Georges Simenon e i pericoli di qualcosa chiamato amore

Simenon, con ogni suo romanzo duro crea un capitolo nella storia delle emozioni umane e delle relazioni borghesi, portando come sempre al limite le angosce psicologiche dei personaggi

11 LUG 26
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"Se avessero domandato a Émile cosa provava quella mattina non avrebbe saputo rispondere. Se l’era chiesto prima che suonasse la sveglia. In realtà non si era sentito diverso dagli altri giorni, dalle altre domeniche”. E’ domenica mattina. Émile si sveglia. La moglie è accanto a lui nel letto, e sentono, al piano di sopra, la domestica che si alza. La domestica, Ada, è anche la sua amante, forse qualcosa di più. Émile le aveva promesso che la domenica le cose sarebbero andate al loro posto. Non aveva specificato però quale domenica. Émile è un uomo a cui non piace pensare alle questioni complicate. La domestica è una ragazza ventunenne di padre italiano, considerata in paese un po’ matta, che lavora nell’alberghetto con ristorante che la moglie di Émile ha ereditato dai genitori. Lui prima lì era assunto come tuttofare, come garzone, come cameriere, e poi si è messo con la moglie del capo. Quando hanno deciso di sposarsi, su insistenza della madre di lei che voleva andarsene in pensione, la moglie ha rifiutato un accordo prematrimoniale per mostrare che era vero amore, non solo una relazione di convenienza. Ma, si chiede lui, la moglie non l’ha in realtà comprato, “meglio e in modo più efficace che se avessero stipulato un contratto in piena regola?”. Émile è diventato il padrone, alla locanda, ma è davvero padrone di sé stesso? A volte la moglie gli ricorda la madre. Non fisicamente, ma è più nel modo in cui lo guardano, come se fosse “un loro diritto, un loro dovere entrare nella sua testa”. Quando la moglie lo becca con Ada in lei Émile vede “solo un disappunto, una rabbia da proprietaria”. Diventa una carceriera dei suoi bisogni e delle sue incapacità di accettare la realtà, e così lui finisce per odiarla ancora di più, “non più solamente per una ragione, ma per tutto quanto”.
Il paesaggio è idilliaco. Siamo in un paesino a due passi da Cannes ed è appena iniziata la bella stagione. In giro si vedono già donne “in pantaloncini, e persino in costume da bagno, con gli occhi nascosti da occhiali scuri” e c’è già chi si cosparge d’olio di fronte al Carlton, al Majestic o al Miramar. Ma nonostante queste scene costiere di partite a bocce e bicchieri di pastis e inglesi eccentriche, Georges Simenon in "Domenica" (tradotto per Adelphi da D. Salomoni) ci fa vedere i turbamenti così acutamente piccolo-borghesi e allo stesso tempo così ancestrali, del maschio pieno di desiderio che vuole sfuggire dalla monogamia diventata prigione. Si ritrova, lo dice lo stesso Émile, in un limbo. E così l’uomo diventa l’archetipo del maschio che non riesce a scappare da ciò che gli dice la pancia, ma nemmeno da ciò che gli dice il portafogli. Si può avere la botte piena e la moglie ubriaca? Cosa bisogna fare per non perdere nulla? Si cercano soluzioni nella violenza, Come in un romanzo di Zola? Non esistevano ancora le situationship e il poliamore e la throuple (la ‘coppia’ a tre), dopotutto, che illudono qualcuno di risolvere un dilemma impossibile. E non c’erano già più i girotondi da Ancien Régime che, come ci ricorda la sociologa Eva Illouz, evitava i fastidi di una mercificazione della scelta, o dell’amore come validazione di sé stessi, o delle ferite narcisistiche.
Simenon, con ogni suo romanzo duro – come li chiamava lui per differenziarli dai fortunati Maigret – crea un capitolo nella storia delle emozioni umane e delle relazioni borghesi, portando come sempre al limite le angosce psicologiche dei personaggi. Con questo libro scritto in Svizzera nel 1958, il belga grafomane – il cui numero di amanti supera comunque il numero di libri pubblicati – ci mostra ancora una volta che l’amore, se così vogliamo chiamarlo, può far soffrire, e che le soluzioni per ottenerlo possono diventare molto pericolose.