Il Figlio
L’esame di maturità, non sempre esaltante, ma è un romanzo
Tutto finisce con un gesto del braccio del commissario esterno. Come nelle riunioni
19 GIU 26

Foto Lapresse
"Amore mio veramente, se non mi ami muoio giovane”. A Roma da quest’anno il giorno prima della maturità si canta sia Notte prima degli esami di Antonello Venditti sia Incoscienti giovani di Achille Lauro. Io Incoscienti giovani la canto ogni giorno, procurandomi il disprezzo dei miei figli, ma trovo che “l’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese” non sfiguri davanti a Cesare Pavese che passerà per Piazza di Spagna, nella impossibile speranza di vedere lei aprire la porta, “ferma e chiara”. Chissà chi ha scelto il tema su Pavese, chissà se avevano puntato tutto sul voto alle donne e sono rimasti delusi. Ogni maturità ha la sua delusione, ogni maturità ha il suo momento di panico (ma con la promessa di un’esultanza finale). Io ricordo una me di spalle che esce dal cancello del Liceo Ariosto, ma forse è un sogno perché nessuno è mai riuscito a vedersi di spalle, neanche il giorno della maturità che è il giorno in cui si può tutto.
Tra i sogni più raccontati all’analista, del resto, c’è il sogno della maturità: hai sessant’anni e la devi rifare e esce Greco di cui ricordi solo logos e kalòs e anche lì hai dei dubbi, hai vent’anni e la devi rifare e ti bocciano, hai cinquant’anni e non sai chi ha scritto A Silvia e ti bocciano e quindi ti licenziano anche dal lavoro e devi ricominciare dalla prima media. Hai novant’anni e devi rifare la maturità, ti ricordi tutto perfettamente ed esci con il massimo dei voti e ti iscrivi alla Normale di Pisa e ti laurei in una notte. Io purtroppo ho solo questo ricordo/sogno di spalle, che esco e c’è il sole e penso: non mi vedrete mai più e vado a vedere gli orari dei treni. Quindi secondo me la maturità è bellissima, soprattutto quando è finita e hai visto gli orari dei treni. Perché prima, anche quando cantavo Notte prima degli esami abbracciata a qualcuno, avrei voluto fare cambio di vita e di corpo con il gatto nero randagio che attraversava la strada di corsa, o con il piccione traballante che non riusciva più a volare ma almeno non stava andando a scuola con il vocabolario nello zaino. Anche questo mi ricordo, lo sguardo basso durante la strada in bicicletta la mattina, nessun cielo sopra di me e nessuna legge morale dentro di me, ma a un certo punto una coccinella su una foglia e la speranza di cavarmela anche in matematica. Cioè di copiare tutto. Un gatto, un piccione, una coccinella, “e noi stiamo annegando, naufragando è un romanzo”: naufragavo su quella bicicletta e l’unica consolazione erano i miei compagni di classe, pallidi come me, con camicie azzurre e larghe come era la moda di allora sotto cui nascondere di tutto, sì piuttosto disperati come noi. Di certo c’era un’epica, ogni anno c’è un’epica, ogni tema in cui ci si sforza di fare collegamenti e dimostrare che anche se la traccia è incomprensibile, qualcosa si è capito, ha il valore di una battaglia per la libertà, e sinceramente la cosa davvero epica per me è stata quel cancello spalancato verso qualcosa di diverso, l’estate prima di tutto.
Pochissimi tempo fa, all’orale della maturità, mia figlia si è presa la libertà, o la disperazione non lo so, di citare una cosa che aveva studiato per conto suo, con cui forse ingenuamente pensava di fare bella figura. Una discussione fra Natalia Ginzburg e Alba de Céspedes sul pozzo delle donne, e dice che l’ha speedrunnata ma l’hanno interrotta subito con totale disinteresse. Cos’hai fatto? Speedrunnato. Cioè? Riassunto e raccontato molto velocemente per paura che mi interrompessero, ma mi hanno interrotto lo stesso perché non era in programma e perché erano stanchi, avevano caldo e non gli interessava. Non interessava ai professori ma certo neanche alle professoresse. Dopo venti minuti di speedrunnamento, un gesto col braccio del presidente di commissione e via. E’ un sollievo, è una delusione, è un romanzo, è la maturità che non sempre è quel momento esaltante. Ci si ingegna, due foglietti nelle tasche, qualche soffiata che è sempre sbagliata, l’improvvisa illuminazione di quel collegamento nella testa, muovere il cervello a più non posso, ci si abbraccia cantando, si piange perfino, si fa il primo tentativo di autonomia di pensiero, con l’aiuto di qualche professore a cui interessa davvero, e poi finisce così, con gli occhi persi nel vuoto della commissaria esterna e con un gesto del braccio. Del resto nella vita quante riunioni faremo, piccole e grandi, in cui al nostro turno di parlare i colleghi si alzano, si dicono cose all’orecchio, si lanciano le caramelle e ci interrompono? Dopo tutta la notte passata a pensare alle cose migliori da dire speedrunnando. E quindi amore mio veramente, se non mi ami muoio giovane.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
