Il Figlio
Il patto con me stessa: la rimozione. E l’aria condizionata rotta
Ah, che fresco. Ma non è vero. Come in un western, la sparatoria diventa un’oasi
26 GIU 26

Foto di t Penguin su Unsplash
Il patto con me stessa è semplice, di certo sbagliato da un punto di vista psicoanalitico e anche dagli altri punti di vista, pratico, morale, e di riduzione del danno: il patto con me stessa è (sempre stato) la rimozione.
Chiudi gli occhi, non guardare, non voler scoprire cose che in fondo hai sempre saputo, non ci pensare, non entrare in quella stanza.
Chi legge questa rubrichina sa che non entro mai nelle stanze dei miei figli e al massimo, se costretta, mi fermo sulla soglia, bendata. Lo faccio per me, lo faccio per loro, lo faccio per la ruspa che non posso permettermi di noleggiare. Lo faccio perché in fondo non me ne frega abbastanza. Non ho la mania del controllo, ma ho la mania del non controllo. Non so cosa sia peggio, vedo che tutte queste persone iper controllanti hanno l’aria stressata ma anche molto soddisfatta: tengono in pugno la loro vita e anche la vita degli altri. Io non tengo in pugno nemmeno le mosche (che immagine raccapricciante).
Comunque, a casa si è rotta l’aria condizionata. Più precisamente: non ha mai funzionato perché non l’abbiamo mai accesa. E’ di un vecchio modello che io immagino pieno di mostriciattoli che non vedono l’ora infilarsi nelle mie vie respiratorie, quindi fino all’estate scorsa ho scelto di soffocare, o al massimo di accendere un ventilatore. Poi il caldo è diventato più caldo, l’asfalto più rovente, i gatti più lamentosi, e ho detto: va bene, mi arrendo. Applicando il metodo della rimozione, ho pensato semplicemente di godermi un po’ di fresco. Invece da quei bocchettoni non uscivano né i mostriciattoli né un filo d’aria, abbiamo chiamato un tecnico, è venuto varie volte e alla fine ci ha assicurato che avremmo avuto un’estate fresca e perfino salubre. Così l’altroieri ho impugnato il telecomando e dopo altre ore passate a comprare e cambiare le pile, ho acceso questa famigerata aria condizionata.
Ah, che fresco. Ma mio figlio è arrivato e ha detto: mamma, ma non fa nessun fresco. Io: perché è salubre. Lui: no, è perché è rotta.
Aveva ragione. L’aria condizionata non funziona in nessuna stanza della casa, tranne, e sono convinta che sia un segno del destino, nelle tane dei miei figli. I gatti si sono ammassati lì. Io però ho giurato di non morire anzitempo di crepacuore, e del resto nessuno mi ha invitato a entrare in quel sottosopra refrigerato, quindi mi sistemo con il computer in cucina, per inciso la stanza più calda della casa. Accendo un ventilatore che spara aria rovente e lavoro mentre i miei figli se la chillano al fresco, sento risate e musica arrivare dalle porte chiuse. Non importa, sono capace di rimuovere qualunque cosa, figuriamoci il caldo. A un certo punto arriva mio figlio e dice: mamma, io adesso esco, vuoi lavorare in camera mia? Silenzio da film western, anche il pavimento della cucina ricorda il deserto rosso, il cane galoppa stanco. Balbetto: Giulio, grazie ma non me la sento. E torno, come un cowboy, sulla mia strada polverosa e solitaria, lo sguardo fisso all’orizzonte. Lui insiste, dice mamma ti ho liberato la scrivania. Cerco di camuffare la commozione dietro un’aria accigliata. Accetto. Raccolgo le mie cose e con cautela entro nella stanza, pronta alla sparatoria. Ma è un’oasi! Una scrivania sgombra, una lampada accesa ma non accecante, una sedia da gamer che è un trono, le matite nel portapenne, un fresco meraviglioso. Il resto è un disastro, una specie di esplosione, ma rimuovo e ringrazio.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
