiglia borghese che un tempo si sarebbe detta ceto medio, oggi siamo già nell’ambito del privilegio. Genitori colti, impegnati e con lavori – almeno apparentemente – interessanti e motivanti. Tutto sembra però cadere come una maschera, come se tutto fosse stato un gioco finito male, una messa in scena dentro cui non ha più senso recitare. Non esistono più un padre e una madre, ma due persone in lotta fra loro e dimentiche del proprio ruolo: “Più la figlia cresceva, più la moglie si comportava come fosse una minaccia. Quando disegnava seduta al suo tavolino, le prendeva la mano e la guidava verso la forma che lei aveva in testa. La bambina, guardandola con occhi seri, si abbandonava all’imperiosità del gesto”. La violenza ha la forma orrida del cattivo gusto, sopratutto nell’apparenza. Si pensa sempre a una povertà intellettuale e anche quotidiana, ma il più delle volte si confondono condizioni e ceto sociale e si rimuove che proprio la borghesia è il più grande focolare del disagio e del dolore. Là dove gli strumenti si moltiplicano che siano intellettuali come economici ecco che la violenza diviene più raffinata e più efficace, anche se al contempo meno appariscente. Una presenza costante, un dolore che diventa difficile indicare e mostrare.
Uno stallo dentro cui proprio la bambina si ritrova quasi senza riuscire più a proferire parole. Dall’altra parte un padre che diviene fragilissimo, buffo forse un tempo, ma ora ridotto ai minimi termini anche dalla propria stessa superficialità. Un marito che ha paura della moglie, ma al tempo stesso ha paura anche della figlia che non sa affrontare e tanto meno accudire. La soluzione per lui è inizialmente sempre il sesso per ricordarsi o credersi di essere qualcosa di diverso, di meglio forse o più semplicemente qualcuno in grado di amare e di essere amato. Una paura che prende la forma della tenerezza, ma anche di una vigliaccheria. Forse meglio andarsene, fuggire in pratica. Il crollo è ormai dato, la bambina resta sola, la memoria diventa il suo incubo, ma anche la sua possibile cura. Della famiglia non resta che un gesto, un atto o meglio un tentativo fallito.