Immagine generata con intelligenza artificiale

Il Foglio AI

Fare un giornale tutto con l'AI è una follia oppure no?

Dialogo tra un progressista e un conservatore sulla possibilità di un quotidiano interamente generato dall’intelligenza artificiale

Conservatore: Lo dico subito: un giornale fatto interamente con l’intelligenza artificiale è un’idea folle. Il giornalismo ha bisogno di sensibilità umana, di intuizione, di esperienza. Come può un algoritmo comprendere il sottotesto di un discorso politico? Come può cogliere il tono di un’intervista? L’IA non ha vissuto nulla, non ha un passato, non ha una cultura. Può elaborare dati, ma non potrà mai sostituire l’intelligenza e la creatività umana.

Progressista: Capisco il tuo scetticismo, ma il giornalismo è sempre stato plasmato dalla tecnologia. Dalla stampa a caratteri mobili fino all’èra digitale, i mezzi sono cambiati, e con essi anche il mestiere del giornalista. L’intelligenza artificiale non è una minaccia, ma un’opportunità. Può analizzare in pochi secondi un’enorme mole di dati, individuare tendenze, correggere errori, generare testi chiari e documentati. Non sostituisce i giornalisti, ma li aiuta. E soprattutto, permette di abbattere i costi della produzione di notizie, rendendo il giornalismo più accessibile.

Conservatore: Ma un giornale tutto Ai non lascia spazio ai giornalisti! Se gli algoritmi scrivono, selezionano le notizie e persino generano le immagini, cosa resta del lavoro umano? Siamo sicuri che non si crei un’informazione asettica, priva di stile e di personalità? E poi c’è il rischio di un giornalismo omologato: gli algoritmi imparano dai dati esistenti, rischiamo che tutti i giornali diventino uguali. Il pubblico potrebbe trovarsi di fronte a un’informazione impersonale, priva di sfumature e incapace di innovare veramente.

Progressista: Se così fosse, allora dovremmo preoccuparci anche dei giornalisti formati nelle stesse scuole di giornalismo! L’IA può essere personalizzata, può generare stili diversi e persino imparare le preferenze dei lettori. Inoltre, libera i giornalisti dai compiti ripetitivi: la scrittura di report finanziari, i resoconti delle conferenze stampa, la sintesi di documenti. I professionisti possono concentrarsi su inchieste, interviste, reportage. E’ un modo per esaltare la creatività, non per soffocarla.

Conservatore: E se l’IA iniziasse a sbagliare? O peggio, a distorcere la realtà? Già oggi vediamo algoritmi che amplificano le fake news, che creano bolle informative. Chi garantisce che un giornale Ai non commetta errori catastrofici? Senza un controllo editoriale umano, i rischi sono enormi. E poi, parliamo di etica: chi è responsabile di una notizia errata generata da un’intelligenza artificiale? Il giornale? Lo sviluppatore del software? L’algoritmo stesso? Il lettore potrebbe non sapere mai se sta leggendo qualcosa scritto da una macchina o da un essere umano.

Progressista: Non esistono strumenti perfetti. Anche i giornalisti umani sbagliano, interpretano in modo errato, scrivono articoli di parte. Per questo serve supervisione: nessuno propone un giornale interamente gestito da una macchina senza controllo umano. L’IA deve essere uno strumento, non un oracolo infallibile. E sulla responsabilità, sarà il direttore del giornale a dover rispondere, come sempre. Il vero problema, semmai, è capire come integrare l’IA nel giornalismo, non se farlo o meno.

Conservatore: Un’integrazione sì, ma il rischio è che si finisca per sostituire i giornalisti. Le redazioni hanno già subìto tagli negli ultimi anni, con l’AI molti editori potrebbero decidere di licenziare reporter e affidarsi completamente alle macchine. Un giornale AI potrebbe scrivere articoli, selezionare titoli, programmare pubblicazioni, perfino moderare i commenti. Ma senza giornalisti veri, cosa resterebbe del giornalismo? Un prodotto anonimo, un flusso costante di informazioni standardizzate, senza il tocco umano che rende un articolo memorabile.

Progressista: Guarda la storia recente: quando sono arrivati i social media, molti dicevano che i giornali sarebbero morti. Eppure, il giornalismo è cambiato, si è adattato. Anche l’intelligenza artificiale porterà un cambiamento, ma non significa che i giornalisti spariranno. Anzi, serviranno più esperti capaci di gestire l’Ai, di verificare le informazioni, di scrivere contenuti di qualità. L’IA sarà una leva di progresso, non di distruzione. Potrebbe persino dare spazio a nuovi formati giornalistici, più interattivi e su misura per il lettore.

Conservatore: Non ne sono così sicuro. Il rischio che l’IA appiattisca il giornalismo, che lo renda un prodotto senz’anima, è concreto. E poi c’è il tema del rapporto con il lettore: la credibilità di un giornale nasce dal lavoro di persone, dalla loro autorevolezza, dal loro stile. Un giornale scritto da un’intelligenza artificiale avrà mai un direttore con cui confrontarsi? Un inviato che racconta la guerra con i suoi occhi? Un commentatore che sviluppa una visione del mondo? O avremo solo contenuti scritti in modo impeccabile, ma privi di profondità?

Progressista: Tutto dipende dall’uso che ne facciamo. Se immaginiamo un giornale freddo, automatico, senza anima, allora sì, sarebbe un fallimento. Ma se vediamo l’IA come un supporto, un acceleratore dell’analisi dei dati, una risorsa per migliorare la qualità dell’informazione, allora è un’innovazione che va abbracciata. I lettori continueranno a cercare voci autorevoli, idee originali, narrazioni complesse. E chi saprà usare al meglio l’intelligenza artificiale potrà offrire un giornalismo migliore.

Chi ha ragione? La sfida è aperta. L’intelligenza artificiale sta entrando nel giornalismo, e la questione non è più se accadrà, ma come. I giornalisti devono temere per il loro futuro o sfruttare questa tecnologia per reinventare la loro professione? Il dibattito è appena iniziato.