FATTO, NON DETTO
Il Faust di Romeo Castellucci che trascende la letteratura e la politica
"Faust. Fatto, non detto" è al teatro Argentina fino al 18 ottobre, un lavoro che esprime la contraddizione di un tempo che si pretende e si dice scientifico, ma che mostra invece una dipendenza psicologica dalla tecnica
16 OTT 26

Romeo Castellucci (foto di Roberto Serra per Iguana Press via Getty Images)
In un tempo di alchimisti che si dilettano in più campi, dalla scienza alla politica, dalla guerra all’imprenditoria, appare attualissima la figura del Faust, di colui che insegue la conoscenza a costo di perdere tutto, anche se stesso, a partire dalla sua anima data in pegno proprio al diavolo in persona.
Romeo Castellucci, tra i più importanti drammaturghi contemporanei, fondatore insieme a Claudia Castellucci e Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio nel 1981 e insignito del 2013 del Leone d’oro alla carriera dalla Biennale di Venezia, porta al Teatro Argentina di Roma (fino al 18 ottobre) in occasione del Festival Romaeuropa, lo spettacolo Faust. Fatto, non detto, con le musiche di Scott Gibbons, compositore ed esponente della dark ambient e della micromusic che dal 1998 collabora con Romeo Castellucci e Societas, firmando musiche tra le altre per Tragedia Endogonidia e La Divina Commedia.
Il lavoro di Romeo Castellucci vive distante dalle diatribe e dalle retoriche politiche, ma il regista sa bene che il Faust ha ontologicamente una rilevanza politica irriducibile, tanto più in anni in cui la tecnologia sta rivelando pienamente la sua funzione religiosa e non più meramente strumentale.
Il lavoro sul Faust arriva così dopo il clamoroso e applauditissimo Don Giovanni andato in scena nel 2021.
Là dove Don Giovanni perseguiva il desiderio rivelando una vitalità illuminista e vivida, qui Faust esprime invece la contraddizione di un tempo che si pretende e si dice scientifico, ma che mostra invece una dipendenza psicologica dalla tecnica, al punto da poter già intravedere come in futuro la stessa umanità potrà essere considerata subalterna a un’intelligenza artificiale svincolata dalle indicazioni come dagli obblighi teoricamente imposti e regolati dall’uomo.
Il Faust di Romeo Castelucci trascende così la letteratura stessa, la parola sulla pagina qui diviene subito atto. riconnettendosi con la sua natura originaria più popolare e fattuale. Esistere e insieme il fare inteso come azione precedono ogni idea e ogni teoria. Quella che sembra seguire Castellucci è un’utopia del possibile o quanto meno del fare che richiede pazienza e audacia, fermezza e misura
L’ultra novantenne Gérard Bayle, centrale sulla scena oltre il suo stesso ruolo, diviene guida e riferimento assoluto, anche di vita come suggerisce lo stesso Castellucci. Ecco che qui la forza si fa apparizione e la potenza subito ferita aperta. Dentro al taglio Castellucci insegue la contraddizione che da un lato lo vede pensare per mezzo di macchine - da lui descritte ancora come primitive - e dall’altro denunciare l’abuso di un mondo artificiale non più non riconoscibile ma solo lontanamente percepibile.
Tra il reale e l’immaginazione passa ora un filtro inedito, un ostacolo fatto e inscenato dalla tecnica che impedisce di cogliere nel reale un tempo e un dato che furono originari e riconoscibili. Mefisto che fu trickster e satiro al tempo stesso, obbliga ora a re-immaginare là dove il mondo è già stato immaginato precedentemente da altri. Viviamo così come figli di un’epoca nuova che sembra essersi dimenticata di noi. Rinchiusi in una stanza troppo a lungo scambiata per un rifugio e che ora si rivela una prigione.
Cosa resta dell’artista? E cosa del figlio ultimo di un secolo snaturante che ripudia l’immaginazione e che innalza la realtà a unico riferimento anche quando il reale diviene un’esplicita e facile falsificazione?
Faust. Fatto, non detto potrebbe rivelarsi così come il più politico dei lavori di Romeo Castellucci perché della politica restituisce l’intelligenza, l’urgenza e la necessità, ma anche la fragilità delle nostre percezioni.
Giacomo Giossi