Kolkhoz. Tutti intorno al letto della madre, nell’insuperabile nuovo romanzo di Carrère

Un titolo misterioso che richiama la cooperativa agricola dove, dopo la rivoluzione, in Urss, si faceva tutto insieme. Ma per comprendere i rapporti complessi con la madre serve risalire lungo il suo albero genealogico, fra avi dai nomi spesso difficili da ricordare 

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9 MAY 26
Immagine di Kolkhoz. Tutti intorno al letto della madre, nell’insuperabile nuovo romanzo di Carrère

Foto Ansa

Nell’impresa automonumentalistica che da un libro all’altro Emmanuel Carrère insegue, anche con autentica disperazione e senza nascondere le tante ombre del carattere, questo romanzo del novembre scorso e ora in edizione Adelphi tradotto da Francesco Bergamasco, rappresenta una vetta difficilmente superabile. Ha un titolo misterioso, Kolkhoz, cioè la cooperativa agricola dove, dopo la rivoluzione, in Urss, si faceva tutto insieme: lavorare, produrre e anche dormire. E “fare kolkhoz” nel lessico famigliare di Carrère era quando la madre prendeva il figlio maschio e le due sorelline nel lettone con sé o permetteva che trascinassero i loro materassi tutt’intorno a lei. La Madre, grande protagonista del libro, Hélène Carrère d’Encausse, nata  Hélène Zourabichvili. Donna non facile, dura, poco sentimentale, capofamiglia e grande professionista. Esule da piccola in Francia, per metà georgiana per metà russa, e poverissima ma con la determinazione a diventare “qualcuno”, riuscendoci perfettamente. Accademica, storica, autrice di libri storico-politici.
Ma Carrère, per raccontarla e raccontare i suoi complessi rapporti con lei, parte da lontano. Bisogna riconoscere che è arduo seguirlo risalendo lungo il suo albero genealogico, fra avi dai nomi spesso difficili da ricordare e tutti in qualche modo speciali per carattere o vicissitudini che s’intrecciano con quelle di una Storia che va dalla Russia alla Francia e in cui ci s’imbatte in Nabokov e in Glenn Gould come in Dostoevskij, in Nina Berberova fino a Erri De Luca “poeta della montagna” e a Michel Houellebecq. E’ così Carrère, per fortuna. Ha la capacità di saltare “di palo in frasca”, come si dice, per alleggerire il discorso, come se ti tirasse la giacca per ricordarti: guarda, sono sempre io l’Emmanuel dalla testa matta e incapace di fedeltà, quello che ti sa raccontare come nessun altro i fatti suoi facendo arrabbiare le sue ex…
Così le pagine migliori di queste storie di famiglia finiscono per essere ancora una volta quelle che descrivono gli amori. Come l’amore fra i nonni poliglotti: “È diventato un gioco fra loro parlare passando da una lingua all’altra, scherzando in una lingua e poi in un’altra, come i trapezisti si lanciano dal loro attrezzo verso le braccia tese dei partner. Quelle acrobazie poliglotte erano un buon gioco pe innamorarsi” per passare a ben altri giochi. E l’amore finito fra suo padre e sua madre, che vede Hélène – spiata dal figlio - parlare al telefono con l’amante di cui si è perdutamente innamorata e il marito contorcersi sul letto in un dolore insopportabile. Il padre di Emmanuel, già, Louis, c’è anche lui naturalmente. Figura gregaria rispetto alla moglie, adorante, ma al quale alla fine Carrère riconosce la possibilità di aver scritto questo suo libro, perché – dopo la morte dell’una e dell’altro a distanza di pochi mesi – lo scrittore scopre come quel padre fosse gran collezionista di storie di famiglia, foto, documenti, diari nascosti nei suoi cassetti. Così non deve nemmeno sforzarsi di fare chissà quali ricerche: è tutto lì, miracolosamente offerto alla memoria.
Ma torniamo alla madre, che si faceva la doccia solo con l’acqua fredda a dimostrazione di una tempra forte conservata fino alla fine. Le ultime pagine dettagliatissime raccontano un finale kolkhoz, fatto dai tre figli intorno al letto da malata terminale di Hélène che detta legge anche in quello stato. Ma il momento più affascinante della sua storia e che meglio la descrive è forse quando, decisa a rompere con l’amante per salvare la vita al marito che minaccia il suicidio, senza dire niente a nessuno si presenta a casa con la sua chioma bruna diventata bionda. Manu, così era chiamato Emmanuel da piccolo, stenta a riconoscerla. Bionda resterà fino alla fine.