Il romanzo di Maria Lazar torna a respirare. Il mondo salvato dalle ragazzine

La narratrice senza nome racconta quello che vive e si confessa, in uno di quei titoli con un certo alone di mistero e incomprensione che vengono però svelati quando si entra nella storia

27 GIU 26
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Foto di Jason Leung su Unsplash

“Era una tiepida giornata d’estate, nuvole strozzate nel cielo basso, e il nostro treno correva tra campi senza colore. Mia sorella Bea mangiava un panino con del formaggio giallo. Io sfioravo con la punta delle dita il velluto del sedile e sentivo uno strano peso sullo stomaco”. Quattro volte me, di Maria Lazar (Adelphi), è uno di quei titoli con un certo alone di mistero e incomprensione che vengono però svelati quando si entra nella storia. Perché la narratrice senza nome di questo romanzo di inizio Novecento, racconta quello che vive e si confessa. E insieme a lei ci sono Anette, Ulla e Grete – piccole donne della mitteleuropa – e queste voci si mescolano, si sovrappongono, si incrociano, arrivando quasi a creare un flusso unico. Un romanzo – anche – sull’identità e sulla natura dell’io negli anni della prima guerra mondiale, con tutto lo spaesamento dell’età individuale e storica.
“Capitava spesso che dimenticassi il mio nome”, dice la narratrice. “E io appartenni di nuovo a loro, così come appartengo a loro ancora oggi”, dice poi, quando si riuniscono dopo l’estate.
Quando arriva a scuola il primo giorno c’è la paura di essere gettati nel mondo, di conoscere “gli altri bambini”, una cosa “spaventosa” e “emozionante”, che segna la rottura dalla vita solitaria della casa e dalle stranezze della famiglia. Il mondo salvato dai ragazzini, è stato il titolo morantiano dell’ultimo Salone del Libro, e non può che echeggiare qui, un mondo salvato dalle ragazzine questo, con le loro camicette cucite dalle madri paralitiche, con i loro preziosi portacipria d’oro da nascondere in fondo alla cartella, e “polsi bianchissimi, traslucidi come porcellana”. I sensi sono sempre allerta, nella vita e sulla carta. Il tatto: le dita sulle stoffe. L’olfatto, che sia di cibarie o “dell’acqua dei piatti” o camicie che “odorano si sapone e farina” o bocche che puzzano di grappa. La vista: il modo in cui la luce modifica i colori, il rosso della bocca spalancata quando prendi un brutto voto, e poi i suoni, come i gemiti o “le rozze voci maschili” o lo sferragliare dei tram.
Quando Maria Lazar, nata nel 1895 in una famiglia borghese, ebraica, a Vienna, ha presentato nel 1929 agli editori questo romanzo non ha ricevuto riscontri. Questo perché, come spiega il curatore dell’opera Albert Eibl nella postfazione, “le restrizioni nei confronti degli autori ebrei in ambito germanofono erano già diventate molto forti”. E’ per quello che il suo libro successivo lo presenterà con uno pseudonimo dal suono scandinavo. La vita di Lazar è una delle tante ricchissime vite interrotte o rovinate dal nazismo, una vita da abile scrittrice precoce che frequenta gli intellettuali e gli artisti del suo tempo – viene anche ritratta da Oskar Kokoschka, elogiata da Robert Musil, e letta da Thomas Mann – drammaturga e prima traduttrice tedesca del Grande Gatsby. L’obiettivo di Eibl, è “strappare all’orco dell’oblio autrici della prima metà del XX secolo ingiustamente dimenticate”. Malata, Lazar muore suicida nel 1948 dopo essersi rifugiata sull’isola di Thurø insieme alla figlioletta e a Bertolt Brecht, per poi arrivare in Svezia.
Quattro volte me fino a tre anni fa è rimasto chiuso in un baule a casa della nipote, e ora ritorna a respirare – in italiano tradotto da Laura Ragone – e mostra che da una delle epoche più buie dell’umanità si riescono a salvare a volte dei pezzetti, e leggendoli possiamo provare quasi un senso di riscatto e vendetta verso chi ha provato a zittire un popolo, un mondo.
In realtà non sono niente. E il fatto è proprio questo. È la ragione per cui scrivo questi appunti, forse ne uscirà un libro, una confessione, Dio solo sa che cosa. Per me fa lo stesso”.