Il Figlio
"Le dirimpettaie". Tina, Gabriella e Maria, belle come dee, valchirie che non obbediscono
In questo romanzo corale, Serena Bortone parla delle amiche di sua madre e le trasforma in creature quasi mitologiche, “belle come dee, valchirie senza armi”, che attraversano la sua vita lasciandole addosso il senso profondo di una scelta
30 MAG 26

Foto Ansa
Non dalla politica, non dalle liturgie del femminismo militante né dalle grandi parole d’ordine del ’68: la libertà raccontata da Serena Bortone ne "Le dirimpettaie" arriva dalla musica. Da Wagner, innanzitutto, dalla Cavalcata delle Valchirie che apre il romanzo pubblicato da Rizzoli, spalancando una bambina sul mondo tra un giradischi rosso, una cucina romana, il cucchiaino della pappa e gli archi che fendono l’aria come una dichiarazione di guerra alla compostezza. Prima delle ideologie esiste il suono, dentro il quale la piccola Serena riconosce qualcosa che le donne attorno a lei ancora non sanno nominare fino in fondo: la possibilità di non obbedire. Lo racconta in questo romanzo corale che sembra un memoir travestito da invenzione, oppure il contrario. Prende Tina, Gabriella e Maria, le amiche di sua madre, le dirimpettaie del pianerottolo, e le trasforma in creature quasi mitologiche, “belle come dee, valchirie senza armi”, che attraversano la sua vita lasciandole addosso il senso profondo della scelta. Entrano ed escono dagli appartamenti con il caffè in mano, le sigarette accese, i matrimoni da reggere, i desideri da occultare, i figli da crescere e quella vaga pulsione alla sparizione che appartiene a molte donne e a quasi tutta Roma che qui recita, parla, giudica e consola a modo suo in una geografia nervosa di quartieri, pianerottoli, moquette, salotti, automobili parcheggiate male, supermercati e scuole. Casal Palocco emerge come una periferia morettiana definitiva tra villette e famiglie - che si somigliano come quelli che si accomodano nel desiderio di certezze - e c’è Talenti dove viale Kant continua ancora oggi ad essere pronunciata da alcuni viale Chént.
Bortone usa una lingua mobile, ironica, capace di infilare una battuta velenosa dentro un ricordo struggente, ma evita il grande rischio del romanzo generazionale. Le dirimpettaie parlano continuamente del desiderio, ma quasi mai come esibizione autobiografica permanente. Il sesso è opaco, immaginato e mostrato. Tina lo rincorre come un diritto, Maria come una fuga, Gabriella come una crepa. Attorno a loro scorrono il divorzio, le occupazioni femministe, i mantenuti,i fragili, gli arroganti e quelli che spariscono senza accorgersi di non essere mai stati davvero presenti. Il cuore del romanzo non coincide con la cronaca politica, ma con l’ebbrezza del perdersi: in una città, in un amante, in un’amicizia, persino in una versione immaginaria di se stesse. Dentro questa materia privata si muove anche la storia personale dell’autrice. Da bambina osserva, registra e assorbe. Da adulta rimonta quei frammenti e capisce che la propria educazione sentimentale non è arrivata soltanto dalla madre, ma da quella costellazione di donne che le hanno insegnato il valore della scelta e dell’impegno collettivo senza trasformarsi in sacerdotesse. Le sue femministe sono spesso riluttanti, disordinate e contraddittorie ed è questo a renderle vere.
Nel libro si celebra l’importanza delle apparizioni improvvise, quelle persone che entrano nelle nostre vite quasi per sbaglio e finiscono per illuminarle più degli amici storici, creando così un’elettricità domestica tra porte che si aprono, telefoni che squillano, inviti inattesi, fughe, ritorni, amori, assenze che scavano e presenze che salvano. Resta una gratitudine precisa verso donne che hanno provato a rompere l’obbedienza del destino femminile senza possedere gli strumenti teorici per chiamarla rivoluzione. Bortone le guarda senza santificarle, senza vendicarsi e in mezzo a loro finisce per diventare la dirimpettaia che molti vorrebbero: ironica, diretta, sentimentale, capace di riapparire al momento giusto, proprio come certe canzoni che tornano quando sembravano dimenticate.